Per un’archeologia fuori dall’impasse. Lettera al Ministro Bonisoli

Proprio in questi giorni, tre anni fa, grazie ad un emendamento “natalizio” della legge di bilancio in approvazione da parte del Parlamento, vennero affidate all’allora Ministro per  i Beni Culturali, Dario Franceschini, le deleghe per trasformare definitivamente l’assetto del Ministero dei Beni Culturali, già investito dalla dolorosa scissione messa in atto nel 2014 fra servizi di tutela e valorizzazione.

Alla luce di quanto verificatosi da allora, non possiamo che ribadire la nostra posizione di ferma contrarietà alla riforma nel suo complesso: le nostre iniziali perplessità sono state purtroppo confermate dalle problematiche emerse nel corso di questi primi anni di attuazione.

È per questo che abbiamo deciso di presentare al nuovo Ministro Bonisoli un breve dossier, qui allegato, frutto del confronto tra i soci dell’Associazione e contenente le principali criticità che, attraverso il nostro quotidiano lavoro negli uffici del Ministero, abbiamo potuto verificare con mano a partire dall’avvio della riforma.

Fuori da ogni intento polemico, dunque, e con lo spirito di servizio che da sempre contraddistingue l’operato dei nostri iscritti, offrriamo oggi il nostro contributo al dibattito recentemente riaccesosi sul futuro dell’archeologia in Italia; abbiamo chiesto inoltre al Ministro di volerci ricevere, per un confronto diretto sulle molte questioni ancora lasciate aperte dalla riforma Franceschini. Certi del suo interesse per le tematiche sollevate, contiamo presto di poter dar conto di quanto sarà discusso nel corso dell’incontro.

Gentilissimo Sig. Ministro,

in vista di una auspicabile analisi sulla situazione complessiva del Ministero, la nostra Associazione, formata da funzionari archeologi in servizio negli uffici centrali e periferici, intende sottoporLe alcune riflessioni inerenti il settore archeologico. Già lo scorso 18 luglio Le avevamo indirizzato una lettera con una richiesta di incontro, richiesta che ora qui Le rinnoviamo per confrontarci con Lei sui punti che qui di seguito Le sottoponiamo, con lo spirito di collaborazione e servizio che ha sempre animato i membri della nostra Associazione.

  1. Riaffermazione dell’autonomia tecnico-scientifica del settore archeologico

La seconda fase della riforma Franceschini ha previsto l’accorpamento delle Soprintendenze Archeologia alle Soprintendenze Belle Arti e Paesaggio (già a loro volta accorpate a quelle per i Beni storico-artistici), creando uffici con competenze miste diretti da Soprintendenti tecnici, che tuttavia hanno preparazione specifica solo in uno dei settori che sono chiamati a dirigere. L’obiettivo principale di questo intervento era di creare un ufficio unico di riferimento per l’utenza, che garantisse risposte univoche alle diverse richieste presentate in materia di tutela di Beni Culturali. Allo stato attuale dei fatti questo obbiettivo è ben lungi dall’essere raggiunto.

Nella maggior parte dei casi, infatti, benché archeologi e architetti siano spesso chiamati ad esprimersi sugli stessi interventi e le stesse opere, i beni sui quali esercitano la tutela non sono coincidenti e le normative di riferimento sono articolate in modo differente e con tempi procedimentali diversi (come accade ad esempio per le normative sull’archeologia preventiva, che prevede un parere espresso in fasi di progetto di fattibilità, e quelle sull’autorizzazione paesaggistica, espressa sulla base del progetto definitivo). Ciò ha creato estrema confusione nell’utenza esterna in tema di presentazione delle istanze. All’interno degli uffici del Ministero, che sarebbero tenuti a questo punto a dare risposte uniche, si sono generati enormi problemi nel coordinare i diversi aspetti.

Ne deriva che nella maggior parte dei casi i pareri continuano ad essere disgiunti, emessi in tempi diversi e, talvolta, contrastanti nei contenuti. In altri casi la necessità di esprimere un parere unico conduce ad alcune forzature di carattere procedurale che potrebbero però generare dubbi sulla validità dei provvedimenti e/o delle prescrizioni e quindi generare contenziosi. Non si può tacere inoltre il fatto che vi sia generalmente un’attenzione minore dei Dirigenti verso l’area dell’archeologia, dovuta ai numerosi ricorsi che colpiscono i pareri emessi relativamente ai settori architettonico-paesaggistico, fattore che spesso produce squilibri notevoli nelle risorse umane destinate e nell’assegnazioni delle pratiche.

La tutela archeologica, dunque, è risultata pesantemente indebolita, con importanti ricadute anche sul lavoro dei professionisti esterni cui vengono affidate le indagini archeologiche sul campo, significativamente in diminuzione. Certamente la debolezza normativa di cui l’archeologia italiana da tempo soffre non aiuta, dal momento che solo per le opere pubbliche sono previste procedure chiare e codificate. L’abolizione degli Uffici specificamente dedicati, che riuscivano almeno in parte a sopperire a questa lacuna, ha drammaticamente riportato alla luce il problema.

La mancanza di competenza tecnico-scientifica specifica in materia archeologica da parte di molti dirigenti, inoltre, non consente di garantire uniformità amministrativa all’interno dello stesso Ufficio o, nel caso delle regioni in cui esistono più SABAP, fra territori contermini della stessa Regione, dal momento che la definizione delle modalità di gestione di pratiche analoghe viene demandata ai soli funzionari senza chiari indirizzi di carattere generale. Ciò influisce pesantemente sui rapporti con gli Enti territoriali, ogni qual volta ci si trovi a valutare progetti che coinvolgono più province o l’intero territorio regionale.

