Considerazioni sui Responsabili d’Area nelle SABAP

Diciamo la verità. Seppur impegnati ad analizzare i risvolti della procedura di mobilità appena iniziata, da tempo sentiamo la necessità di commentare l’avvenuta pubblicazione di un documento ministeriale che spiegasse urbi et orbi compiti e funzioni dei responsabili delle aree funzionali nelle Soprintendenze, aree introdotte come novità assoluta nella faticosa riorganizzazione del Ministero, ed in particolare nella cosiddetta “fase 2” iniziata col D.M. 44/2016. Il documento in esame è la circolare 22 della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, successivamente integrata dalla 27.

 

Due parole sugli ultimi 10 mesi…

In effetti, sono passati molti mesi, dopo che gli organi centrali del Ministero hanno ordinato ai nuovi Soprintendenti unici (in carica dall’11 luglio) di nominare -previa selezione interna- i responsabili di area previsti dal DM 44/2016, prima di conoscere compiti e funzioni dei responsabili d’area. Giova ricordare che i Soprintendenti, vista l’assoluta mancanza di indicazioni sui compiti e le funzioni dei futuri responsabili, hanno di fatto interpretato in modo autonomo la natura di tale responsabilità. E altro non potevano fare. Ciò, però, ha comportato situazioni palesemente differenti in ogni Soprintendenza, sulle quali non ci dilungheremo, se non per ricordare che, in taluni casi, gli uffici non disponevano di personale sufficiente a coprire gli incarichi di responsabili delle 7 aree previste, in altri sono stati affidati gli incarichi a prescindere dal profilo tecnico, in altri ancora non sono stati affidati a causa di “interpello” deserto (ad esempio, in mancanza proprio di indicazioni su compiti e responsabilità amministrative, gli archeologi delle neonate 3 soprintendenze venete hanno scelto di non partecipare all’interpello, di fatto aprendo la strada per l’avocazione a sé del ruolo da parte dei 3 soprintendenti.

Tuttavia, pur in questa fluida situazione, i responsabili di area insieme ai loro colleghi hanno lavorato, in modo anche decisamente faticoso, per tentare di garantire quella continuità amministrativa tanto voluta e sbandierata dall’Amministrazione centrale dopo l’11 luglio. E per garantire un generale supporto (forse anche emotivo…!) ai vecchi-nuovi Soprintendenti, di fatto diventati “olistici” per decreto.

 

La circolare 22, la 27 e i nuovi orizzonti

Lo scopo della circolare 22 è di fornire il contenuto su cui lavorare agli attuali e ai futuri responsabili delle aree funzionali; tuttavia, appare subito chiaro, fin dalla prima lettura, che la circolare nasce zoppicante, poiché -a fronte delle indicazioni contenutistiche- specifica bene che la definizione dei compensi è ancora in discussione e dovrà essere sottoposta a contrattazione sindacale su base nazionale. Ma quindi: si applica subito oppure no? E la risposta -secondo logica- dovrebbe essere NO. Eppure, con la successiva circolare 27 (in particolare si legga il punto 5), il Ministero ritiene subito operative le nuove disposizioni!

Tornando alla 22, l’obiettivo è comunque dichiarato: “al fine di rendere omogeneo il nuovo modello organizzativo in tutta l’amministrazione periferica afferente alla Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio”, vengono precisati i compiti e le funzioni dei responsabili di area, “sentite le OO.SS. al tavolo nazionale del 13 aprile 2017”.

E qui cominciano ad emergere dei dubbi: possibile che le OO.SS. non abbiano nulla da dire in merito alla palese contraddizione tra l’aver dettagliato in modo anche pesante alcuni compiti e l’assoluta mancanza di certezze sui compensi economici e sul possibile conflitto tra le nuove “figure professionali” e i profili previsti dal mansionario in vigore nel Ministero?

Inoltre: possibile che ancora una volta, pretendendo di “rendere omogeneo il modello organizzativo”, vengano tenuti in disparte osservazioni, suggerimenti e quant’altro forniti dai tecnici del Ministero che quotidianamente si confrontano con i problemi di organizzazione del lavoro?

