Scivoloni milanesi

Il volto seminascosto da mascherina anti-contagio e da elmetto da cantiere, il sindaco di Milano Beppe Sala ha orgogliosamente mostrato, in un video postato sul proprio profilo facebook ufficiale, che anche in una città messa in scacco dalla pandemia i lavori per la Metro M4 non si fermano. A rammaricare il primo cittadino però non sono tanto i problemi legati alla COVID-19, quanto lo sciagurato rinvenimento di strutture murarie di interesse archeologico, che appaiono a favore di telecamera accompagnate dai suoi commenti ironici, quasi a consolare l’ingegner Mannella, presidente del consorzio dei costruttori: “Mancavano solo i muri romani eh? Quando le cose vanno in un certo modo non ce n’è!”.

Troviamo francamente inaccettabile che in un contesto come quello che ci troviamo a vivere, gravato da pesanti incognite per il futuro dovute all’emergenza sanitaria che ha colpito il nostro Paese e ha letteralmente travolto Milano e la Lombardia, il Sindaco di una città che ha cercato negli ultimi anni di accreditarsi come motore non solo economico, ma anche culturale dell’Italia, pronunci frasi così improvvide, mostrando spregio e disinteresse nei confronti delle radici storiche del territorio che ha l’onore di amministrare.

Signor Sindaco, speriamo che simili affermazioni siano solo il frutto dello stress che i gravosi compiti dei quali è investito in queste settimane le hanno procurato. Ci auguriamo dunque che ella voglia porgere le sue scuse a tutti gli archeologi, dai colleghi delle Soprintendenze che assicurano, ove necessario, la propria presenza sui cantieri ancora aperti, ai professionisti impegnati senza sosta nelle attività indifferibili di scavo e sorveglianza, a quanti in questo periodo sono bloccati a casa senza lavoro. Perché la rinascita del nostro Paese non può prescindere dalla mobilitazione delle nostre migliori energie intellettuali e dalla valorizzazione delle nostre risorse culturali, ivi compresa l’attività di tutela del patrimonio, senza deroghe o scorciatoie trovate in nome della ripresa economica.

Screenshot video Sala

Il virus della polemica

Negli scorsi giorni il sito Emergenza Cultura ha ospitato il contributo (discutibile, a partire dal titolo) di una collega che raccontava, con accenti polemici, la propria esperienza di smart working in questa fase di emergenza sanitaria. L’articolo ha scatenato un acceso dibattito in rete, a cui hanno preso parte molti funzionari del MiBACT, ma anche docenti universitari, Senatori della Repubblica e Sindacati. La nostra stessa Associazione ha pacatamente ma fermamente espresso la propria posizione nei commenti al post su facebook, sottolineando la necessità di evitare, in questa fase, polemiche sterili su questioni tecniche squisitamente interne al Ministero, spronando tutti ad ampliare lo sguardo verso quanti, archeologi e non, continuano a lavorare mettendo spesso a repentaglio la propria salute e la propria vita o hanno perso il posto a causa della crisi. Del resto, API ha avuto modo già nelle scorse settimane di segnalare a più riprese le gravi criticità legate alle circolari applicative dei decreti governativi emergenziali, richiamando i dirigenti centrali e periferici alle proprie responsabilità (qui, qui e qui).

Progressivamente il “dibattito” ha preso toni ed espressioni che appaiono non commisurati al tema e alla situazione, fuori luogo e finanche lesivi della dignità del personale del Ministero. In buona sostanza, i tanti colleghi che hanno manifestato posizioni non in linea con quelle dell’articolo di Emergenza Cultura, sono stati tacciati da una Senatrice della Repubblica del più bieco servilismo nei confronti del Ministro: “pronti a baciare al passaggio suo e della sua corte” o addirittura “lombrichi che si aggrovigliano … nel tascapane del pescatore”.

