La passione e il dialogo

Domenica 9 aprile si è tenuta a Bologna la prima assemblea nazionale aperta del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”.

API – MiBACT ha aderito volentieri alla proposta di partecipazione ai lavori dell’Assemblea, nello spirito di dialogo e confronto che ha sempre animato l’Associazione.

L’organizzazione dei lavori dell’assemblea per tavoli (Professioni e Ministero quelli a cui abbiamo preso parte) ha favorito una discussione franca, aperta e a tutto campo, durante la quale sono emerse in modo drammatico tutte le difficoltà di chi si avvicina al mondo del lavoro nei BBCC e le problematiche di una macchina pubblica estremamente sotto pressione, tra riforme incompiute e tagli di bilancio.

Ampie convergenze sono emerse sui temi dei percorsi formativi, del riconoscimento dei profili professionali, indispensabili per garantire qualità del lavoro da una parte e sbocchi lavorativi più sicuri dall’altra; sulla necessità di iniziative mirate a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche dei BBCC; sul ruolo di un volontariato sano, supporto e non scorciatoia per azioni di valorizzazione.

Ma al di là dei temi affrontati, abbiamo visto tanti, tantissimi volti di giovani pieni di passione, rabbia e desiderio di impegno civile. Nei loro occhi abbiamo scorto la voglia di lottare perché davvero il nostro settore esca dall’angolo in cui si trova, per occupare il posto che gli spetta nelle politiche di sviluppo del Paese. E tutto questo non può che essere il seme per un futuro migliore.

Da Archeologo ad Archeologo, nella ricerca di un dialogo possibile. Lettera aperta ai professionisti, alle imprese e alle società di archeologi.

 

Cari Colleghi,
abbiamo pensato di indirizzarvi queste righe perché riteniamo che in una fase così difficile e complicata, come quella che sta affrontando oggi l’archeologia italiana, ci sia una grande necessità di chiarezza. E ci rivolgiamo innanzitutto a chi, tra tutte le diverse componenti dell’archeologia operanti in Italia, insieme a noi, è quotidianamente coinvolto nell’attività di tutela del patrimonio archeologico, in un rapporto di profonda interdipendenza, seppure in una condizione professionale differente. Vi sottoponiamo il nostro punto di vista, non tanto per ribadire una posizione predeterminata, quanto per provare ad avviare quel confronto costruttivo che fino a oggi sembra essere mancato.