Comunque sia… sappiamo ora che “l’articolazione in aree funzionali ha lo scopo di supportare il Soprintendente nell’esercizio delle funzioni di tutela nel territorio di competenza” e che tale organizzazione “per aree tematiche” integra la “tradizionale organizzazione topografica”; tuttavia pare che non ci si renda conto che invece di integrare l’organizzazione topografica e le procedure amministrative, in realtà quella nuova tende forse più a creare dei comparti stagni. Ma sicuramente ci sbagliamo noi…

 

Veniamo a quelli che, secondo noi, sono aspetti decisamente problematici:

 

  1. In generale, l’assoluta novità è che il responsabile di area -salvo disposizione diversa del Soprintendente- sarà anche Responsabile del Procedimento di tutte le istruttorie della sua area, di fatto assumendo oneri e onori. Ma soprattutto oneri; per questo, i compensi previsti (che peraltro dovrebbero essere retro-attivi…, visto il ruolo di “responsabilità” iniziato a fine agosto 2016 in molte Soprintendenze) dovranno garantire una giusta remunerazione, non solo per i carichi di lavoro generale, ma anche per compensare le spese delle coperture assicurative che i responsabili di area dovranno sostenere. Ci si chiede in quale modo i responsabili d’area potranno effettivamente svolgere il ruolo di Responsabile del Procedimento per tutte le istruttorie dei funzionari dell’area di riferimento?! a fronte delle pesanti carenze di organico, che permarranno anche dopo il completamento del concorso in atto, come potranno i responsabili d’area mantenere i propri incarichi territoriali?

Insomma, nello stato in cui versano attualmente le Soprintendenze ci pare persista la mancanza delle minime garanzie per assumere o comunque sostenere questa responsabilità.

 

  1. Il testo della circolare entra poi nel merito delle funzioni dei vari responsabili, che sarebbe troppo lungo ed inutile elencare qui in dettaglio. Salta tuttavia agli occhi la decisa sproporzione tra i compiti del responsabile dell’area Organizzazione e Funzionamento e gli altri; pur supportato dai “responsabili delle unità organizzative amministrative dell’ufficio” (se presenti…!), dovrebbe curare tutte le procedure di gestione generale, dalle pulizie agli atti dell’Art Bonus, dal coordinamento del centralino e portineria alle interrogazioni parlamentari.

Ci chiediamo davvero quali siano state le informazioni in possesso di chi ha concordato il testo della circolare in merito alla reale situazione organizzativa degli uffici.

Peraltro ci sfugge il motivo per il quale, fra i vari incarichi, il responsabile di area sopra descritto non abbia alcuna voce in capitolo sull’importantissimo aspetto della contabilità generale degli uffici (aspetto che è letteralmente sparito dalla circolare; che sia un modo sottile per dire che gli uffici non avranno più una loro contabilità?).

 

  1. Per quanto concerne, invece, le funzioni dei responsabili delle aree tecniche in generale (ma bisogna prima augurarsi che via sia il personale in grado di coprirle tutte…), i compiti appaiono più equilibrati fra di loro e abbastanza definiti, anche se permangono alcuni dubbi. Ad esempio: i responsabili di area hanno anche la titolarità dei rapporti con gli esterni per le tematiche relative alla propria area di competenza? Se sì, di che tipo? Inoltre, se hanno il compito di coordinarsi con i responsabili di altre aree per concludere un’istrutturia di tipo misto, chi ha la titolarità della responsabilità del procedimento? Noi speriamo che le risposte dei dirigenti non siano discrezionali ma il più possibile omogenee sul territorio. Immaginiamo che al Soprintendente rimanga la facoltà di decidere l’interesse prevalente e dunque la titolarità di cui sopra.

 

  1. A fronte delle competenze che gli vengono attribuite e soprattutto della grande responsabilità di cui sopra, un dubbio permane insoluto: in situazioni particolarmente delicate e complesse quale sarà l’effettivo peso del giudizio tecnico di un coordinatore rispetto alle scelte del Dirigente, ovviamente nei settori non di specifica competenza tecnica del Soprintendente? Qualora si dovesse arrivare ad una divergenza di opinioni profonda e non sanabile, la scelta rimarrebbe in capo al Soprintendente? O potrebbe invece essere possibile per il coordinatore d’area chiedere l’espressione in merito del CO.RE.PA.CU. o, meglio ancora, trattandosi di problematiche di carattere tecnico, della Direzione Generale ed in particolare del Servizio di riferimento specifico?