Stupiti e sdegnati, rigettiamo in toto tali offese, nelle quali riecheggiano pessime abitudini della politica italiana. Riteniamo doveroso ribadire la nostra posizione a sostegno dei professionisti archeologi operanti direttamente sul campo, e più in generale di chi è costretto a recarsi fuori casa per il lavoro o a rischio di perdita del proprio posto, e rivendichiamo fieramente la nostra posizione, che è costantemente stata di critica spesso dura, ma sempre costruttiva, all’organizzazione del Ministero e alle posizioni dei Ministri che si sono succeduti in questi anni.

Chiediamo dunque a tutti di abbassare i toni di questa polemica di cui, in questo momento, nessuno sentiva il bisogno. Per rispetto ad un Paese alle prese con una crisi senza precedenti e di quanti hanno perso la propria personale battaglia contro la malattia.

Scrivania di polvere
Jimmy Durham, Petrified Forest. Photo by Pierluigi Giroldini

Archeologia ed emergenza COVID-19

A pochi giorni dall’appello congiunto delle Associazioni di categoria e dopo una prima nota in cui segnalavamo la grave situazione degli Uffici lombardi, torniamo a far sentire la nostra voce sulle questioni legate all’emergenza Coronavirus, per chiedere la sospensione delle attività di sorveglianza e scavo archeologico su tutti i cantieri. Perché la tutela archeologica e la salute dei lavoratori devono essere entrambe considerate prioritarie.

Di seguito il testo della nostra nota, inviata ai competenti organi centrali del Ministero.

 

Considerata la perdurante situazione di emergenza sanitaria da COVID-19 che investe ormai l’intero territorio nazionale, con un trend di casi purtroppo in continuo aumento, API – Archeologi del Pubblico Impiego rileva con viva preoccupazione che le disposizioni fornite sino ad ora da codeste Direzioni Generali (in particolare con la Circolare 10 della DG ABAP del 18/03/2020 e con la nota della DG MU prot. 4344 del 17/03/2020, che fanno seguito alla Circolare n. 18 del SG del 16/03/2020), non contengono alcuna indicazione vincolante ed univoca per tutte le sedi periferiche (Soprintendenze ABAP, che Direzioni Regionali Musei, Istituti autonomi) per tutelare i lavoratori delle sedi MiBACT, in particolare nelle Regioni dell’Italia settentrionale che registrano il maggior numero di casi di contagio e per le quali ci saremmo aspettati l’emanazione di apposite disposizioni, come già richiesto da questa Associazione lo scorso 16 marzo con nota formale alla quale attendiamo tutt’ora riscontro.

Si è dunque venuta a determinare una grave disomogeneità a livello nazionale, pur in presenza di una comune situazione emergenziale, legata all’ampia discrezionalità lasciata ai singoli Dirigenti su quali siano realmente i servizi minimi indifferibili per garantire la funzionalità delle sedi: attualmente alcuni Uffici risultano del tutto chiusi, con tutti i lavoratori in modalità di smart working, mentre in altri si persiste con un’apertura assicurata dalla rotazione del personale. Particolari difficoltà nell’affrontare la gestione di questa condizione si manifestano nelle Soprintendenze di più recente istituzione, pesantemente sotto-organico e spesso prive di dirigenti dedicati (con ruoli ricoperti ad interim), per le quali la gestione è nei fatti lasciata in carico al personale in servizio.

Sono del tutto mancate e continuano a mancare indicazioni univoche e vincolanti su quali siano “le attività indifferibili da rendere in presenza”, fatta salva la oggettiva necessità di garantire negli istituti e nei luoghi della cultura idonei presidi di vigilanza. Si rileva che altre Direzioni dello stesso Ministero, quale in particolare la Direzione Generale Biblioteche e Diritto d’Autore, con propria Circolare n. 9 del 19/03/2020, hanno fornito in maniera dettagliata e circostanziata le indicazioni in ordine alle attività indifferibili.