1. Permetteteci innanzitutto un piccolo excursus storico, utile secondo noi a chiarire proprio quell’aspetto di interdipendenza menzionato.
La cosiddetta archeologia professionale nasce in Italia quando – agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso – profondi cambiamenti sembravano attribuire sorti magnifiche e progressive al futuro della nostra disciplina: alla sperimentazione e all’applicazione delle teorie e delle metodologie diffusesi soprattutto in Gran Bretagna qualche decennio prima si accompagnava, infatti, un notevole ampliamento del campo di indagine sia dal punto di vista cronologico (archeologia post-medioevale e archeologia industriale), che da quello dei materiali studiati (recupero sistematico dei reperti paleobotanici e archeozoologici). Nel frattempo il numero dei funzionari delle Soprintendenze era cresciuto e gli uffici si trovavano per la prima volta nelle condizioni di monitorare i territori di competenza in maniera più capillare.
Il maggior controllo esercitato sugli scavi di emergenza e la maggiore qualità metodologica che essi assunsero comportarono necessariamente la progressiva sostituzione della manovalanza non specializzata prima utilizzata dalle imprese edili, con archeologi, la cui presenza costante sui cantieri – come singoli o organizzati in imprese a carattere cooperativo o societario – rappresentò un validissimo apporto professionale a fianco del personale tecnico-scientifico delle Soprintendenze che, seppure rimpinguato, non sarebbe stato in grado di assicurare una presenza costante sui cantieri che si andavano continuamente moltiplicando.
Non è un caso se furono proprio le Soprintendenze a incentivare e sostenere questa piccola
“rivoluzione” nella gestione dell’archeologia italiana, mentre più scettico – se non ostile – fu allora una parte significativa di tutto il mondo accademico.
2. Cosa è successo poi? Sarebbe forse più appropriato dire cosa non è successo, dal momento chenessuna normativa è intervenuta a fornire indirizzi e linee guida utili ad affrontare la grande massa degli scavi archeologici diretti dalle Soprintendenze, ma con finanziamenti esterni, anche nelle situazioni in cui – come per le opere pubbliche – tale prassi di intervento ha avuto poi con il tempo una legittimazione (ma senza stringenti indicazioni, appunto, per quanto concerne la parte esecutiva) nell’ambito della normativa
sull’archeologia preventiva. Ugualmente nulla è stato fatto per fissare parametri e regole relative ai profili professionali, e soprattutto per regolamentare un “libero mercato” nel quale sempre di più ha vinto chi ha proposto il prezzo più vantaggioso a discapito della qualità della prestazione, venendo incontro all’interesse dei committenti a ridurre i costi e ad accelerare i tempi.
La concorrenza sempre più selvaggia e la diminuzione incontrollata dei costi del lavoro archeologico hanno pertanto avuto conseguenze non solo sulle condizioni di vita e sullo status economico e professionale degli operatori, ma anche, inevitabilmente, sulla qualità degli interventi di scavo. Talvolta, infatti, le condizioni economiche imposte conducono alcune imprese, per rientrare nei costi, a una approssimativa e frettolosa conduzione dei cantieri o, peggio ancora, a non poter produrre, per mancanza di una necessaria copertura economica, una documentazione di scavo a livelli accettabili. E questo va da un lato a discapito della ricerca e della tutela, ma dall’altro a discredito anche di coloro che operano invece con la massima professionalità e il cui impegno interpretativo costituisce il presupposto irrinunciabile di ogni valutazione e/o decisione su situazioni spesso complesse e delicate.
3. Siamo consapevoli che le problematiche, apparentemente diverse, del riconoscimento professionale ed economico di tutti coloro che operano nel campo dei beni archeologici, della presenza di regole e procedure chiare e condivise, della qualità scientifica del lavoro e della documentazione e dell’efficacia dell’azione di tutela, sono in realtà facce della stessa medaglia ed è per questo che come funzionari avvertiamo l’esigenza di provare a superare incomprensioni e irrigidimenti reciproci, anche in virtù del fatto che – grazie al ricambio generazionale ormai in atto nel Ministero – molti di noi sanno bene che cosa significhi lavorare sui cantieri di scavo essendo stati essi stessi “dall’altra parte della barricata”.