 

  1. Ancora, non avremmo mai voluto leggere, in chiusura dei compiti di ciascun responsabile d’area tecnica, la formula: “ (Assicura il coordinamento per…) ogni altro compito affidato alla Soprintendenza in base al Codice e alle norme vigenti in relazione all’area tecnica di competenza”: espressione generale quanto basta sia per contraddire il proposito stesso della circolare sia per legittimare ogni più ampia interpretazione della formula stessa.

 

  1. Una cosa è certa, o così ci sembra perché ben conosciamo il contesto in cui lavoriamo: i responsabili delle aree di tipo tecnico, ed in particolare architetti, archeologi e storici dell’arte, difficilmente potrebbero sostenere anche il carico di responsabilità della tutela di un determinato comparto territoriale, come attualmente stanno invece facendo. Il territorio verosimilmente dovrebbe essere lasciato agli altri funzionari… In presenza di una macchina amministrativa in perfetta efficienza, completa nei suoi organici, fornita di mezzi e risorse adeguati, i Soprintendenti e i responsabili di area potrebbero certamente avvalersi del contributo di altro personale, specificamente individuato (in qualità di sub-coordinatore o di altro) per la gestione di temi specifici: pensiamo, ad esempio, alla necessità imposta dal recente DPR 31/2017 (Semplificazione delle procedure di autorizzazione paesaggistica) di individuare un referente unico delle procedure semplificate; pensiamo altresì agli attuali incarichi di coordinamento per i vari settori cronologici dell’archeologia o per l’archeologia subacquea o per i siti Unesco (ma analoghi incarichi esistono nel comparto della tutela monumentale e paesaggistica).

Tant’è. Ripetiamo: tutto si potrebbe fare.

Ma non in questo momento storico. Non in un momento in cui gli uffici annaspano alla ricerca di personale, mezzi, risorse. Non ora, senza aver concluso la procedura di mobilità appena iniziata, senza aver concluso l’assunzione dei vincitori del concorso in essere.

 

  1. Gli interpelli svoltisi in tutta fretta alla fine di agosto dello scorso anno sono stati effettuati senza certezze né sui “contenuti” degli incarichi che si andavano ad attribuire né sulle effettive dotazioni organiche di ciascun ufficio; rispondevano ad esigenze di emergenza e dovevano esaurirsi all’inizio di questo anno, se non fosse stato per una proroga de imperio certamente motivata dal perdurare della situazione di “temporaneità” che continua a contraddistinguere l’organizzazione degli uffici. La circolare 27 ha stabilito che, qualora le condizioni lavorative di cui alla circolare 22 non siano accettate dagli attuali responsabili d’area, essi dovranno formalizzare al Soprintendente la propria rinuncia all’incarico. Sicuramente chiaro; ci piacerebbe tuttavia sapere se a questi responsabili d’area “rinunciatari” sarà comunque fornita una indennità -come sarebbe giusto- per il lavoro fin qui svolto.

 

  1. Sarebbe opportuno, inoltre, che venissero meglio definiti i criteri di selezione degli stessi, in modo da rendere le procedure omogenee sul territorio nazionale. Innanzi tutto, fra i criteri tuttora validi (ed esplicitati in occasione del primo interpello, con circolare 10-2016 della stessa Direzione Generale), ci sembra doveroso correggere quanto meno il punto 1, nel quale è richiesto di indicare l’esperienza e le competenze professionali con particolare riferimento all’area richiesta e l’eventuale possesso del profilo di settore. Non si capisce come si possano utilizzare i termini particolare al posto di esclusivo ed eventuale al posto di effettivo, visto che l’intento dichiarato è quello che i responsabili debbano essere una figura specifica di supporto tecnico-scientifico al Soprintendente per ogni area individuata.

Ci permettiamo inoltre di osservare che, vista la complessità dei ruoli e dei carichi di responsabilità, sarebbe opportuno che la selezione non fosse lasciata in capo al solo Soprintendente, ma che venisse creata una apposita commissione composta da Soprintendenti afferenti ai diversi settori tecnici (archeologia, architettura/paesaggio, storia dell’arte)

 

In conclusione

Tutto ciò premesso la nostra associazione chiede urgenti chiarimenti a codesta DG in merito a:

 

  • il modo in cui i coordinatori d’area dovranno effettivamente svolgere il ruolo di Responsabile del Procedimento di tutti i procedimenti relativi alla specifica area di competenza sul territorio;
  • le modalità di risoluzione di eventuali importanti e insanabili divergenze tra il parere tecnico del coordinatore e del Soprintendente di cui sopra;
  • criteri e modalità di selezione dei responsabili d’area: in particolare sulla necessità di possedere il profilo professionale per l’area richiesta;
  • tempistiche certe per l’accordo sulla retribuzione economica nonché adeguatezza della stessa al carico di responsabilità.

