Fantasia e realtà: le riqualificazioni lampo

Sono mesi convulsi per il MiBACT. Ancora in mezzo al guado della fase due della riforma, con una fase uno che mostra tutti i suoi difetti e la speranza (o il timore) di una fase tre che aggiusti le cose, con una mobilità in corso di svolgimento e l’agognato arrivo dei vincitori del “concorso dei 500”, l’Amministrazione ha dato il via ad una nuova selezione per gli sviluppi economici del personale interno, che va ad integrare una prima tornata di “progressioni economiche” tenutasi l’anno scorso.

Dopo le dure critiche avanzate dai funzionari del MiBACT sui criteri usati in quell’occasione, non possiamo che tirare un sospiro di sollievo, nel constatare come le regole del gioco siano radicalmente mutate.

Tuttavia, ancora una volta non possiamo non sottolineare come la nuova procedura di selezione mostri una serie di criticità, sia nel metodo con cui è stata organizzata che nel merito.

Dopo che le trattative per arrivare all’accordo con le sigle sindacali si sono trascinate per mesi, la prima notizia ufficiale da parte dell’amministrazione consiste in una circolare (la n. 239 della Direzione Generale Organizzazione), che non contiene il bando (pubblicato solo con la successiva circ. n. 261 del 10 novembre u.s.) bensì un elenco di materiali didattici. Eh sì, perché dopo la riqualificazione-farsa dell’anno scorso, in cui è stato privilegiato chi ha accumulato corsi di qualsiasi tipo interni al MiBACT, in questo giro è stato rispolverato, per mettere a tacere le polemiche, un evergreen della Pubblica Amministrazione: il test con quiz a risposta multipla, già presente nelle preselezioni degli ultimi concorsi di accesso al Ministero stesso.

Al di là della formula scelta di volta in volta, è forse necessaria una riflessione più ampia in merito ai criteri applicati, che consenta di uscire dall’ondivaga applicazione di regole sempre differenti, individuando elementi di giudizio costanti che garantiscano la meritocrazia, evitando d’altra parte disparità di trattamento.

Se è evidente che il criterio dell’anzianità di servizio è applicato con scaglioni più che discutibili, stupisce soprattutto il fatto che i quiz selettivi vertano su materie più adatte ad una vera e propria selezione concorsuale per l’accesso al Ministero o quanto meno ad una procedura di passaggio di area. Menzione particolare merita l’elenco dei “materiali didattici” forniti dall’Amministrazione e utili per tutte le aree: si va dai regolamenti ministeriali alle norme in materia di procedimento amministrativo, dai siti Unesco alla Convenzione sul Paesaggio, dall’Art Bonus alle norme sul cinema, dalla prevenzione della corruzione alla filosofia della riforma (spiccano in tal senso i saggi specifici pubblicati su Aedon negli ultimi 3 anni).

Ha poi dell’incredibile l’omissione dei decreti di riforma del Ministero (DDMM 43-44/2016) dall’elenco dei testi di riferimento contenuto nella circolare 239, soprattutto alla luce dell’inserimento tra questi ultimi di un articolo di Lorenzo Casini, dal titolo assai eloquente di “La riforma del MiBACT tra mito e realtà”. I decreti citati, del resto, sono tema trattato nei quiz anticipati dalle sigle sindacali e poi messi a disposizione dall’Amministrazione, e non scevri di errori marchiani, come quello relativo alla supposta abolizione delle Soprintendenze Archeologia (quiz 4 della III area; ma non erano state abolite TUTTE le vecchie Soprintendenze?).

 

Nelle precedenti progressioni economiche ci hanno voluto insegnare che a nulla serviva il nostro curriculum e il fatto che avessimo prodotto continuamente, in questi anni, pubblicazioni scientifiche che portavano lustro anche al Ministero; a nulla serviva che studiassimo.

Ora, improvvisamente, lo studio pare diventato fondamentale come criterio per le progressioni. Senza contare alcune evidenti contraddizioni: se un funzionario archeologo non conosce la disciplina del cinema e dell’audiovisivo probabilmente non riuscirà ad ottenere un avanzamento economico; così come un assistente tecnico che non conosce l’Art Bonus, per citare solo i casi più eclatanti.

Che dire poi dei numeri dei posti disponibili? Sono 93, distribuiti per le sei fasce di provenienza, con due nuclei più significativi per gli attuali F1 (58 posti) e F4 (28). Per i funzionari più anziani di fascia F6, esclusi dalla precedente procedura, vengono banditi ben due (sì, proprio due!) posti. Evidentemente l’esperienza dei tantissimi colleghi ormai in servizio da molti anni non sembra essere un valore per il ns. Ministero… E l’incalzare dei pensionamenti, nell’incertezza delle nuove immissioni dal concorso, contribuisce a disperdere uno straordinario patrimonio di saperi accumulati negli anni.