Oltre allo sforzo di disegnare un codice deontologico comune basato su regole di trasparenza e su principi etici condivisi, ecco allora quale può essere il nostro obiettivo comune: considerare il superamento di questa situazione di deregulation come presupposto imprescindibile per il riconoscimento della dignità professionale di tutti, per una maggiore efficacia dell’azione di tutela sul patrimonio archeologico, oltre che per rendere più incisivo e più “comprensibile” il nostro ruolo nei confronti di una società e di un’opinione pubblica che – non riuscendo a staccarsi dall’immagine dell’archeologo “cacciatore di tesori” – finisce per non comprendere per nulla una professione molto complessa e sfaccettata, che viene spesso percepita come un ostacolo alle istanze di progresso del Paese.
Rimarranno certo le peculiarità e i problemi specifici legati ai diversi ruoli che ricopriamo, e dal nostro punto di vista devono continuare ad avere pieno diritto di cittadinanza anche le rivendicazioni di carattere professionale che ciascuno di noi potrà portare avanti con le rispettive associazioni di riferimento. Ma una battaglia comune affinché l’archeologia italiana abbia riconosciuta una dignità complessiva anche attraverso una serie di norme che ne regolino l’esercizio da parte di tutti i soggetti coinvolti, è più che mai urgente e necessaria.
4. E perché allora scegliere di non aderire alla proposta di coordinamento di tutti gli archeologi italiani avanzata e discussa nel corso di questi ultimi due anni, pur avendo convintamente partecipato ad iniziative promosse da tutte le associazioni in difesa della professionalità degli archeologi (come quella dopo il tragico incidente ferroviario in Puglia del Luglio scorso) o di confronto sul futuro dell’archeologia (come nel caso della XIX BMTA di Ottobre scorso)?
Innanzitutto per una questione di metodo. E’ mancata a nostro avviso una fase di confronto aperto tra le componenti interessate quale base che consentisse a tutti di presentare le proprie posizioni per giungere solo in un secondo momento a definire gli aspetti organizzativi dell’associazione. Il gruppo che finora ha partecipato alla proposta di coordinamento ha anteposto le questioni di carattere organizzativo a quelle ben più sostanziali relative ai contenuti, cominciando da subito a discutere di organismi dell’associazione, di grado di rappresentanza delle diverse componenti, di formule statutarie, … Noi crediamo, al contrario, che, soprattutto visto il passato di divisioni e di mancanza di dialogo, sarebbe stato necessario un percorso più trasparente che partisse dal confronto sui temi che veramente ci accomunano, sui principi etici connessi alla nostra professione, sulle problematiche che riteniamo più urgente affrontare; un confronto insomma dal quale scaturisse innanzitutto una sorta di piattaforma comune di intenti, cui applicare solo in un secondo momento e con maggiore condivisione la formula  organizzativa più adatta a perseguire gli obiettivi dati. Non si può infine negare come abbia ulteriormente frenato la nostra partecipazione quanto intervenuto con i provvedimenti di riorganizzazione del nostro Ministero che consideriamo – oltre che lesivi del ruolo tecnico-scientifico di tutte le professionalità interne al Ministero stesso – forieri di un generale
indebolimento dell’azione di tutela archeologica. Al di là delle diverse valutazioni che legittimamente si possono avere sul tema della riforma, ciò che temiamo è che questo indebolimento della tutela archeologica (e quindi del ruolo dell’archeologia pubblica), che noi già oggi percepiamo nel nostro lavoro quotidiano abbia ben presto conseguenze – a causa dell’interdipendenza che menzionavamo in apertura – anche sul fronte della libera professione.
5. A prescindere dalle nostre scelte relative alla proposta di coordinamento, siamo e saremo sempre disponibili a un confronto costruttivo e basato sui contenuti: abbiamo idee, proposte e prospettive da condividere e da discutere, insieme a tutti voi e agli altri archeologi italiani, convinti che lo sforzo da produrre lo dobbiamo, oltre che a noi stessi, all’archeologia e alla necessità di assicurare un significato e una prospettiva al nostro lavoro. In attesa che si definiscano ai sensi della L. 110/2014 i requisiti di conoscenza, abilità e competenza per la figura professionale dell’archeologo, perché non provare a trovare gli strumenti giusti perché si rinsaldi con l’archeologia, ed i suoi operatori, un legame logorato dal tempo e dalla macchina del contemporaneo?
Allora, perché non costruire come sede di confronto un “convegno nazionale per il futuro dell’archeologia in Italia”, nel quale discutere dei vari temi (dagli strumenti della tutela archeologica, alla valorizzazione e gestione del patrimonio archeologico) e individuare i punti di forte comunanza tra le nostre categorie? A noi sembra che occorra non tanto e non solo una legge sull’archeologia, ma sopratutto un progetto culturale globale che investa in toto il problema di “come convivere con l’eredità del passato”. E a voi?