È evidente che la continuità dell’azione amministrativa possa essere assicurata con l’utilizzo delle piattaforme, quali Giada, che consentono la completa dematerializzazione del flusso documentale e che possono essere ordinariamente gestite in modalità agile dai funzionari istruttori e dai Dirigenti, garantendo la ragionevole durata e la celere conclusione dei procedimenti stessi, pur vigendo la sospensione dei termini amministrativi, stabilita dall’art. 103, c. 1, del D.L. 18 “Cura Italia” del 18/03/2020.

API – Archeologi del Pubblico Impiego segnala altresì la assoluta mancanza di disposizioni in merito all’esercizio delle funzioni istituzionali di tutela, considerando da una parte quanto disposto dalla Circolare n. 9 del 10/03/2020 della DG ABAP (“salvo casi di assoluta indifferibilità ed urgenza da valutare a cura dei dirigenti, ai quali si rimanda l’adozione di tutte le dovute cautele, i medesimi disporranno la sospensione delle missioni in Italia e all’estero nonché dei sopralluoghi di servizio”) e dall’altra la persistente operatività di cantieri dove società specializzate o singoli professionisti archeologi operano per scavi e/o attività di assistenza archeologica sotto la direzione scientifica del personale del Ministero, cui come noto competono in via esclusiva, ai sensi dell’art. 88 del D.Lgs. 42/2004, “le opere per il ritrovamento“ di beni archeologici.

Al momento le Soprintendenze non risultano essere in condizioni di esercitare i propri compiti di tutela attraverso l’adeguato svolgimento delle attività di ispezione e direzione scientifica, mentre pare non sempre garantita la possibilità di lavorare in sicurezza per i professionisti archeologi operanti direttamente sul campo, in condizioni che spesso non garantiscono il rispetto delle distanze minime di sicurezza. Nonostante che il nuovo DPCM del 22 marzo u.s. consideri le opere di cui al codice ATECO 42 (opere di pubblica utilità) tra quelle non coinvolte nello stop finalizzato al contenimento del contagio da COVID-19, si richiede dunque l’adozione di disposizioni generali finalizzate alla sospensione cautelativa di tutte le attività di scavo e/o assistenza archeologica, non essendo garantito l’esercizio delle funzioni istituzionali per cause di forza maggiore, con conseguente e necessario blocco delle attività connesse nei cantieri, salvo specifiche esigenze di opere di assoluta indifferibilità ed urgenza, quali quelle finalizzate alla gestione dell’attuale emergenza sanitaria.

In ultima analisi avremmo auspicato, da parte degli Organi Centrali del Ministero, un’attenzione più puntuale in merito agli aspetti critici che l’attuale emergenza comporta relativamente all’azione di tutela archeologica, soprattutto quella da esercitarsi su cantieri di terze parti, connessi con l’esecuzione di opere pubbliche e/o di pubblica utilità. Restiamo dunque in attesa di una risposta chiara da parte di codesti Uffici, che tenga conto di quanto più volte segnalato da questa Associazione e di quanto richiesto dall’appello congiunto delle Associazioni di settore del 13 marzo u.s.

 

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Credits: Sergei Piunninen via Pixabay

Lombardia: emergenza COVID – 19

Pubblichiamo di seguito il testo dell’appello che la nostra Associazione ha inviato agli Uffici Centrali e agli organi periferici lombardi del Ministero, affinché siano prese misure efficaci per la tutela della salute dei lavoratori, in una situazione nella quale operare in sicurezza per la tutela territoriale diventa sempre più difficile.