In conclusione, appare evidente che la riforma non è stata effettivamente un’operazione di creazione di nuovi uffici con competenze miste ma, per citare la circolare ministeriale DG OR 118/2016, ha comportato la “soppressione” di un ufficio -le Soprintendenze Archeologia- nell’altro.

Visto quanto finora illustrato, considerato anche il mescolamento delle competenze a livello centrale, lì dove il neonato Istituto Centrale per l’Archeologia sembra negli ultimi tempi assumere ruoli una volta propri della Direzione Generale Archeologia, e anche alla luce dell’attuale situazione di ibridazione tra lo stesso ICA e il Servizio II della DG ABAP, ci sembra doveroso che venga ripristinata una struttura dirigenziale autorevole espressamente dedicata al settore archeologico, che possa svolgere funzione di indirizzo per le tematiche archeologiche di interesse generale e di coordinamento in materia di tutela archeologica, soprattutto al fine di evitare un possibile mancato raccordo tra linee ed indirizzi perseguiti dagli uffici centrali ed effettiva applicazione degli stessi a livello periferico.

Inoltre, seppure con modalità e ruolo da definire, questi uffici centrali dovrebbero curare in modo approfondito le esigenze legate sia alla necessità di continuo aggiornamento del personale tecnico del settore Archeologia, mediante promozione e/o riconoscimento di attività formative dedicate (interne/esterne al MiBAC), sia alla necessità di garanzie di finanziamento per i progetti presentati dagli uffici ministeriali nell’ambito della programmazione dei lavori pubblici.

  1. Figure dirigenziali specifiche per ogni settore

Il settore archeologico presenta peculiari specificità: la tutela archeologica è infatti l’unico ambito del Ministero che lavora su beni prevalentemente invisibili e non ancora noti; quindi, elemento essenziale per l’esercizio dell’attività è l’approfondita conoscenza del territorio, delle sue problematiche e delle dinamiche culturali che lo hanno caratterizzato nel tempo. La necessità di individuare i beni non ancora conosciuti rende indispensabile confrontarsi con gli enti locali per intervenire sulla programmazione territoriale. Per l’archeologia inoltre, particolarmente soggetta a travisamenti e sensazionalismi nei mass media, è particolarmente importante una attenta opera di promozione della conoscenza del patrimonio, che è da considerare essenziale tra i compiti del Ministero, non solo per permettere la fruizione dello stesso, ma soprattutto per favorire la partecipazione consapevole alla sua tutela.

In questo senso la perdita di una dirigenza tecnico-scientifica con competenze specifiche, in grado di indirizzare e coordinare le attività di conoscenza, tutela, educazione al patrimonio archeologico e valorizzazione, ha ulteriormente comportato un indebolimento dell’attività di tutela sul territorio.

Effettivamente, il vuoto che si sarebbe creato con l’abolizione delle dirigenze tecniche era stato previsto dal legislatore, che ha introdotto le figure dei “Responsabili di Area Funzionale”. Tali figure, selezionate, a rotazione, tra i funzionari in servizio, non rivestono però alcun ruolo dirigenziale e sono dunque prive dell’autorità necessaria per coordinare i colleghi e presentarsi all’esterno con la necessaria autorevolezza.

Lo stesso indebolimento sofferto per la soppressione delle Soprintendenze Archeologia con dirigenti dedicati esclusivamente al settore archeologico, ha interessato anche gli Uffici centrali.

  1. Riunificazione delle funzioni di tutela e valorizzazione

La separazione fra tutela e valorizzazione, attuata attraverso l’istituzione dei Poli Museali e la soppressione delle Soprintendenze Archeologia, ha ulteriormente indebolito le funzioni di tutela proprie degli uffici periferici. Questo ha determinato la separazione dei musei e dei parchi archeologici dal territorio di riferimento, facendo venire meno sia il naturale collegamento di tutela, scavo e restauro con valorizzazione e restituzione pubblica, sia il legame diretto con il territorio, là dove piccoli musei e realtà archeologiche erano punto di riferimento per segnalazioni e progetti condivisi (anche attraverso le scuole e le associazioni locali).

La riforma Franceschini ha previsto inoltre in numerose regioni la frammentazione delle Soprintendenze archeologiche regionali su più uffici. Le Soprintendenze archeologiche, strutture ormai da tempo consolidate sul territorio, erano dotate di biblioteche specializzate, laboratori di restauro e fotografici e magazzini dei reperti, strumenti indispensabili per l’esercizio dell’attività di tutela. I laboratori di restauro in particolare, oltre alle consuete attività di consolidamento e restauro conservativo dei reperti e di progettazione di lavori sui beni culturali archeologici, svolgevano un’importante attività di consulenza sui cantieri di scavo connessi all’archeologia preventiva o di privati, qualora fosse necessario intervenire d’urgenza per garantire la conservazione dei reperti o delle strutture. Va ricordato che compito del Ministero per legge è la conservazione di tutti i beni archeologici, non solo quelli da destinare alla valorizzazione. Le Soprintendenze Archeologiche conservavano inoltre importanti archivi documentali, non solo relativi ai procedimenti, ma anche alle attività di ricerca archeologica sul territorio, patrimonio di conoscenze necessario per la tutela.

La frammentazione delle Soprintendenze ha inevitabilmente comportato il passaggio di laboratori, biblioteche e archivi ad un’unica sede di Soprintendenza ABAP con ridotte competenze territoriali o, soprattutto nel caso di laboratori di restauro, ad un singolo Museo o un Polo Museale. De facto quindi molti uffici mancano di tali servizi, con conseguente grave perdita di funzionalità degli stessi. La polverizzazione degli Uffici ha avuto anche ricadute rilevanti anche sulla loro gestione amministrativa, con un eccesivo aggravio dei carichi di lavoro soprattutto nel caso di uffici che svolgono funzioni di stazione appaltante.