 

Alla fine non possiamo che chiederci: era veramente necessario tutto ciò? A un anno dall’entrata in vigore delle Soprintendenze uniche, la macchina burocratica stenta ancora ad entrare a regime e, invece che procedere verso un’auspicata semplificazione, si rende necessario rivedere l’articolazione degli uffici con soluzioni improbabili e problematiche. Questo perché, a fronte del tanto decantato “olismo”, le competenze necessarie a dare sostanza all’atto amministrativo non possono che essere tecniche e specialistiche.

Non conveniva forse che i responsabili di area fossero figure dirigenziali intermedie, adeguatamente riconosciute sia sul piano professionale che sul piano economico ?

Continuando ad auspicare un generale ripensamento della riforma, chiudiamo questo nostro modesto contributo augurando buon lavoro a tutti coloro (Soprintendenti e Responsabili di Area) che vorranno caparbiamente continuare a coordinare il coordinabile in questa nebbia persistente che offusca il nostro mestiere.

 

 

10 luglio 2017                                                                                  Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT

Riforme giustiziate

E’ deflagrata come una bomba, la notizia dell’annullamento, da parte del TAR del Lazio, della nomina di cinque dei venti direttori dei musei autonomi voluti dalla Riforma Franceschini. Fin dalle prime ore di ieri articoli, giudizi e commenti si rincorrono sulla stampa e sui social media.  Al centro della discussione la nazionalità dei dirigenti colpiti dal provvedimento. Molti gridano allo scandalo: l’Italia provincialotta rigetta con cavilli da azzeccagarbugli l’apporto di competenti studiosi internazionali, che in soli due anni hanno fatto (pare) risorgere i musei a loro assegnati.

In questo fiume di parole, indignazione e urla di scandalo, stupisce in primo luogo che molti (ed in primo luogo giornalisti e politici) evidentemente commentino le sentenze senza leggerle: altrimenti saprebbero che, delle sette nomine annullate, cinque riguardano direttori italiani e che, oltre alla questione dei requisiti di cittadinanza previsti dalla legge, ad essere in discussione sono soprattutto le modalità con cui si è svolta la selezione, che non rispondono ai criteri di trasparenza anch’essi richiesti dalla legge. Quale che sia il giudizio sulla riforma e sulla politica culturale di questo Governo, crediamo che non possa essere contestato il principio che gli atti amministrativi devono essere conformi a quanto previsto dalla legge; in caso contrario verrebbero a mancare i fondamenti stessi dello Stato democratico.

Come i giudici hanno rilevato, il TAR è chiamato a pronunciarsi in merito alla legittimità degli atti amministrativi sulla base delle norme di legge, così come i pubblici ufficiali quelle norme sono tenuti a rispettarle e ad applicarle. Non serve a niente riformare il TAR (come hanno prontamente proposto lungimiranti ministri) né l’Amministrazione se non si cambiano le leggi che l’uno e l’altra sono costituzionalmente chiamati ad applicare.

Quella che oggi si tenta maldestramente di nascondere con la cortina di livorosi commenti e reazioni scomposte da parte di politici anche di primissimo piano, aggrappandosi al pretestuoso tema del rigetto dei direttori stranieri (dei quali, ribadiamo, solo uno su sei è stato per adesso toccato dalla sentenza), è una verità che da più di un anno come API cerchiamo di denunciare in tutti i modi: questa riforma è stata concepita male, con criteri poco trasparenti e strumenti giuridici evidentemente discutibili. Se si vogliono cercare i responsabili di quello che oggi è sotto gli occhi di tutti, non ai giudici del TAR bisogna rivolgersi, ma ai vertici tecnici e politici del Ministero.

Per chi vuole andare alle fonti, ecco i link alle due sentenze:

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=6QJGTLSU2PQXHSNQTP2HE535WE&q=

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=NUSOUJG3GTIQ4ZACZYHDQADC64&q=

Il 24 maggio anche noi di API… #RilanciamoilPaese!