 

Considerata la situazione di emergenza sanitaria da COVID-19 che vede alcune province lombarde identificate come zona rossa fin dal DPCM del 25 febbraio 2020 e che allo stato attuale individua la Lombardia come la Regione più colpita a livello nazionale (13.272 casi al 15 marzo sul totale nazionale di 24.747) e in particolare le province di Bergamo, Brescia, Cremona, Lodi e Milano come quelle in cui si registra il maggior numero di infetti, purtroppo in continuo aumento, API – Archeologi del Pubblico Impiego – Lombardia rileva con rammarico come nessuna indicazione specifica sia stata ad oggi fornita per tutelare i lavoratori e gli utenti delle sedi MiBACT relative ai territori menzionati. Nella circolare 8/2020 della Direzione Generale ABAP si arriva addirittura al paradosso dell’allegato 2 in cui, per poter usufruire del lavoro agile, anche a chi è residente in una zona rossa viene chiesto di dichiarare di non essere o essere transitato nel territorio di una zona rossa.

In particolare, nessuna disposizione è stata data in merito alla gestione dell’emergenza. Né appaiono sufficienti le disposizioni, estremamente vaghe e generiche, contenute nella Circolare n. 17 emanata dal Segretariato Generale lo scorso 11 marzo, nella quale mancano le indicazioni sulle attività ritenute indifferibili e sui servizi minimi da garantire, ma che soprattutto non tiene conto dei diversi livelli di emergenza presenti sul territorio nazionale. Stante la situazione assolutamente drammatica e senza precedenti che caratterizza alcune aree del paese, e segnatamente le provincie lombarde, si imporrebbero invece, anche da parte del Ministero, misure che tenessero conto dell’elevatissimo livello di rischio per i lavoratori di queste ultime, allo scopo di salvaguardarne in modo efficace la salute.

 

dott. Italo M. Muntoni                                                               dott.ssa Grazia Maria Facchinetti

Presidente Nazionale di API – MiBACT                                   Coordinatore Regionale di API – MiBACT Lombardia

MILANO SOPRINTENDENZA

 

Comunicato congiunto a tutela della categoria degli archeologi

MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITA’ CULTURALI E PER IL TURISMO

MINISTERO ECONOMIA E FINANZA

MINISTERO INFRASTRUTTURE E TRASPORTI

MINISTERO DEL LAVORO E DELLE POLITICHE SOCIALI

MINISTERO DELLA SALUTE

MINISTERO DELLO SVILUPPO ECONOMICO

 

Egregi Ministri,

le sottoscritte Associazioni, in questi giorni di provvedimenti straordinari che hanno portato alla temporanea chiusura di molti servizi ed esercizi economici non essenziali ma non delle attività industriali tra cui i cantieri in cui operiamo, nel valutare con apprensione la situazione di archeologi e imprese specializzate che a vario titolo operano sul campo, chiedono che si vigili affinché anche nei cantieri pubblici e privati in cui si svolgono attività archeologiche vengano rispettate tutte le prescrizioni di cui ai DPCM in modo attento e scrupoloso.

Ministero, professionisti e imprese specializzate di archeologia hanno operato e devono operare per rendere sicuri i luoghi di lavoro, informando correttamente i lavoratori per tutelare la salute di tutti ed applicando, se possibile, le attività di smart working: pertanto chiediamo che i cantieri terzi in cui spesso operiamo, siano resi sicuri, idonei e tutelati da adeguati e aggiornati PSC. In questo auspichiamo la massima collaborazione da parte di tutti, in primis di Committenze, Direzione Lavori e Coordinatori della Sicurezza in fase di Esecuzione.

Dal punto di vista della tutela del patrimonio, vista la Circolare del Segretario Generale n° 16 del 10 marzo 2020 che contempla le missioni per esigenze indifferibili e nel rispetto delle norme di cui ai DPCM, si ritiene che vadano resi congruenti e univoci i criteri di autorizzazione da parte dei Soprintendenti e che i limiti alle attività ispettive e di controllo non comportino rischi per il patrimonio o eccessivi carichi di responsabilità sui funzionari o sugli operatori. Allo stesso modo, qualora non fosse possibile garantire, da parte degli organi ministeriali preposti alla tutela, l’adeguato svolgimento delle attività di ispezione e di Direzione Scientifica, sarà necessario interrompere gli interventi di tipo archeologico, con conseguente sospensione o rimodulazione dei lavori in corso.