Inoltre, la dispersione dei funzionari archeologi in uffici dotati di un numero limitato di posti ha comportato per queste figure specialistiche una maggiore difficoltà nello scambio di esperienze e quindi l’impoverimento di competenze scientifiche e amministrative maturate nel corso degli anni e che l’unicità delle Soprintendenze Archeologia poneva a disposizione dell’intero territorio regionale.

  1. I luoghi della cultura a carattere archeologico

Se la separazione fra tutela e valorizzazione ha pesantemente compromesso l’attività delle Soprintendenze, spesso è mancato anche l’effetto atteso di potenziamento del settore museale.

Per quel che riguarda il personale, è indubbio che il lavoro a stretto contatto con professionalità differenti all’interno di Musei autonomi e Poli ha comportato un momento di arricchimento delle reciproche competenze, consentendo l’armonizzazione dei singoli saperi a beneficio delle potenzialità di valorizzazione degli uffici.

Tuttavia, alla creazione delle nuove strutture non è seguita una riflessione sulla definizione delle figure professionali necessarie all’interno di un museo che costituisse un effettivo superamento della vecchia organizzazione dipendente dalle Soprintendenze. Al contrario, la mancanza di figure di conservatori/curatori e, in generale, di tutte quelle professionalità intermedie (anche amministrative) necessarie per mettere realmente in moto la macchina della valorizzazione porta i direttori dei Musei dipendenti dai Poli regionali, ma anche i funzionari/curatori dei Musei autonomi a svolgere le mansioni più disparate.

In questo contesto riteniamo necessario ribadire l’opportunità che il direttore di musei a carattere prevalentemente archeologico sia un archeologo, al contrario di come si sta verificando in molte realtà (come ad esempio per il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari o per le Grotte di Catullo e la Villa romana di Desenzano), anche nel rispetto della Carta delle professioni museali dell’ICOM che ribadisce per il direttore l’attinenza del proprio curriculum alla specificità del museo.

Inoltre, manca a tutt’oggi una chiara definizione del ruolo e delle mansioni dei direttori dei musei interni ai Poli Museali che subiscono difformità di selezione e assegnazione dei ruoli rispetto ai colleghi responsabili di Area Funzionale delle SABAP, cui economicamente e per funzioni possono essere equiparati.

La divisione tra tutela e valorizzazione ha poi portato, soprattutto (ma non solo) nei casi delle aree archeologiche passate ai Poli, dove al tema della valorizzazione si affianca sempre e costantemente il problema della conservazione e tutela, ad una ondivaga definizione di competenze tra Musei e Soprintendenze, senza una precisa definizione dei ruoli e delle competenze, con un conseguente immobilismo, se non per i casi demandati alla buona volontà dei funzionari di entrambi gli Istituti. Se, come è giusto e si sostiene a livello generale, il museo deve comunque avere un legame e una ricaduta sul territorio, occorre definire responsabilità, compiti, autonomie e sinergie, altrimenti nessuna reale conservazione e valorizzazione saranno possibili.

  1. La necessaria rivendicazione di un ruolo forte e autonomo del Ministero

Ribadiamo la necessità che gli uffici centrali e periferici del Ministero continuino ad esercitare il proprio ruolo di organi tecnici e terzi, nei confronti specialmente delle realtà politico-amministrative territoriali.

In tal senso, non possiamo non citare con preoccupazione l’Accordo preliminare firmato il 28.02.2018 tra il Governo e la Regione Veneto e la successiva proposta di Legge delega avanzata dalla stessa Regione al Ministro per gli Affari Regionali, per l’attuazione di quanto previsto dalla Costituzione (art. 116, co. 3) con la possibile attribuzione all’Ente territoriale di competenze in tutte le 23 materie concorrenti tra le quali è ricompresa anche la valorizzazione dei beni culturali (art. 117, co. 3).

Preoccupano inoltre non tanto le eventuali intenzioni di addivenire anche a forme di intesa e coordinamento (previste comunque dalla Costituzione, art. 118, co. 3) in materia di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, quanto piuttosto l’eventuale trasferimento integrale della stessa materia ai sensi dello stesso art. 116, co. 3.

Considerato che a quella della Regione Veneto stanno facendo seguito analoghe istanze da parte di diverse altre Regioni, fra cui sicuramente la Lombardia (a seguito del referendum sull’autonomia) e il Friuli-Venezia Giulia (Regione a statuto speciale, che ha già pubblicamente manifestato l’intenzione di richiedere le competenze in materia di tutela dei beni culturali), a seconda degli accordi stipulati con le singole Regioni il Ministero vedrebbe trasferite in maniera differenziata su scala nazionale le sue competenze, ad esempio con la cessione in qualche caso dei soli Poli, in altri casi forse anche delle Soprintendenze: ciò comporterebbe sicuramente la fine di qualsiasi uniformità nei livelli di conoscenza, tutela e valorizzazione. Né si può ipotizzare che sia sufficiente l’emanazione, da parte del Ministero, di standard di comportamento (DM 23/12/2015), che finora hanno dimostrato di avere solo valore di indirizzo.

Alla luce di quanto sopra esposto, è chiaro il rischio che sia l’azione di tutela sia l’azione di valorizzazione, siano ulteriormente sottoposte a stress, con un possibile e definitivo tracollo del sistema di controllo del territorio. Non è infatti in alcun modo prefigurabile la portata delle conseguenze che un passaggio di competenze tra Stato e Regione potrebbe avere in tale campo. Richiamiamo, in proposito, l’assoluta delicatezza e fragilità del sistema in essere, la quale costringe –in ogni caso, prima di ogni eventuale riforma strutturale– ad una effettiva analisi dello stato della situazione e delle conseguenze dei cambiamenti.