Passione e professione

Nel presentare le Giornate FAI di Primavera del 25-26 marzo 2017, il prof. Andrea Carandini, Presidente del FAI, in un articolo dal titolo “Principi e belle addormentate” decanta orgoglioso le doti del “suo” esercito di volontari e della passione che li guida.

Chi, come noi, lavora ogni giorno a stretto contatto con le realtà associative territoriali sa quanta passione e amore per la cultura ci sia, nella stragrande maggioranza degli appassionati che fanno parte di gruppi archeologici e associazioni culturali votate alla tutela dei beni culturali locali.

In un momento in cui tanto si parla dell’indiscutibile ruolo del volontariato, API MiBACT vuole però ricordare e sottolineare anche che nessun amore, neanche il più profondo, può sostituire il lavoro costante e continuo dei professionisti dei Beni Culturali che a vario livello operano quotidianamente con mezzi spesso scarsi o insufficienti e grande spirito di abnegazione per tutelare, valorizzare, conservare, divulgare e studiare il nostro Patrimonio.

Un sentito GRAZIE a tutti!

Le finestre dell’Esquilino

Non ci si può concentrare su un monumento simbolo come il Colosseo e allo stesso tempo occuparsi dei permessi per aprire una finestra all’Esquilino

Queste le parole pronunciate dal Ministro Dario Franceschini nella conferenza stampa del 10 gennaio 2017, dove ha annunciato trionfalmente l’ennesimo spezzatino perpetrato ai danni della fu Soprintendenza di Roma, e riprese nel question time del 11 gennaio alla Camera dei Deputati.

Siamo lieti che il Ministro sia giunto a condividere almeno in parte una considerazione che riteniamo valida per tutto il patrimonio archeologico italiano. Non possiamo non ricordare del resto che in Italia la commistione fra tutela archeologica e tutela storico-artistica e architettonica è stata introdotta a partire dal 2016, ovvero dall’inizio della seconda fase della Riforma Franceschini, con la quale si è ritenuto di unire autorizzazioni paesaggistiche e monumentali, nell’ambito delle quali rientrano per l’appunto le citate finestre dell’Esquilino, alla tutela archeologica, che si occupa di scavi, ricerche, restauri di siti e monumenti archeologici. Questo infatti è, in sintesi, l’unico reale effetto della unificazione delle Soprintendenze Archeologia con le Soprintendenze Belle Arti e Paesaggio.

Non v’è dubbio che se lo Stato intende prendersi cura del proprio patrimonio culturale (archeologia, storia dell’arte, architettura e paesaggio) debba tornare a dotarsi di strutture altamente specialistiche, con professionalità e ruoli dirigenziali specificamente formati e con piante organiche munite dei profili professionali in grado di lavorare per la protezione e la valorizzazione dei beni culturali, tra cui lo svolgimento della pratica archeologica. In altre parole debba dotarsi di Soprintendenze di settore.

L’alta specializzazione necessaria per la tutela archeologica, riconosciuta dal Ministro in conferenza stampa con quella breve, ma pregnante frase, non si ottiene con la caccia ad archeologi esterni al MiBACT tramite interpelli internazionali che pretendano di individuare il merito con brevi colloqui motivazionali, ma con la realizzazione di strutture dedicate, munite di risorse economiche adeguate e composte da personale individuato attraverso concorsi pubblici per esami altamente selettivi.

API – MiBACT

Risposta API-MiBACT al messaggio di auguri dell’On. Ministro

Onorevole Ministro,

abbiamo ricevuto prima delle feste, nella casella di posta elettronica istituzionale, i Suoi auguri di buon Natale. È stata sicuramente una piacevole sorpresa per i lavoratori del MiBACT: un segno della Sua vicinanza ai dipendenti del Ministero, che in questi ultimi due anni si sono sentiti spesso soli ad affrontare le problematiche di una riforma che ha provocato e continua a provocare una serie di criticità delle quali non sempre pare esserci piena contezza nelle stanze del Collegio Romano.

Non possiamo non concordare con Lei sul fatto che l’Italia costituisca un punto di riferimento per la tutela e la valorizzazione dei Beni Culturali, e siamo consapevoli che questo è stato possibile finora grazie all’impegno e all’abnegazione di chi lavora nel settore, dentro e fuori il Ministero, pur tra mille difficoltà.

Rimaniamo tuttavia perplessi per i toni usati nel Suo messaggio: il nuovo assetto che il Ministero ha ricevuto è ben lungi dall’essere perfetto. I cambiamenti, operati attraverso due passi successivi (peraltro con strumenti normativi mai prima adottati per la riorganizzazione di un Ministero), che hanno decretato prima l’innaturale separazione di musei e valorizzazione e poi la soppressione de facto delle Soprintendenze Archeologia, Istituti di tradizione centenaria di ricerca, tutela e valorizzazione, senza per altro provvedere ad un preventivo adeguamento dei nuovi uffici e a definire procedure operative chiare, hanno comportato un aggravamento dei problemi che si tentava di risolvere.