Se le committenze non saranno in grado di garantire il rispetto delle normative di sicurezza, i professionisti, le imprese specializzate presenteranno formale istanza di sospensione dell’attività con valore per l’attivazione degli ammortizzatori sociali e senza ricadute sanzionatorie in termini di contratto. È necessario non scaricare la responsabilità sui professionisti, sulle imprese specializzate e sui funzionari e che lo Stato si assuma l’onere del controllo del rispetto di dette normative sui cantieri attraverso controlli straordinari, condotti con il massimo rigore e serietà.

Riteniamo indispensabile stabilire fin d’ora, di concerto con il Governo, misure di sostegno e salvaguardia delle imprese e dei loro dipendenti, nonché dei professionisti, con azioni quali il ricorso agli ammortizzatori sociali, forme di alleggerimento delle scadenze fiscali e contributive, sostegno e accesso al credito in concorso con ABI, sospensione delle vertenze e degli accertamenti dell’Agenzia delle Entrate.

Auspichiamo infine che siano prese misure organiche e lineari sull’intero territorio nazionale, al fine di non danneggiare, seppur in totale buona fede, alcuni territori rispetto ad altri, pertanto chiediamo con forza che singole azioni in materia di sicurezza sul lavoro e di sostegno a livello regionale o sub-regionale attivate in precedenza siano estese all’intero territorio nazionale.

 

Le Associazioni

ANA – Associazione Nazionale Archeologi

API – Archeologi Pubblico Impiego

ARCHEOIMPRESE – Associazione delle imprese archeologiche

ASSOTECNICI – Associazione Nazionale dei Tecnici per il Patrimonio Culturale

CIA – Confederazione Italiana Archeologi

CNA – Confederazione Nazionale Artigianato e p.m.i.

FAP – Federazione Archeologi Professionisti

LEGACOOP Produzione & Servizi

SCAVI pericolo

UNA NUOVA SABAP IN LOMBARDIA? Perché NO!

Si apprende con sconcerto e preoccupazione della creazione di una ulteriore, nuova, Soprintendenza ABAP in Lombardia che si aggiungerebbe alle quattro già esistenti.

Come funzionari archeologi che ben conoscono la situazione degli uffici periferici lombardi ci chiediamo come sia possibile costituire un nuovo ufficio a fronte della già grave situazione di quelli esistenti, privi delle dotazioni organiche minime che ne garantiscano il funzionamento e a breve ulteriormente messi alla prova a causa dei numerosi pensionamenti in corso.

Tale carenza di personale, è bene precisarlo, non riguarda tanto i funzionari tecnico-scientifici (archeologi, architetti, storici dell’arte), quanto i ruoli amministrativi e tecnici che dovrebbero garantire il funzionamento degli uffici. La Soprintendenza di Mantova, a quattro anni dalla sua creazione, si trova ad operare in carenza di personale e spazi per gli uffici, dal momento che mancano del tutto assistenti tecnici e collaboratori, mentre pochissime sono le figure operanti nel settore amministrativo e di gestione del personale e quelle addette al protocollo. La Soprintendenza di Brescia attualmente, oltre ad essere priva di direttore amministrativo e direttore del personale, è gravemente sotto organico per quanto riguarda i funzionari architetti. La SABAP per la Città Metropolitana di Milano lamenta una carenza di personale amministrativo. La SABAP per le province di Como, Lecco, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio e Varese, che dovrebbe essere interessata dalla creazione – per scissione – del nuovo Ufficio, è già adesso carente di tecnici e di personale addetto al protocollo e a breve subirà una drastica diminuzione del personale amministrativo a causa dei numerosi pensionamenti e resta quindi un mistero come non potrà garantire una copertura delle necessità di personale di due Soprintendenze.