Non ci sfugge, peraltro, il delicato rapporto che si va instaurando, con modalità differenti da regione a regione, tra gli uffici ministeriali ed alcune Fondazioni come a Ravenna o ad Aquileia; tale rapporto, in alcuni casi, prefigura una sorta di privatizzazione del Bene culturale in consegna alla Fondazione, con una quasi totale estromissione del Ministero dal suo ruolo di guida sia per la tutela che per la valorizzazione dello stesso. La gestione privatistica ha peraltro conseguenze anche sulla complessa gestione del personale (tuttora statale) preposto al Bene culturale e ripercussioni sulla situazione contrattuale dello stesso personale.

Sulla base di quanto sopra esposto, come Associazione di funzionari al servizio dello Stato ci auguriamo di poter essere presto da Lei ricevuti per un momento di confronto.

Ci appare comunque doveroso, nel quadro generale, evidenziare l’assoluta necessità di intervenire, individuando soluzioni che consentano di ridare forza al Ministero ed in particolare al settore archeologico, sia nell’ambito della tutela che della valorizzazione, restituendo ai lavoratori non solo l’orgoglio delle proprie competenze ma anche le condizioni per meglio esercitarle al servizio del patrimonio culturale della Nazione.

Certi della Sua attenzione e in attesa di un gradito riscontro, Le porgiamo con l’occasione anche i nostri più sinceri auguri per le prossime festività.

 

Roma, 24.12.2018

Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT

il Presidente, dott. Italo M. Muntoni

 

colosseo

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Archeo-vacanzieri

Suona bizzarra la proposta di Emendamento alla legge di Stabilità battuta oggi dalle agenzie.

Secondo il documento presentato in Parlamento da esponenti della Lega, sarebbe opportuno concedere agli agricoltori proprietari di un agriturismo la possibilità di “promuovere attività di ricerca archeologica e di scavo” nei loro terreni, consentendo loro l’accesso allo strumento della concessione per scavi e ricerche, normato dagli artt. 88 e 89 del Codice dei Beni Culturali. Come se non bastasse, la legge dovrebbe prevedere anche che gli ospiti della struttura agrituristica possano partecipare alle attività di scavo.

Ed ecco che in poche righe di un comunicato Ansa, decenni di faticoso esercizio della tutela, di protezione dei beni culturali dagli appetiti dei privati e dei mercanti d’arte, di evoluzione teorica e affinamento metodologico della disciplina, di lotte, ancora in corso, per il riconoscimento della figura dell’archeologo, spariscono sommerse da un’idea dilettantistica dell’archeologia.

Basta una manciata di caratteri per riportarci indietro di oltre un secolo, ai tempi in cui a chiunque avesse terra e soldi per pagare qualche operaio veniva concesso di scavare per accrescere le collezioni personali o per lucrare vendendo gli oggetti estratti dal terreno.

Duole dover ribadire quanto pensavamo essere ormai patrimonio condiviso della comunità Nazionale: che l’archeologia non è un hobby per vacanzieri annoiati, ma una disciplina scientifica per la quale è necessaria una lunga e dura formazione; che lo Stato mantiene il controllo diretto o indiretto sulle attività di scavo, in quanto la tutela del patrimonio culturale è materia talmente importante da essere difesa dalla Carta Costituzionale; che i volontari sono sì una risorsa, ma solo nei limiti entro i quali possono offrire un apporto utile, senza che essi si sostituiscano al personale qualificato nell’esercizio di attività di scavo, tutela, valorizzazione; che solo soggetti qualificati, come le Università o gli Enti Pubblici Territoriali, possono avanzare richiesta di concessione, in quanto offrono garanzie certe che vengano rispettati gli standard di scientificità richiesti dal Ministero; che i privati possono sostenere le attività di ricerca attraverso sponsorizzazioni e Art Bonus, ma evitando di prendere in prima persona iniziative malaccorte.

Speriamo davvero che questa notizia, per quanto sgradevole, resti nell’ambito delle proposte senza conseguenze. Ci permettiamo tuttavia di sottolineare che essa è comunque un pessimo segno per la considerazione che ha oggi il mestiere dell’archeologo in Italia.

 

API – Archeologi del Pubblico Impiego – MiBACT

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Per un futuro all’archeologia italiana

Lettera aperta al Sig. Ministro dei Beni Culturali dott. Alberto Bonisoli

 

Sono passati ormai due anni dall’approvazione della “seconda fase” della riforma Franceschini, e ben quattro dall’avvio dei primi provvedimenti che dettero avvio al riassetto del Ministero, separando le funzioni di tutela da quelle di valorizzazione, con la creazione dei Musei Autonomi e dei Poli Museali Regionali, afferenti ad una nuova Direzione Generale dedicata. Alla luce di quanto verificato nel corso di questi anni è dunque possibile formulare alcune riflessioni sui suoi effetti nell’ambito dell’archeologia che oggi si ritrova senza una rappresentanza istituzionale qualificata e specifica a livello di tutela nell’ambito delle diverse strutture centrali e periferiche del Ministero.

La valutazione non è positiva, soprattutto nell’ambito degli uffici preposti alla tutela, in quanto si registra un depotenziamento della capacità operativa sostanzialmente derivante da:

 

  • Mancanza di un modello organizzativo interno che tenga in debita considerazione le specializzazioni, a partire, nelle Soprintendenze, dall’attribuzione delle pratiche, che attualmente tendono ad essere assegnate, al di là delle competenze, prevalentemente ai funzionari architetti. Questo consegue alla sostanziale interpretazione della riforma come “incorporazione” delle soprintendenze archeologiche e storico artistiche in quelle architettoniche, che hanno quindi continuato ad operare in continuità con i modelli organizzativi precedenti. I problemi di attribuzione della pratica, con conseguenti ritardi o addirittura omissioni nell’attribuzione ai funzionari archeologi, come riconosciuto dalla recente circolare n. 26/2018 della DG ABAP, sono alla base di una minore incisività nella tutela archeologica tanto da registrare una riduzione del numero degli scavi per archeologia preventiva e d’emergenza. Sono necessarie regole certe finalizzate a chiarire riti e procedure amministrative tra competenze diverse.