Il rischio mortale è la definitiva derubricazione delle Soprintendenze da luoghi in cui la tutela, la ricerca e la valorizzazione convivevano in un rapporto di inscindibile reciprocità, a meri uffici burocratico-amministrativi. Non bastano, a mantenere il buon nome della Nazione in campo di Beni Culturali, poche vetrine, come Pompei (che ben funziona anche perché si sono incrementate le risorse umane e finanziarie), mentre si lasciano in agonia le altre strutture territoriali, che sono state e sono ancora, nonostante tutto, la linfa vitale di quel museo diffuso che è la riconosciuta peculiarità italiana.

Sul fronte del personale, certo, qualcosa si sta muovendo, soprattutto attraverso il nuovo concorso; attendiamo con impazienza la sua conclusione e l’immissione in ruolo anche nelle Soprintendenze dei nuovi funzionari, che saranno comunque una goccia nel mare dei pensionamenti. Rimangono anche in questo settore dei punti a nostro avviso oscuri. A che scopo operare, in parallelo al concorso, una selezione di sessanta “funzionari ad orologeria”? Che futuro si prospetta per essi? A che pro “esternalizzare” attraverso Ales la selezione di figure amministrative, anch’esse a tempo determinato, invece di recuperare risorse per assumere a tempo indeterminato anche in questo settore, cruciale e non meno in sofferenza rispetto ai ruoli tecnici?

Nonostante il momento di dura transizione che stiamo vivendo sulla nostra pelle, nonostante molti di noi si sentano messi da parte nelle proprie competenze e professionalità, siamo davvero lieti che riconosca l’impegno di tutto il personale e il coinvolgimento di esso nella gestione del post-sisma. Pur con i grossi problemi organizzativi che anche in questo caso si sono verificati, i colleghi impiegati sul terreno hanno dimostrato davvero, come Lei stesso riconosce, “grandissima professionalità e abnegazione oltre ogni limite”. Questo è lo spirito con cui la stragrande maggioranza dei funzionari del MiBACT affronta il proprio lavoro, nel quotidiano come nelle emergenze, dal piccolo cantiere di scavo, alla gestione dei grandi progetti ministeriali.

Le chiediamo dunque, signor Ministro, di non dimenticare quanto possa essere grande e appassionato il contributo che ognuno di noi può offrire al miglioramento della nostra struttura.

L’errore più grande che potrebbe verificarsi sarebbe cambiare interamente la macchina del MiBACT senza coinvolgere in alcun modo, neanche nel tavolo tecnico recentemente istituito, quanti quella macchina contribuiscono a far funzionare, ogni giorno, con spirito di servizio, dedizione, abnegazione.

Tutti noi serviamo fedelmente la nostra Costituzione; tutti noi cerchiamo costantemente, con il nostro lavoro, di rendere concreti e vitali i principi teorici in essa contenuti.

Ci auguriamo davvero che l’anno che viene possa portare per il nostro Ministero un cambio di passo, che ci consenta di uscire dalla transizione attuale anche avendo il coraggio, se necessario, di ritornare su alcune scelte. Ci auguriamo anche che tutti i nostri colleghi impegnati nei territori colpiti dagli episodi sismici del 2016 possano disporre di sempre più mezzi e risorse per il compito che si trovano ad affrontare. Un pensiero particolare va a tutti loro.

Noi, ancora una volta, offriamo la nostra disponibilità con il consueto spirito di servizio e confidiamo davvero di poterLa vedere presto anche fra di noi, in ogni Regione, in ogni Ufficio, per toccare con mano i delicati ingranaggi che i nostri predecessori hanno mosso e che con fatica muoviamo tutti noi ogni giorno, perché spesso, come recita una canzone di John Lennon, “La realtà toglie molto all’immaginazione”.