Il prossimo 24 maggio i professionisti di “Mi riconosci? Sono un professionista dei Beni Culturali” hanno lanciato una giornata di mobilitazione nazionale per portare all’attenzione di tutti la crisi del sistema dei Beni Culturali.

Dietro la vetrina dei grandi musei e delle grandi aree archeologiche, tirate a lucido per mostrare un sistema che funziona, si cela una situazione drammatica, fatta di Soprintendenze private di ogni mezzo per esercitare la tutela territoriale, di Poli Museali privi di tutto, da sedi idonee al personale, di professionisti sempre più in difficoltà, con ditte che chiudono e precarizzazione estrema del lavoro, di un volontariato che da utile supporto si trasforma in scorciatoia a costo zero per la gestione di musei, archivi e biblioteche.

Consapevole che solo uniti riusciremo a riportare la cultura al centro di un dibattito sano in questo Paese, API – MiBACT aderisce all’iniziativa. Tutti insieme #RilanciamoilPaese!

Qui sotto il link alla pagina dell’evento, per sapere come aderire:

https://miriconosci.wordpress.com/2017/05/16/mobilitazione-nazionale-del-24-maggio-riconoscimento-dignita-risorse-per-la-cultura-e-rilanciamoilpaese-come-partecipare/

Oscuri apparati

Una associazione di categoria degli Archeologi, in un recente commento alla circolare 22/2017 della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del MiBACT (riguardante le funzioni dei coordinatori d’area delle Soprintendenze “olistiche”),  obietta che, nell’emanazione di un regolamento interno al Ministero, la circolare risponda “esclusivamente alle oscure logiche autoreferenziali dell’apparato burocratico del MiBACT”.

Avversi come siamo sia a sostegni che a critiche mosse senza conoscere la reale consistenza dei problemi, non possiamo che notare come la circolare si limiti a definire, con un attento riguardo alle possibili interferenze, i compiti di coordinamento (organizzativo, non tecnico)  dei responsabili di area, giungendo a dettagliare i compiti, sino ad ora vaghi, di una figura introdotta nell’organizzazione del MiBACT attraverso la riforma Franceschini.

Stupisce come chi abbia difeso pubblicamente e in più occasioni proprio questa Riforma, ne critichi quella che è la diretta conseguenza, vale a dire il cumulo di responsabilità attribuite ai cosiddetti responsabili di area nelle SABAP.

Anche la ricordata nomina, in una SABAP, di un funzionario non archeologo ad un ruolo di coordinatore, trattandosi di pura delega di funzioni amministrative da parte del Dirigente è, seppure effettivamente opinabile da un punto di vista etico (e foriera di contenziosi), assolutamente legittima. Alla luce della nuova circolare, che pure prevede la possibilità, da parte del Dirigente, di organizzare diversamente le deleghe di cui è esclusivo titolare, anche noi ci auguriamo che la situazione, compatibilmente con i problemi di personale ed organizzativi causati dalla Riforma, possa essere al più presto sanata.

API-MiBACT                                           ASSOTECNICI

Beni culturali: colpiti e affondati. Comunicato congiunto API – Assotecnici

Manovrina è un termine innocuo, quasi rassicurante, nel suo richiamo al gergo giornalistico della prima Repubblica. La manovrina è una cosa piccola, poco significativa. Di poco impegno. La gente guarda il telegiornale, non si preoccupa: “Cosa vuoi che sia? È la solita manovrina!”.

Ma oggi è dietro questo vacuo diminutivo che si cela la definitiva fine della tutela dei beni culturali in Italia.

Fiaccato dallo smembramento dei Musei dalle Soprintendenze, sfibrato da un accorpamento della tutela storico-artistica prima, archeologica poi, a quella architettonica e paesaggistica, privo di strumenti per fronteggiare una massiccia riorganizzazione, forzatamente pretesa “a costo zero” dal Governo, il Ministero dei Beni Culturali riceve un’ultima, durissima bordata, subendo un drastico taglio alle risorse ad esso destinate: ben 12 milioni di euro in meno, che in una fase complicatissima come quella sopra tratteggiata diventano una pietra tombale sulla possibilità effettiva di esercitare la tutela.