 

  • La nuova area funzionale Archeologia, che assorbe i compiti delle preesistenti Soprintendenze di settore, si trova quasi ubiquamente priva delle strutture di supporto, sia in termini di sostegno tecnico (Uffici tecnici dedicati) sia relativamente agli aspetti scientifici (biblioteche, laboratori di restauro, fotografici e grafici), senza contare la perdurante emergenza relativa ad archivi e depositi tutti strumenti di lavoro insostituibili per l’ordinario esercizio della tutela archeologica, per la quale la conoscenza e la conservazione dei beni sono indispensabili. Va aperto un confronto per l’utilizzo congiunto delle strutture esistenti, attualmente smembrate tra Poli e Soprintendenze, sul loro eventuale potenziamento o incremento, coscienti che nessun progetto di riorganizzazione può essere attuato a costo zero. Particolarmente delicato il tema degli archivi, per i quali si pone il problema pressante dell’accessibilità (che dovrebbe essere garantita quanto meno in base alle norme che regolano l’archeologia preventiva) e la necessità di difenderne l’unitarietà, garantita dalle norme di primo livello ma messa in discussione dalle recenti disposizioni della DG Archivi. Risulta evidente peraltro che lo squilibrio numerico tra archeologi/storici dell’arte, da un lato, e architetti dall’altro, non consente di adempiere alla forma di tutela “olistica” immaginata e alla base della fase 2 della riforma.

 

  • Un ulteriore aspetto riguarda il destino dei musei archeologici. Con la separazione dei Musei dalle Soprintendenze, i Musei Archeologici Nazionali e le aree archeologiche strutturate hanno perso in molti casi il contatto organico con il territorio e gli scavi. Per quanto oggigiorno molto si parli di musei multiculturali e con una visione di apertura internazionale, non possiamo non considerare come i musei archeologici (Nazionali, ma anche Civici) costituiscano il naturale riferimento espositivo degli scavi condotti nelle città e sui territori nei quali si trovano ad operare e il collegamento dei musei con il loro territorio rientri tra gli obiettivi generali indicati dal Ministero nella gestione dei musei. Attualmente una non chiara definizione dei ruoli, delle competenze e dei processi decisionali e attuativi per e sul territorio rischia di creare un diaframma sempre più netto tra tutela e valorizzazione, la cui ovvia e legittima sovrapposizione in taluni casi è lasciata alla sola iniziativa e “buona volontà” dei funzionari che lavorano nei diversi Istituti, piuttosto che a legittime e codificate procedure interne al Ministero.

Inoltre, il passaggio di alcune aree archeologiche e musei ai Poli Museali e, di contro, il permanere alla competenza delle Soprintendenze di numerosissimi aree e monumenti archeologici sparsi sul territorio, non strutturati in parchi veri e propri e quindi inevitabilmente non destinati a un vero e proprio programma di valorizzazione, ne rende le sorti ancora più incerte anche per la scarsità di risorse per la manutenzione e il restauro , creando inevitabilmente il delinearsi di luoghi di cultura di serie A e B.

Permane la sensazione di una forte contraddizione tra l’intento unificatore della riforma, per meglio rispondere alle esigenze del territorio, e la scelta di separare gli istituti di tutela e valorizzazione. Una capacità di intervento globale può partire solo da una forte connessione tra tutti gli elementi della filiera: conoscenza, ricerca, tutela, conservazione, valorizzazione e gestione.

Si ritiene quindi utile avviare un confronto che porti a tale visione globale e che possa anche prendere in considerazione la riconnessione delle competenze di tutela e valorizzazione per quei musei e aree archeologiche non autonomi ora inseriti in Poli museali estremamente eterogenei.

 

  • Queste oggettive disorganizzazioni hanno, inoltre, incisive e drammatiche ricadute sulla componente professionale privata, sia in forma di libera professione che di impresa, che dalla corretta e diligente gestione di tutela, ricerca e valorizzazione in buona parte dipende e che negli anni ha svolto notevoli investimenti in formazione e tecnologie. Infatti, come anticipato, da un lato la minore incisività nella tutela archeologica registra una riduzione del numero degli scavi per archeologia preventiva e d’emergenza, dall’altro i musei di serie B non ricevendo adeguate, o per nulla, sovvenzioni, sono costretti a ridurre, nei casi fortunati, o cancellare del tutto attività di ricerca, promozione e valorizzazione adeguate, campi in cui la componente professionale privata ha ampiamente apportato negli anni il proprio contributo.

 

  • La recente pubblicazione del D.M. 154/2017 sulla qualificazione degli operatori economici abilitati ad eseguire i lavori sui BBCC tutelati, ha portato nuovamente in evidenza il grave ed ormai annoso problema della mancata pubblicazione del regolamento attuativo della legge 110/2014 riguardante, fra gli altri, il profilo professionale e formativo degli archeologi e la tenuta del relativo elenco presso il MiBACT. Preso atto dell’ampia consultazione effettuata al riguardo dal MiBACT e durata più di due anni, con la partecipazione di tutte le associazioni di categoria, di impresa e delle consulte universitarie, si chiede, vista l’urgenza di dare una regolamentazione al settore, che venga emanato il relativo Decreto, il cui iter amministrativo è ormai concluso ed essendo intervenuta anche l’approvazione del MIUR. La pubblicazione del decreto garantirebbe chiarezza sugli inquadramenti professionali del personale operante nel settore e risolverebbe molte conflittualità che attualmente si registrano sempre più frequentemente sia nelle attività ordinarie che negli appalti pubblici.