Buone feste e buon Anno, Onorevole Ministro

Roma, 5 gennaio 2017

Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT

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API MiBACT risponde alla prof.ssa Gualandi

In risposta alla lettera pubblicata dalla prof.ssa L. Gualandi in questo sito, dal titolo
“Riforma Franceschini: lettera di Letizia Gualandi a un collega archeologo che non la
condivide” (http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=127893″id=127893),
sono doverose alcune osservazioni, che il collega R. D’Oriano, sorprendentemente
destinatario di quell’epistola, ha voluto condividere con noi in questo documento a più
mani.
Anzitutto alcune questioni di metodo:
1- Decenni di martellamento mediatico hanno conferito alla parola ri-forma un senso
automaticamente positivo che essa non ha: riforma è solo una forma diversa. Non usiamo
qui “nuova”, perché anche questo aggettivo ha acquisito un senso positivo che di per sé non ha. Non è necessario ricordare a chi studia il passato che la storia è costellata di novità
anche negative, come ben sapeva la saggezza antica distillata nel celeberrimo aneddoto
della vecchia di Siracusa. Restaurare, conservare, innovare, rivoluzionare, ecc., sono
termini di per sé neutri, la cui positività o negatività dipende solo da ciò su cui intervengono e dalla direzione nella quale lo fanno. La damnatio sempre e comunque dei laudatores temporis acti è una illogica petitio principii: possiamo dire, senza passare per vecchi parrucconi, che – tanto per dire – si stava meglio prima della crisi del 2008, o no?
2- Le recenti riforme del MiBACT (Poli Museali e accorpamento delle Soprintendenze)
sono state formulate da chi non ha mai lavorato negli Uffici che andava a riformare, nella
totale mancanza di ascolto delle grandi perplessità espresse dal personale che le avrebbe
dovute attuare e di tante altre parti del mondo dei Beni Culturali più largamente inteso
(Docenti e Consulte Universitarie, Accademia dei Lincei, ecc.). Era quello il momento del
dibattito costruttivo che la prof.ssa Gualandi solo ora auspica con irrimediabile ritardo.
3- La quasi totalità di chi le sta attuando conferma le grandi criticità previste e ne vive altre allora non immaginate, ma altrettanto drammatiche. Chi invece le difende è ancora una volta chi non ha mai lavorato nelle Soprintendenze. A chi insegna a Pisa non dovrebbe
essere necessario ricordare che fu il più illustre figlio di quella città ad insegnare al mondo
che l’unico approccio possibile alla realtà è quello “non più per immaginazione, ma per
sensata esperienza” (lettera di Galileo Galilei a Gallanzone Gallanzoni, 1611).
Venendo al merito:
1- La prof.ssa Gualandi non cita minimamente la riforma dei Poli Museali, pur centrale
nell’articolo di stampa che origina la sua lettera. Lo faremo perciò noi, non senza segnalare almeno la contraddizione dell’olismo a corrente alternata: si invoca il principio olistico per accorpare le Soprintendenze, e lo si accantona nel separare i Musei, spezzando il continuum tra territorio, tutela, ricerca, valorizzazione che era alla base di quel sistema italiano dei beni culturali che ha fatto scuola nel mondo. E glissiamo sull’attuale funzionalità di svariati Poli, a due anni da quella riforma, e su ciò che essa comporta nei rapporti con le Soprintendenze in caso di restauri, prestiti per mostre, ecc.
2- In ossequio al principio galileiano del parlare solo di ciò di cui si ha esperienza diretta,
non entriamo nel merito del parallelo che la prof.ssa Gualandi pare istituire tra il percorso
affrontato dalle Università per adeguarsi alle riforme di quel comparto e quello che
dovrebbero, secondo lei, intraprendere le Soprintendenze, ma ci limitiamo a sottolineare la grande diversità tra le due istituzioni. Un esempio per tutti: le Università godono di grande autonomia, mentre le Soprintendenze operano nel quotidiano in una struttura rigidamente gerarchica e seguendo norme e prassi molto rigide, nel cui ambito ben poco spazio c’è per la “creatività” e nel quale le “idee” che “ci facciamo venire” ben poco ascolto trovano (v. supra).