Del resto, le singole voci relative ai tagli parlano chiaro: il capitolo più penalizzato è quello relativo alla tutela del patrimonio culturale, che riceverà 5,455 milioni in meno rispetto a quanto previsto. A questa cifra vanno aggiunti i tagli a voci specifiche di tutela: Tutela archeologica (- 220.000 €), tutela e valorizzazione dei beni archivistici (- 599.000 €), tutela e valorizzazione dei beni librari (- 992.000 €), tutela delle belle arti e tutela e valorizzazione del paesaggio (- 552.000 €). In totale fanno 7,818 milioni di Euro in meno, rispetto alle previsioni di spesa per il 2017.

In questo naufragio generale, c’è comunque chi non piange: il comma 6 dell’art. 22 del Decreto infatti “salva” i grandi Musei, fiore all’occhiello della riforma Franceschini. Per loro niente tagli, bensì la possibilità di andare in deroga ai limiti previsti dalla normativa per “ avvalersi di competenze e servizi professionali… per sostenere il buon andamento degli istituti e garantirne l’attivazione”. In sostanza, consulenze e servizi dati in appalto per salvare i Musei autonomi dallo sfascio del Ministero.

Si sa, in tempi di manovrine l’importante è salvare le apparenze, lucidando le vetrine dei grandi musei. Buoni per macinare ingressi turistici e passerelle di lusso per i nostri politici. Perché lo scintillio dell’argenteria di famiglia nasconda, col suo brillare, la dolorosa agonia dei beni culturali italiani.

29.04.2017

 

API-MiBACT                                                           ASSOTECNICI

 

La passione e il dialogo

Domenica 9 aprile si è tenuta a Bologna la prima assemblea nazionale aperta del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”.

API – MiBACT ha aderito volentieri alla proposta di partecipazione ai lavori dell’Assemblea, nello spirito di dialogo e confronto che ha sempre animato l’Associazione.

L’organizzazione dei lavori dell’assemblea per tavoli (Professioni e Ministero quelli a cui abbiamo preso parte) ha favorito una discussione franca, aperta e a tutto campo, durante la quale sono emerse in modo drammatico tutte le difficoltà di chi si avvicina al mondo del lavoro nei BBCC e le problematiche di una macchina pubblica estremamente sotto pressione, tra riforme incompiute e tagli di bilancio.

Ampie convergenze sono emerse sui temi dei percorsi formativi, del riconoscimento dei profili professionali, indispensabili per garantire qualità del lavoro da una parte e sbocchi lavorativi più sicuri dall’altra; sulla necessità di iniziative mirate a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche dei BBCC; sul ruolo di un volontariato sano, supporto e non scorciatoia per azioni di valorizzazione.

Ma al di là dei temi affrontati, abbiamo visto tanti, tantissimi volti di giovani pieni di passione, rabbia e desiderio di impegno civile. Nei loro occhi abbiamo scorto la voglia di lottare perché davvero il nostro settore esca dall’angolo in cui si trova, per occupare il posto che gli spetta nelle politiche di sviluppo del Paese. E tutto questo non può che essere il seme per un futuro migliore.

Da Archeologo ad Archeologo, nella ricerca di un dialogo possibile. Lettera aperta ai professionisti, alle imprese e alle società di archeologi.

 

Cari Colleghi,
abbiamo pensato di indirizzarvi queste righe perché riteniamo che in una fase così difficile e complicata, come quella che sta affrontando oggi l’archeologia italiana, ci sia una grande necessità di chiarezza. E ci rivolgiamo innanzitutto a chi, tra tutte le diverse componenti dell’archeologia operanti in Italia, insieme a noi, è quotidianamente coinvolto nell’attività di tutela del patrimonio archeologico, in un rapporto di profonda interdipendenza, seppure in una condizione professionale differente. Vi sottoponiamo il nostro punto di vista, non tanto per ribadire una posizione predeterminata, quanto per provare ad avviare quel confronto costruttivo che fino a oggi sembra essere mancato.