 

Le Associazioni:

 

API – Archeologi Pubblico Impiego MiBACT

ARCHEOIMPRESE

ASSOTECNICI – Associazione Nazionale dei Tecnici per il Patrimonio Culturale

CIA – Confederazione Italiana Archeologi

CNA coordinamento archeologi

CNAP – Confederazione nazionale Archeologi Professionisti;

FAP – Federazione Archeologi Professionisti;

Mi Riconosci? Sono un Professionista dei Beni Culturali

LEGACOOP produzione e servizi

 

Bonisoli 2

 

Concorsi pasquali

API MiBACT condivide il dissenso manifestato da altre associazioni di categoria per la pubblicazione, a ridosso delle festività pasquali e con un governo dimissionario, del bando per la stabilizzazione di liberi professionisti, assunti come collaboratori nella Segreteria Tecnica di Progettazione del Grande Progetto Pompei (GPP), attraverso una procedura basata solo su titoli e colloquio, senza passare attraverso un concorso pubblico, e per figure professionali (archeologi ed architetti) già previste nel concorso appena espletato.

Nel caso in cui una struttura MiBACT sia dotata di specifica autonomia finanziaria sancita dalla legge e abbia la necessità di rafforzare una propria struttura, come una segreteria tecnica, può anche procedere con assunzioni, ma che siano a tempo determinato e per specifici progetti in corso, ma che non prefigurino diritti a scapito di coloro che hanno regolarmente sostenuto un regolare concorso e attendono l’ assunzione nella posizione di idonei.

API MiBACT, nel ribadire i contenuti della propria nota sul tema del 18/12/2017 in merito agli “Emendamenti natalizi”, ribadisce la propria contrarietà alla procedura, ritenendo che non si possano legittimamente usare soluzioni diverse di assunzione per profili come quello di funzionario dello Stato. Nelle pubbliche amministrazioni si accede solo per concorso pubblico aperto a tutti e sulla base della valutazione delle competenze e dei titoli, non per cooptazione e nemmeno utilizzando modalità che sanno di favoritismo personale.

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Elenchi e professioni – L’intervento di API all’incontro del 16 febbraio

Il 16 Febbraio Assotecnici si è fatta promotrice di un incontro dal titolo “Elenchi e Professioni”, tenutosi a Roma, presso Palazzo Massimo, e che ha visto vari interventi di associazioni professionali e di imprese del settore archeologico.

L’evento ha costituito un importante momento di condivisione delle problematiche che affliggono la nostra categoria, e ha consentito di fare il punto sulla questione dei profili professionali, che attendono ancora di essere normati da un DM che ancora attende di essere emanato.

Qui di seguito l’intervento del nostro presidente, Italo Muntoni:

API-MiBACT ha accolto con piacere l’invito per questa occasione d’incontro sul tema degli “Elenchi e Professioni”, promosso da Assotecnici, che rappresenta una occasione di dialogo fra diverse associazioni del mondo archeologico e delle diverse professioni dei beni culturali, nel solco della lettera aperta che l’Associazione ha inviato nel marzo 2017 ai professionisti, alle imprese e alle società di archeologi.

API-MiBACT ritiene che l’approvazione della L. 110/2014, che introduce anche l’art. 9bis nel Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio, sia una tappa fondamentale in quanto riconosce la centralità del tema delle competenze, atteso che “gli interventi operativi di tutela, protezione e conservazione dei beni culturali nonché quelli relativi alla valorizzazione e alla fruizione dei beni stessi… sono affidati alla responsabilità e all’attuazione, secondo le rispettive competenze” (art. 9bis) delle diverse figure professionali. Ci si augura infatti che tale questione possa trovare piena attuazione anche all’interno del Ministero, soprattutto in relazione alla necessità che la responsabilità e l’attuazione degli interventi operativi di tutela, protezione, conservazione, fruizione e valorizzazione dei beni archeologici siano affidate al personale tecnico-scientifico specialistico per il settore disciplinare, ponendo un argine alla deriva “olistica” che il MiBACT ha assunto dopo la riforma, in cui sempre più spesso la direzione di musei, parchi, cantieri, lavori strettamente archeologici viene affidata a figure professionali diverse dagli archeologi e non in possesso delle adeguate competenze.

API-MiBACT esprime al contempo il proprio apprezzamento per il metodo utilizzato nel lavoro svolto dalla Direzione generale Educazione e Ricerca per la definizione dei requisiti di conoscenza, abilità e competenza per la figura professionale degli operatori beni culturali – nel caso specifico, degli archeologi – che, come suggerito dall’art. 2 della legge stessa, ha previsto il coinvolgimento dei diversi soggetti interessati, tra cui le associazioni di categoria. Ovviamente si resta in attesa di conoscere i risultati di questo lavoro, arricchito dai contributi di tutti i soggetti coinvolti, auspicando che possa essere trovata una sintesi alta tra le diverse esigenze e richieste manifestate. Dispiace che un simile coinvolgimento della componente tecnico-scientifica del MiBACT non si sia invece verificato, nonostante le rinnovate richieste di incontro e di dialogo formulate anche da API-MiBACT in rappresentanza dei propri iscritti, nella fase particolarmente complessa che la radicale riorganizzazione della struttura centrale e periferica del Ministero ha inevitabilmente comportato.