Nell’esprimere apprensione anche per l’individuazione della sede della nuova Soprintendenza, data l’assenza di sedi disponibili, ci domandiamo che criterio, che non sia meramente relativo al numero di comuni, abitanti e all’estensione territoriale, abbia portato alla scelta di attribuire, sulla base di quanto noto finora, al nuovo Ufficio le province di Monza e della Brianza e di Pavia, territori che non solo non confinano fra loro, ma che hanno caratteristiche storiche, geografiche e di popolamento decisamente differenti.

Come funzionari archeologi segnaliamo con preoccupazione che l’ennesimo frazionamento degli uffici porterà ad un ulteriore indebolimento dell’attività di tutela degli uffici, già pesantemente colpiti dalle precedenti fasi di riforma, invitando ad una riconsiderazione della scelta di istituire una nuova Soprintendenza ABAP nella Regione Lombardia.

dott. Italo M. Muntoni                                                dott.ssa Grazia Maria Facchinetti

Presidente Nazionale di API – MiBACT                                   Coordinatore Regionale di API –                                                                                                                   MiBACT Lombardia

 

trowel e caschetto

L’occasione perduta

La recentissima soluzione della crisi di governo ci costringe ad impostare questo nostro contributo in forma di saluto indirizzato sia all’ex ministro dott. Bonisoli sia al nuovo Ministro on. Franceschini.  Si fa peraltro sempre più nebuloso il destino del DPCM 76/2019 di Riorganizzazione del Ministero; dopo lo stop ai decreti ministeriali attuativi, bloccati prima dell’approvazione da parte della Corte dei Conti, le ultime dichiarazioni del nuovo responsabile del nostro dicastero indicano la volontà di intervenire in qualche modo anche sul cuore del riassetto voluto dal suo predecessore.

Ci sembra comunque doveroso esprimere una serie di osservazioni scaturite sia dagli ultimi mesi di faticosa gestione della “riforma in itinere” sia dal testo del DPCM che degli stessi decreti attuativi, come anche dalla lettera indirizzata a tutti i dipendenti MiBAC dallo stesso Bonisoli il 2 settembre scorso.

Lungi dal voler inutilmente soffermarci sull’utilizzo di termini quali “riforma” o “contro-riforma”, è necessario intanto sgombrare il campo da un equivoco. Tutti i recenti atti normativi che hanno interessato il funzionamento del MiBAC sono di fatto regolamenti di organizzazione e, dunque, si utilizzerà tale formula invece della più invisa “riforma”. Contestiamo in ogni caso fortemente che Bonisoli riduca il DPCM ad una sostanza leggera (“alcune necessarie modifiche che ogni organizzazione complessa è tenuta dinamicamente ad introdurre”, cit.) sia perché, appunto, nel merito il DPCM ha introdotto sostanziali novità nell’articolazione ministeriale, sia perché rimangono davvero nebulosi gli obiettivi per i quali l’azione del ministro e dei suoi consiglieri ha stravolto l’assetto dei Poli museali e dei Segretariati regionali. Il MiBAC, ritornato ora a MiBACT, non equivale ad “ogni organizzazione complessa”; ha una struttura diversa rispetto a quella degli altri ministeri. Il MiBACT non è fatto solo di persone, di uffici e sedie da assegnare; il MiBACT detiene e gestisce il Patrimonio culturale di proprietà statale. Ogni operazione di “maquillage” condotta sugli uffici ha delle conseguenti ripercussioni proprio sulla gestione del Patrimonio. E questo nostro messaggio, nonostante la fase di ascolto dei soggetti portatori di interesse promossa nei mesi scorsi, non è purtroppo arrivato a destinazione.

Non si riesce davvero a comprendere come possa corrispondere al criterio della razionalità ed efficienza della PA un’operazione che, nei fatti, ha privato le periferie di sedi dirigenziali, determinando accorpamenti di funzioni senza alcuna logica ed indebolendo gli stessi uffici periferici a vantaggio della macchina centrale. Suona davvero vuota l’espressione “governance più forte” usata da Bonisoli per definire l’operazione.