1. Permetteteci innanzitutto un piccolo excursus storico, utile secondo noi a chiarire proprio quell’aspetto di interdipendenza menzionato.
La cosiddetta archeologia professionale nasce in Italia quando – agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso – profondi cambiamenti sembravano attribuire sorti magnifiche e progressive al futuro della nostra disciplina: alla sperimentazione e all’applicazione delle teorie e delle metodologie diffusesi soprattutto in Gran Bretagna qualche decennio prima si accompagnava, infatti, un notevole ampliamento del campo di indagine sia dal punto di vista cronologico (archeologia post-medioevale e archeologia industriale), che da quello dei materiali studiati (recupero sistematico dei reperti paleobotanici e archeozoologici). Nel frattempo il numero dei funzionari delle Soprintendenze era cresciuto e gli uffici si trovavano per la prima volta nelle condizioni di monitorare i territori di competenza in maniera più capillare.
Il maggior controllo esercitato sugli scavi di emergenza e la maggiore qualità metodologica che essi assunsero comportarono necessariamente la progressiva sostituzione della manovalanza non specializzata prima utilizzata dalle imprese edili, con archeologi, la cui presenza costante sui cantieri – come singoli o organizzati in imprese a carattere cooperativo o societario – rappresentò un validissimo apporto professionale a fianco del personale tecnico-scientifico delle Soprintendenze che, seppure rimpinguato, non sarebbe stato in grado di assicurare una presenza costante sui cantieri che si andavano continuamente moltiplicando.
Non è un caso se furono proprio le Soprintendenze a incentivare e sostenere questa piccola
“rivoluzione” nella gestione dell’archeologia italiana, mentre più scettico – se non ostile – fu allora una parte significativa di tutto il mondo accademico.
2. Cosa è successo poi? Sarebbe forse più appropriato dire cosa non è successo, dal momento chenessuna normativa è intervenuta a fornire indirizzi e linee guida utili ad affrontare la grande massa degli scavi archeologici diretti dalle Soprintendenze, ma con finanziamenti esterni, anche nelle situazioni in cui – come per le opere pubbliche – tale prassi di intervento ha avuto poi con il tempo una legittimazione (ma senza stringenti indicazioni, appunto, per quanto concerne la parte esecutiva) nell’ambito della normativa
sull’archeologia preventiva. Ugualmente nulla è stato fatto per fissare parametri e regole relative ai profili professionali, e soprattutto per regolamentare un “libero mercato” nel quale sempre di più ha vinto chi ha proposto il prezzo più vantaggioso a discapito della qualità della prestazione, venendo incontro all’interesse dei committenti a ridurre i costi e ad accelerare i tempi.
La concorrenza sempre più selvaggia e la diminuzione incontrollata dei costi del lavoro archeologico hanno pertanto avuto conseguenze non solo sulle condizioni di vita e sullo status economico e professionale degli operatori, ma anche, inevitabilmente, sulla qualità degli interventi di scavo. Talvolta, infatti, le condizioni economiche imposte conducono alcune imprese, per rientrare nei costi, a una approssimativa e frettolosa conduzione dei cantieri o, peggio ancora, a non poter produrre, per mancanza di una necessaria copertura economica, una documentazione di scavo a livelli accettabili. E questo va da un lato a discapito della ricerca e della tutela, ma dall’altro a discredito anche di coloro che operano invece con la massima professionalità e il cui impegno interpretativo costituisce il presupposto irrinunciabile di ogni valutazione e/o decisione su situazioni spesso complesse e delicate.
3. Siamo consapevoli che le problematiche, apparentemente diverse, del riconoscimento professionale ed economico di tutti coloro che operano nel campo dei beni archeologici, della presenza di regole e procedure chiare e condivise, della qualità scientifica del lavoro e della documentazione e dell’efficacia dell’azione di tutela, sono in realtà facce della stessa medaglia ed è per questo che come funzionari avvertiamo l’esigenza di provare a superare incomprensioni e irrigidimenti reciproci, anche in virtù del fatto che – grazie al ricambio generazionale ormai in atto nel Ministero – molti di noi sanno bene che cosa significhi lavorare sui cantieri di scavo essendo stati essi stessi “dall’altra parte della barricata”.