3- La prof.ssa Gualandi lamenta di non aver mai ricevuto risposta alla domanda: “….perché una Soprintendenza territoriale più piccola delle vecchie Soprintendenze archeologiche (sic) … dovrebbe svolgere il proprio lavoro peggio di una Soprintendenza con territori posti a centinaia di km dalla sede centrale? Qui in Toscana….”. Anzitutto, il principio galileiano della “sensata esperienza” avrebbe dovuto consigliare alla prof.ssa di guardare oltre la Toscana e fino in Sardegna, visto che l’articolo che ha dato luogo alla sua lettera parlava di quella terra, scoprendo così che i territori delle due nuove Soprintendenze sono praticamente gli stessi delle precedenti quattro, ovvero sterminati (metà dell’Isola per ciascuno, pari ognuno a più di una intera delle svariate altre Regioni italiane), con una vastità senza confronto di aree tutelate paesaggisticamente e una densità senza confronto di aree archeologiche (solo una tipologia monumentale, cioè i nuraghi, di una sola delle fasi storico-culturali, cioè l’età nuragica, assomma al n. di 8000 emergenze).
Ma in realtà il punto è un altro. Il beneficio del percorrere meno chilometri che ne traggono i funzionari archeologi (perché sono quelli, almeno nella Toscana dell’esempio citato, ad aver trovato “casa” presso Soprintendenze più piccole) è vanificato da ben altre difficoltà nel rendere il servizio alla comunità. L’accorpamento crea enormi difficoltà nella gestione del flusso documentario delle istanze (arrivo, assegnazione, istruttoria, emanazione del provvedimento) connesso soprattutto alle diverse norme e procedure e tempistiche che presiedono alle diverse fattispecie di pareri tra Paesaggio e Beni Culturali, spesso non comprimibili in uno unico (spesso i pareri sul paesaggio seguono itinera totalmente diversi e separati da quelli sui beni culturali), vanificando così l’atteso vantaggio “olistico” e con conseguenti maggiori complessità e ritardi rispetto al passato nell’emettere i pareri (almeno quelli in materia archeologica).
4- Come esempio emblematico di positività, per l’utenza, dell’accorpamento delle
competenze delle vecchie Soprintendenze, la prof.ssa cita le isole ecologiche di Pisa, per le
quali prima ci si rivolgeva a due diverse Soprintendenze ” le quali …. hanno dovuto
ovviamente incaricare due diversi funzionari di esaminare la stessa pratica: il risultato è
che due funzionari hanno fatto lo stesso lavoro, il che in una situazione di scarsità di
personale, quale quella che tutti lamentiamo, è davvero folle”. In questo caso non è
nemmeno necessario invocare la “sensata esperienza”, perché è (dovrebbe essere) ovvio
che anche ora l’incarico non può che essere affidato a due funzionari diversi, l’archeologo
per il rischio archeologico e l’architetto per la compatibilità col contesto architettonico e/o paesaggistico, a meno di non affermare che uno possa fare il lavoro anche dell’altro,
calpestando competenze tecnico-scientifiche specialistiche che la prof.ssa Gualandi insegna ed è sempre stata la prima a difendere.
Insomma l’accorpamento non ha certo diminuito il numero dei funzionari che si devono
occupare delle pratiche. Ha invece ingenerato una originale innovazione nel panorama della Pubblica Amministrazione italiana: il parere che potremmo definire “cooperativo”. Per esempio, per ogni pratica che vada in conferenza dei servizi il funzionario archeologo, il funzionario architetto, il funzionario storico dell’arte, territorialmente competenti, sono
chiamati a esprimere il loro parere, ognuno per la sua materia, e a unificare le istruttorie,
che spesso attengono a fasi diverse e tempi diversi degli elaborati progettuali, cumulando in un unico provvedimento prassi operative e talora anche normative differenti. Il vantaggio che dovrebbe derivare da questa unico provvedimento è solo apparente, perché allunga i tempi dell’istruttoria e soprattutto non consente di individuare un unico responsabile, figura cardine dell’impianto della Pubblica Amministrazione. A meno che, paradossalmente parlando, non si vogliano annullare le istruttorie per materia, e introdurre figure amorfe di funzionari senza una specifica preparazione nella disciplina di cui dovranno gestire le problematiche. Sancire insomma la fine definitiva degli istituti periferici come organi ad alto contenuto tecnico scientifico e della tutela come individuazione e ricerca dei beni culturali. Un approccio possibile, ma non certo auspicabile, che mina alla base le motivazioni che hanno indotto alla creazione del Ministero e ne costituiscono le ragioni della sua stessa esistenza.