Un meccanismo innovativo, come la COREPACU (elemento introdotto nel precedente DPCM 171/2014) è stato smantellato e l’azione volta all’elaborazione dei vincoli e delle Verifiche di Interesse Culturale, numerosissime, è ad oggi in un limbo procedurale che auspichiamo sia definitivamente superato, come già avviato della competente Direzione Generale, scongiurando il rischio di un rallentamento nell’emissione dei decreti o, peggio, di un mancato rispetto dei tempi di legge, per l’accentramento di queste procedure da tutta Italia negli Uffici centrali.

Auspichiamo peraltro davvero che la nuova Direzione Generale Contratti possa avere un impatto positivo sulla capacità di spesa e condividiamo in parte le valutazioni di Bonisoli su questo tema critico; a patto che si riconosca anche che le criticità nella capacità di spesa dipendono e derivano da una Programmazione ordinaria continuamente incerta, nei tempi e negli importi assegnati, oltre che da una cronica mancanza di personale amministrativo e/o di supporto per le attività di progettazione, che in periferia gravano pressoché totalmente sui funzionari tecnico-scientifici impegnati totalmente a svolgere l’attività di tutela e valorizzazione di loro competenza. Tuttavia, ferma restando l’utilità di disporre di supporti amministrativi nella nuova DG nel campo dei contratti e delle concessioni d’uso, stupisce e preoccupa non poco l’introduzione del concetto di “bene minore”, mai trattato prima, né a livello scientifico né a livello giuridico.

Certamente API deve soffermarsi sull’azione condotta nei confronti dei Poli museali. In più riprese (non solo il 21 marzo scorso) abbiamo manifestato la contrarietà al progetto nato col DPCM 171, proponendo di superare le divisioni con una nuova visione unitaria di gestione del Patrimonio, che ricomprenda – come è stato fino a pochi anni fa – tutela e valorizzazione. È questa senz’altro un’occasione perduta di sanare un vulnus culturalmente inaccettabile. Né sembra che gli interventi apportati possano condurre ad un vero superamento della situazione attuale, con musei di serie A e B, ma forse anche C. Le logiche delle reti territoriali appaiono confuse e inappropriate, in particolar modo in relazione agli accorpamenti extraregionali, quanto meno per come sono state disegnate dal DPCM 76 e dal successivo decreto ministeriale relativo alla riorganizzazione dei musei, poi ritirato. L’evoluzione in HUB, al di là del moderno gergo aeroportuale, manca di un solido progetto scientifico a monte e le reti lasciano senza soluzione i problemi già esistenti di mancato raccordo con i musei degli enti locali.

Rileviamo di certo l’impegno di Bonisoli nell’ambito delle assunzioni, ricordando tuttavia che l’operazione ci sembra essere pubblicizzata come azione eccezionale, quando invece si sostanzia in un necessario tappo alla gigantesca falla che si sta aprendo in tutte le aree a seguito dei pensionamenti. L’azione condotta è operazione necessaria esclusivamente per evitare il tracollo della struttura ministeriale e non di certo un rilancio del settore della cultura italiano ed europeo, come sbandierato.

Certo non possiamo ambire, con questo documento, ad entrare nei dettagli di ogni singolo articolo della riorganizzazione ministeriale. Tuttavia possiamo notare alcuni elementi macroscopici, a partire sia da elementi di forma, come l’ “illeggibilità” delle prime 6 pagine del decreto musei, composte da un rocambolesco ed indecente gioco di sostituzione di parole rispetto al decreto di fine 2014, sia da elementi di sostanza come l’incongruenza del progetto Musei Nazionali Etruschi. Su tale tema: se si raggruppano più musei ed aree su più regioni (Lazio e Toscana) non si comprende perché ad esempio ne sia escluso il Museo di Marzabotto, assegnato alla rete territoriale dell’Emilia Romagna, o addirittura Veio, che rimane in capo alla rete territoriale del Lazio. Potrebbe essere una svista o una dimenticanza, come quella che ha condotto alla scomparsa del neonato e neo-inaugurato Museo delle Navi di Pisa… di cui non vi è traccia.