API-MIBACT esprime la propria profonda preoccupazione per il fatto che, ad oltre un anno dalla conclusione della consultazione avviata dalla DG-ER, il regolamento della L. 110/2014 non abbia ancora trovato una definitiva formalizzazione. Oltre a vanificare l’efficacia della legge sui professionisti, ciò comporta la mancanza di un coordinamento con le altre normative di settore, a partire dal DM 154/2017 relativo al “Regolamento concernente gli appalti pubblici di lavori riguardanti i beni culturali tutelati ai sensi del D.Lgs. 42/2004”, che contiene indicazioni significativamente diverse in ordine al profilo dell’archeologo:

  • L’art. 13 del DM 154 specifica infatti al comma 3, tra i requisiti di qualificazione dei direttori tecnici delle imprese per lavori relativi alla categoria OS25, il possesso dei titoli di cui all’art. 25, c. 2 del Codice degli Appalti, al momento l’unica definizione dell’archeologo rinvenibile nella normativa, cui si aggiunge al comma 4 il requisito di almeno due anni di esperienza nel settore dei lavori sui beni culturali.
  • Solo all’art. 22 del medesimo DM 154, in merito alla Progettazione, direzione lavori e attività accessorie, si precisa che questepossono essere espletate anche da un soggetto con qualifica di restauratore di beni culturali ai sensi della vigente normativa, ovvero, secondo la tipologia dei lavori, da altri professionisti di cui all’articolo 9 -bis del Codice dei beni culturali e del paesaggio. In ambedue i casi sono richiesti un’esperienza almeno quinquennale e il possesso di specifiche competenze coerenti con l’intervento”, richiamando in maniera esplicita elenchi e profili oggetto della presente iniziativa.
  • Definizione forse ancora più generica si rinviene invece all’art. 25, in merito al collaudo di dei lavori riguardanti i Beni Culturali dove si precisa, al comma 4 che “Per il collaudo dei beni relativi alla categoria OS 25 l’organo di collaudo comprende anche un archeologo in possesso di specifica esperienza e capacità professionale coerenti con l’intervento nonché un restauratore entrambi con esperienza almeno quinquennale in possesso di specifiche competenze coerenti con l’intervento”.

In conclusione, API-MiBACT ritiene indispensabile che si giunga al più presto alla pubblicazione del regolamento, che potrebbe finalmente assicurare:

  • la valorizzazione delle competenze di carattere tecnico-scientifico, come già anticipato, intese come summa di formazione, esperienze ed abilità;
  • la definizione del carattere strettamente professionale del lavoro dell’archeologo, rimasto finora privo di una precisa regolamentazione, che non solo darà finalmente dignità a chi opera nel campo, ma sgombrerà anche il campo dalle attività dilettantistiche che mettono a rischio la conoscenza e la tutela del patrimonio archeologico;
  • l’istituzione di elenchi nazionali, informati a criteri certi e principi di pubblicità e trasparenza, a cui potranno attingere tanto gli uffici ministeriali quanto le stazioni appaltanti e i committenti per conferire gli incarichi relativi agli interventi operativi di tutela, protezione, conservazione, fruizione e valorizzazione dei beni culturali, che auspicabilmente ridurrà i margini di discrezionalità e, talvolta, di arbitrarietà delle scelte.

Al tempo stesso, si osserva che la definizione dei requisiti professionali e degli elenchi costituisce soltanto il primo, importante passo di un processo che, per dirsi pienamente compiuto, dovrà garantire:

  • l’efficacia e la piena operatività degli elenchi (diversamente da quanto accaduto negli anni passati per gli elenchi previsti dalla legge sull’archeologia preventiva);
  • l’effettiva rispondenza del livello delle figure professionali impiegate (Archeologo di I, II, III fascia) al grado di complessità dell’attività da svolgere, soprattutto nei lavori a committenza privata;
  • il raggiungimento nelle tariffe professionali di un compenso equo e coerente alla definizione di diversi livelli di competenza, presupposto indispensabile per superare da un lato l’attuale deregulation del mercato e garantire dall’altro elevati standards qualitativi nella conduzione dei cantieri archeologici e nella redazione della documentazione di scavo.

Palazzo massimo 2

La politica e il Museo. Solidarietà a Christian Greco

Apprendiamo con profondo sconcerto le pesanti minacce delle quali il dott. Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino è stato fatto oggetto in queste ore da parte di alti dirigenti di un partito politico.

La nostra Associazione, fin dalla sua fondazione, si è battuta e si batte per difendere la libertà della cultura e la terzietà di quanti si occupano di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico. Esprimiamo dunque al direttore Greco tutta la solidarietà di API – MiBACT. Riteniamo inaccettabile che una forza politica possa condurre un attacco così aperto e grossolano contro chi, come il dott. Greco, esercita un ruolo che DEVE essere libero da pressioni e da ingerenze che nulla hanno a che fare con le sue mansioni scientifiche e tecniche.

Fermo restando che il direttore del Museo Egizio è nominato dalla Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino e non dal Governo, il vile attacco da lui subito è l’indice di una deriva che coinvolge l’intero ambito dei beni culturali in Italia: soprintendenti assunti con contratti di tipo privatistico e direttori di musei autonomi nominati direttamente da Ministro dei Beni Culturali rischiano di essere sempre maggiormente legati al potere politico e ai mutamenti di governo, e di conseguenza sempre meno liberi di esercitare pienamente i ruoli di gestione e controllo che sarebbero chiamati a ricoprire.