Oltre allo sforzo di disegnare un codice deontologico comune basato su regole di trasparenza e su principi etici condivisi, ecco allora quale può essere il nostro obiettivo comune: considerare il superamento di questa situazione di deregulation come presupposto imprescindibile per il riconoscimento della dignità professionale di tutti, per una maggiore efficacia dell’azione di tutela sul patrimonio archeologico, oltre che per rendere più incisivo e più “comprensibile” il nostro ruolo nei confronti di una società e di un’opinione pubblica che – non riuscendo a staccarsi dall’immagine dell’archeologo “cacciatore di tesori” – finisce per non comprendere per nulla una professione molto complessa e sfaccettata, che viene spesso percepita come un ostacolo alle istanze di progresso del Paese.
Rimarranno certo le peculiarità e i problemi specifici legati ai diversi ruoli che ricopriamo, e dal nostro punto di vista devono continuare ad avere pieno diritto di cittadinanza anche le rivendicazioni di carattere professionale che ciascuno di noi potrà portare avanti con le rispettive associazioni di riferimento. Ma una battaglia comune affinché l’archeologia italiana abbia riconosciuta una dignità complessiva anche attraverso una serie di norme che ne regolino l’esercizio da parte di tutti i soggetti coinvolti, è più che mai urgente e necessaria.
4. E perché allora scegliere di non aderire alla proposta di coordinamento di tutti gli archeologi italiani avanzata e discussa nel corso di questi ultimi due anni, pur avendo convintamente partecipato ad iniziative promosse da tutte le associazioni in difesa della professionalità degli archeologi (come quella dopo il tragico incidente ferroviario in Puglia del Luglio scorso) o di confronto sul futuro dell’archeologia (come nel caso della XIX BMTA di Ottobre scorso)?
Innanzitutto per una questione di metodo. E’ mancata a nostro avviso una fase di confronto aperto tra le componenti interessate quale base che consentisse a tutti di presentare le proprie posizioni per giungere solo in un secondo momento a definire gli aspetti organizzativi dell’associazione. Il gruppo che finora ha partecipato alla proposta di coordinamento ha anteposto le questioni di carattere organizzativo a quelle ben più sostanziali relative ai contenuti, cominciando da subito a discutere di organismi dell’associazione, di grado di rappresentanza delle diverse componenti, di formule statutarie, … Noi crediamo, al contrario, che, soprattutto visto il passato di divisioni e di mancanza di dialogo, sarebbe stato necessario un percorso più trasparente che partisse dal confronto sui temi che veramente ci accomunano, sui principi etici connessi alla nostra professione, sulle problematiche che riteniamo più urgente affrontare; un confronto insomma dal quale scaturisse innanzitutto una sorta di piattaforma comune di intenti, cui applicare solo in un secondo momento e con maggiore condivisione la formula  organizzativa più adatta a perseguire gli obiettivi dati. Non si può infine negare come abbia ulteriormente frenato la nostra partecipazione quanto intervenuto con i provvedimenti di riorganizzazione del nostro Ministero che consideriamo – oltre che lesivi del ruolo tecnico-scientifico di tutte le professionalità interne al Ministero stesso – forieri di un generale
indebolimento dell’azione di tutela archeologica. Al di là delle diverse valutazioni che legittimamente si possono avere sul tema della riforma, ciò che temiamo è che questo indebolimento della tutela archeologica (e quindi del ruolo dell’archeologia pubblica), che noi già oggi percepiamo nel nostro lavoro quotidiano abbia ben presto conseguenze – a causa dell’interdipendenza che menzionavamo in apertura – anche sul fronte della libera professione.
5. A prescindere dalle nostre scelte relative alla proposta di coordinamento, siamo e saremo sempre disponibili a un confronto costruttivo e basato sui contenuti: abbiamo idee, proposte e prospettive da condividere e da discutere, insieme a tutti voi e agli altri archeologi italiani, convinti che lo sforzo da produrre lo dobbiamo, oltre che a noi stessi, all’archeologia e alla necessità di assicurare un significato e una prospettiva al nostro lavoro. In attesa che si definiscano ai sensi della L. 110/2014 i requisiti di conoscenza, abilità e competenza per la figura professionale dell’archeologo, perché non provare a trovare gli strumenti giusti perché si rinsaldi con l’archeologia, ed i suoi operatori, un legame logorato dal tempo e dalla macchina del contemporaneo?
Allora, perché non costruire come sede di confronto un “convegno nazionale per il futuro dell’archeologia in Italia”, nel quale discutere dei vari temi (dagli strumenti della tutela archeologica, alla valorizzazione e gestione del patrimonio archeologico) e individuare i punti di forte comunanza tra le nostre categorie? A noi sembra che occorra non tanto e non solo una legge sull’archeologia, ma sopratutto un progetto culturale globale che investa in toto il problema di “come convivere con l’eredità del passato”. E a voi?