Colpisce la logica applicata (se ce n’è una), che mira  –crediamo – a rendere giustizia ad un macro-fenomeno storico-culturale come la civiltà etrusca, ma che contraddice e smentisce la stessa logica organizzativa delle reti territoriali, rischiando di innescare cortocircuiti a livello soprattutto gestionale. Se il progetto, a monte, è culturale, allora forse meritava più attenzione e coinvolgimento e discussione, immaginando strumenti analoghi per altri macro-fenomeni di livello extra-regionale (la civiltà longobarda, ad esempio). Se invece il progetto è solo gestionale, allora non si comprende l’abolizione (!!!) del Polo del Friuli Venezia Giulia, con assegnazione al Castello di Miramare di tutte le sedi museali FVG, in una logica solo politica, preludio alla più agevole cessione della gestione da parte del MiBACT alla regione autonoma, sulla scorta delle spinte autonomistiche particolarmente forti in Regione.

Non si comprende, nuovamente, come l’accorpamento o scorporo dei luoghi della cultura, come disposto dall’art.3, c.4 del decreto di articolazione degli uffici dirigenziali di livello non generale, sulla base della loro collocazione nello stesso Comune (!) possa davvero aiutare la fruizione e la valorizzazione.

Le SABAP risultano essere uscite quasi indenni dall’intervento di riorganizzazione, per lo meno nel numero (ad eccezione di un cambio di denominazione in Abruzzo a partire dal 2020) e nelle competenze, se escludiamo la possibilità che possano attivare autonomamente dei nuclei dedicati all’archeologia subacquea (operazione che rinvia, ancora una volta, alla periferia l’ingrato compito di risolvere le questioni legate al personale preposto, alle attrezzature, alla capacità operativa, etc). Resta immutato anche il problema della valorizzazione nelle SABAP; ad una prima lettura dei documenti legati alla riorganizzazione ministeriale, non sembra chiaro quale debba essere il rapporto tra SABAP ed uffici centrali nel caso di interventi di valorizzazione o accordi di valorizzazione di aree e/o reperti statali che si trovano in zone o immobili di proprietà di enti locali. Sembrerebbe esserci una competenza specifica della Direzione Generale Musei, secondo l’art. 17, c. 2, lett. d, f, i del DPCM, ma forse anche della Direzione Generale Contratti, secondo l’art. 23, c.2, lett. e. Senza contare che la parola “valorizzazione” ancora una volta non compare fra le funzioni né delle SABAP né della Direzione Generale ABAP. In attesa dunque di ricevere indicazioni e linee-guida chiare, tutto ciò è ulteriore conferma della difficoltà intrinseca nell’affrontare le problematiche derivanti dall’artificiosa e dannosa divisione tra tutela e valorizzazione.

Appaiono poi illogici gli interventi di riorganizzazione dei Segretariati regionali, ora accorpati in buona parte e ridenominati; illogici soprattutto perché avrebbero dovuto riflettere quanto meno le discutibili modifiche territoriali apportate ai Poli / Direzioni Territoriali Reti Museali. Che senso ha, ad esempio, una rete territoriale di Lombardia e Veneto se poi anche il Segretariato distrettuale non segue la stessa logica organizzativa? Altrove invece l’accorpamento dei Poli è seguito da identico accorpamento dei Segretariati (v. il caso di Liguria e Piemonte). Insomma, un guazzabuglio ingiustificabile, ancora una volta condotto sulla pelle dei dipendenti.

In attesa di capire cosa succederà nelle prossime settimane e quale indirizzo darà il nuovo (vecchio ?!) ministro, speriamo davvero che termini presto questo stato di confusione mentale e organizzativa che sempre più –purtroppo – caratterizza questo sfortunato Ministero.

 

 

Archeologi Pubblico Impiego  – MiBACT