Altro caso di positività citato sarebbe quello “per noi archeologi, che per le esigenze delle
nostre ricerche abbiamo un unico referente e non più referenti spesso in contrasto (talvolta apparentemente non motivato) fra loro”. Il caso è lo stesso di cui sopra: se nel corso delle indagini (vuoi perché da intraprendere su una superficie storica, vuoi perché danno luogo a necessità di restauro, consolidamento, ecc., di strutture murarie) si incrociano le competenze di un archeologo e di un architetto, sempre due saranno i referenti.
5- Secondo la prof.ssa Gualandi il problema della riforma va tenuto distinto da quello della
mancanza di personale. Certamente va tenuto distinto nella sua evoluzione storica, dando
atto all’attuale gestione del MiBACT del concorso in corso, pur se “poco, pochissimo, una
goccia nel mare” (attendiamo però di vedere quale sarà la proporzione tra assunti ai Poli e
alle Soprintendenze, in Sardegna – stando alle piante organiche previste – molto sbilanciati a favore del primo). E tuttavia nei fatti come tenere disgiunte le due cose almeno in termini di tempistica? Quanti interventi chirurgici pur urgentissimi non si possono attuare finché la pressione sanguigna del paziente è troppo elevata? Anche la migliore riforma non può non tener conto dello stato di salute degli Uffici sui quali si applica….Prima di procedere alle riforme andavano adeguati gli Uffici in termini di personale, fondi, strutture, norme e procedure amministrative. Quella era la prima riforma da fare. Emblematico l’esempio dei Poli: nati sulla carta, senza nemmeno le scrivanie, le sedie….
6- Ed ora la pars costruens. La prof.ssa Gualandi lamenta le critiche non costruttive.
Sacrosanto. Esiste la volontà di mettere intorno a un tavolo delegazioni di tutte le parti in
causa, ivi compreso stavolta il personale delle Soprintendenze, e ragionare tutti con spirito
costruttivo, realismo, obiettività, sulla situazione e su come migliorarla? Se non con la
possibilità di tornare indietro, almeno con l’intento di mettere in campo decreti, procedure, regolamenti, norme ecc. per far funzionare al meglio l’attuale struttura? Noi ci siamo sempre stati, da almeno un anno a questa parte, ancor prima che la riforma si attuasse nel luglio scorso, e nessuno, almeno finora, ha ritenuto di convocarci intorno ad un tavolo per discutere.
Infine due considerazioni globali.
1- Troppo spesso e troppo frettolosamente, nel trattare le problematiche dei beni culturali,
così si glissa (non solo nella lettera qui commentata): “Le risorse sono poche è vero, ma… Il personale è poco è vero, ma….”. La vera Grande Riforma invece sarebbe proprio quella, in risposta alla Grande Domanda: “Quanto questo Paese tiene veramente ai beni culturali che per gli accidenti della Storia detiene per conto dell’Umanità?” E tutto il resto dei problemi non sarebbero che brezze di vento. Secondo la prof.ssa Gualandi i fondi ora sarebbero superiori agli anni passati: ci creda, Professoressa, non sempre e non dovunque.
2- Ha ragione la prof.ssa Gualandi quando dice che in occasione di riforme ” a tutti gli
attori coinvolti – se tengono al loro lavoro – è richiesta una dose notevole di buona volontà,
tolleranza, disponibilità “. Dobbiamo confessare che alla prima lettura della lettera lo
abbiamo interpretato con indignazione, come se si rivolgesse ai funzionari delle
Soprintendenze. Ma non vogliamo e non possiamo credere che così fosse, perché anche a
chi – come ben si vede dalle argomentazioni – non conosce dal di dentro il nostro lavoro,
ma ha contatti frequenti con le Soprintendenze, non può sfuggire la nostra situazione. Non è questo il contesto nel quale snocciolare la giaculatoria dei nostri ben noti mali cronici
(carichi di lavoro e responsabilità amministrative schiaccianti, stipendi offensivi),
nonostante i quali, e nonostante i grandi disagi derivanti dalle riforme, tentiamo ad ogni
costo di garantire ancora standard di quantità e qualità di lavoro. Almeno su questo siamo
certi di avere la solidarietà della prof.ssa Gualandi e degli utenti di questo sito.