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La Scuola del Patrimonio: un Patrimonio di tutti, una Scuola per pochi

A due anni dalla sua istituzione, nel dicembre del 2015, la Scuola dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo ha pubblicato l’8 gennaio scorso il primo, atteso Bando di selezione allievi per l’ammissione al 1° ciclo del corso denominato “Scuola del Patrimonio”.
Come evidenziato dal bando, la “Scuola del Patrimonio” è un corso di perfezionamento di durata biennale, che si colloca nella “fase formativa di passaggio tra la conclusione degli studi di livello post-lauream e l’ingresso nel mondo del lavoro in ambito sia pubblico che privato” e ha l’obiettivo precipuo di “formare gli allievi alle funzioni direttive e dirigenziali in materia di patrimonio e attività culturali e turismo, ai fini del
collocamento nel settore pubblico o privato in ambito nazionale e internazionale”. Il percorso di formazione – avanzato, multidisciplinare e di livello internazionale – prevede nel primo anno la frequenza di un modulo comune (1.050 ore di lezione) e, a scelta, di uno tra i sei moduli specialistici (215 ore di lezione), e nel secondo anno uno o due periodi di “internship” da svolgersi presso soggetti pubblici o privati operanti nei
settori del patrimonio culturale o del turismo.
Pur apprezzando il tentativo di offrire un inedito percorso di alta formazione in materia di tutela e gestione del patrimonio culturale e il fatto che la frequenza alla Scuola sia gratuita, l’associazione degli Archeologi del Pubblico Impiego – MiBACT non può che unirsi al coro di quanti, nelle ultime settimane, hanno messo in evidenza le forti contraddizioni tra i contenuti del bando e quella che, nelle parole pronunciate dal Ministro, Franceschini nel 2015 doveva essere la missione istituzionale della Scuola (“Una scuola di specializzazione, quindi alla conclusione del percorso formativo […] che avrà una parte di formazione interna per soprintendenti, direttori dei musei e professionisti della cultura, e una parte internazionale in cui potremo offrire nei rapporti bilaterali la possibilità di venire […] a completare il proprio percorso formativo in Italia: archeologi, storici dell’arte, restauratori”, fonte http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito- MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1966592022.html). Delle tre affermazioni del Ministro, almeno due sono state completamente disattese dal bando:
1) Non si tratta di una scuola di specializzazione, alternativa a quelle già esistenti presso le principali università italiane, bensì di una scuola di perfezionamento successiva al conseguimento del titolo post-lauream (specializzazione e/o dottorato), che dilata a 9-10 anni il percorso formativo nel campo dei beni culturali.
2) La scuola non è, evidentemente, rivolta né ai funzionari né ai dirigenti del MiBACT, così come non è rivolta a buona parte dei professionisti della cultura, perché la maggior parte di loro difetta del principale requisito d’accesso, avere un’età inferiore ai quarant’anni. La gran parte dei funzionari, anche quelli assunti nell’ultimo e nel penultimo concorso, banditi nel 2008 e nel 2016, ha infatti passato almeno 10 anni a formarsi (tra laurea quadriennale o triennale+magistrale, specializzazione e/o dottorato) presso le Università italiana che erano all’avanguardia nella formazione in materie archeologiche.
La quantità delle ore di lezione previste nel primo anno e l’impegno richiesto dall’internship – traducibile, in modo molto meno accattivante ma più aderente alla realtà, come “tirocinio a titolo gratuito” – rende inoltre la frequenza della Scuola del Patrimonio assolutamente inconciliabile con l’esercizio di una qualsiasi attività professionale e del tutto incompatibile con il ruolo dei dipendenti MiBACT. Ciò appare tanto più discriminatorio in quanto è lecito immaginare che l’aver frequentato la Scuola del Patrimonio determinerà la maturazione di un punteggio nei futuri concorsi per funzionari e/o dirigenti.
Nell’esprimere il profondo sconcerto nei confronti di una Scuola del Patrimonio che nasce elitaria e di un bando palesemente discriminatorio, l’associazione degli Archeologi del Pubblico Impiego – MiBACT non può inoltre esimersi dal manifestare la propria delusione per l’ennesima occasione mancata, quella di costruire percorsi formativi che mettano il personale interno al Ministero nelle condizioni di affrontare i profondi cambiamenti giuridici, amministrativi e gestionali che negli ultimi anni hanno riguardato la materia della tutela e della valorizzazione dei beni culturali.
L’Associazione degli Archeologi del Pubblico Impiego chiede quindi:
– un generale e profondo ripensamento sulla natura, le finalità e gli obiettivi della Scuola dei Beni e  delle Attività Culturali e del Turismo;
– l’equiparazione della Scuola del Patrimonio alle scuole di specializzazione di livello post-lauream, accessibili con la laurea specialistica o la laurea vecchio ordinamento;
– l’assicurazione che il titolo rilasciato dalla Scuola del Patrimonio non costituisca non solo un requisito d’accesso, ma neppure titolo preferenziale nei futuri concorsi per accedere alle qualifiche di Funzionario e/o di Dirigente MiBACT, ma sia in tutto e per tutto equiparato al titolo rilasciato dalle scuole di specializzazione universitarie o al dottorato di ricerca;
– l’attivazione di corsi di perfezionamento privi di qualsiasi requisito d’accesso legato all’età e strutturati in modo tale da garantire la compatibilità con l’esercizio dell’attività lavorativa e/o professionale;
– l’attivazione di percorsi formativi specifici e continui per le tutte le professionalità interne al MiBACT e non soltanto per chi comincia ad operarvi (v. corso programmato per i funzionari neoassunti, fonte http://scuolapatrimonio.beniculturali.it/?page_id=11) e, in particolare:
– l’ampliamento delle opportunità formative per il personale tecnico del MiBACT con l’attivazione di master executive (quindi organizzati in tempi compatibili con il lavoro d’ufficio) riconosciuti ad hoc su temi oggi cruciali come il flusso di lavoro nelle Soprintendenze ABAP, il nuovo Codice degli Appalti e il correlato Regolamento per i lavori riguardanti i beni culturali (DM 154/2017), eventualmente intervenendo nel caso sulle quote di permessi di 150 h che sono talmente ristretti (3% del personale di un ufficio) da limitare fortemente la possibilità di accedere a percorsi formativi per tutti quelli che lo vorrebbero.
Con l’auspicio che la Scuola dei Beni Culturali e delle Attività Culturali del Turismo possa diventare davvero un’occasione per tutti e non soltanto per pochi.
colosseo