Infine, i tempi della selezione. Da qui a dicembre dovrà essere tutto finito, a tal punto che per la presentazione delle domande, necessarie per accedere ai test, è stata concessa solo una settimana. Con buona pace di tutto il personale che, annaspando nel mare in tempesta della riforma, sta cercando di fare quotidianamente il proprio dovere per garantire comunque il funzionamento della macchina amministrativa, e in particolare di tutti quei funzionari che si sforzano di assicurare l’attività di tutela e portare avanti sui territori o nei musei progetti e iniziative da perfezionare prima dell’arrivo, ormai imminente, della mobilità.

 

Ma si sa, a volte la realtà supera la fantasia.

Annunci

Considerazioni sui Responsabili d’Area nelle SABAP

Diciamo la verità. Seppur impegnati ad analizzare i risvolti della procedura di mobilità appena iniziata, da tempo sentiamo la necessità di commentare l’avvenuta pubblicazione di un documento ministeriale che spiegasse urbi et orbi compiti e funzioni dei responsabili delle aree funzionali nelle Soprintendenze, aree introdotte come novità assoluta nella faticosa riorganizzazione del Ministero, ed in particolare nella cosiddetta “fase 2” iniziata col D.M. 44/2016. Il documento in esame è la circolare 22 della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, successivamente integrata dalla 27.

 

Due parole sugli ultimi 10 mesi…

In effetti, sono passati molti mesi, dopo che gli organi centrali del Ministero hanno ordinato ai nuovi Soprintendenti unici (in carica dall’11 luglio) di nominare -previa selezione interna- i responsabili di area previsti dal DM 44/2016, prima di conoscere compiti e funzioni dei responsabili d’area. Giova ricordare che i Soprintendenti, vista l’assoluta mancanza di indicazioni sui compiti e le funzioni dei futuri responsabili, hanno di fatto interpretato in modo autonomo la natura di tale responsabilità. E altro non potevano fare. Ciò, però, ha comportato situazioni palesemente differenti in ogni Soprintendenza, sulle quali non ci dilungheremo, se non per ricordare che, in taluni casi, gli uffici non disponevano di personale sufficiente a coprire gli incarichi di responsabili delle 7 aree previste, in altri sono stati affidati gli incarichi a prescindere dal profilo tecnico, in altri ancora non sono stati affidati a causa di “interpello” deserto (ad esempio, in mancanza proprio di indicazioni su compiti e responsabilità amministrative, gli archeologi delle neonate 3 soprintendenze venete hanno scelto di non partecipare all’interpello, di fatto aprendo la strada per l’avocazione a sé del ruolo da parte dei 3 soprintendenti.

Tuttavia, pur in questa fluida situazione, i responsabili di area insieme ai loro colleghi hanno lavorato, in modo anche decisamente faticoso, per tentare di garantire quella continuità amministrativa tanto voluta e sbandierata dall’Amministrazione centrale dopo l’11 luglio. E per garantire un generale supporto (forse anche emotivo…!) ai vecchi-nuovi Soprintendenti, di fatto diventati “olistici” per decreto.

 

La circolare 22, la 27 e i nuovi orizzonti

Lo scopo della circolare 22 è di fornire il contenuto su cui lavorare agli attuali e ai futuri responsabili delle aree funzionali; tuttavia, appare subito chiaro, fin dalla prima lettura, che la circolare nasce zoppicante, poiché -a fronte delle indicazioni contenutistiche- specifica bene che la definizione dei compensi è ancora in discussione e dovrà essere sottoposta a contrattazione sindacale su base nazionale. Ma quindi: si applica subito oppure no? E la risposta -secondo logica- dovrebbe essere NO. Eppure, con la successiva circolare 27 (in particolare si legga il punto 5), il Ministero ritiene subito operative le nuove disposizioni!

Tornando alla 22, l’obiettivo è comunque dichiarato: “al fine di rendere omogeneo il nuovo modello organizzativo in tutta l’amministrazione periferica afferente alla Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio”, vengono precisati i compiti e le funzioni dei responsabili di area, “sentite le OO.SS. al tavolo nazionale del 13 aprile 2017”.

E qui cominciano ad emergere dei dubbi: possibile che le OO.SS. non abbiano nulla da dire in merito alla palese contraddizione tra l’aver dettagliato in modo anche pesante alcuni compiti e l’assoluta mancanza di certezze sui compensi economici e sul possibile conflitto tra le nuove “figure professionali” e i profili previsti dal mansionario in vigore nel Ministero?

Inoltre: possibile che ancora una volta, pretendendo di “rendere omogeneo il modello organizzativo”, vengano tenuti in disparte osservazioni, suggerimenti e quant’altro forniti dai tecnici del Ministero che quotidianamente si confrontano con i problemi di organizzazione del lavoro?

Comunque sia… sappiamo ora che “l’articolazione in aree funzionali ha lo scopo di supportare il Soprintendente nell’esercizio delle funzioni di tutela nel territorio di competenza” e che tale organizzazione “per aree tematiche” integra la “tradizionale organizzazione topografica”; tuttavia pare che non ci si renda conto che invece di integrare l’organizzazione topografica e le procedure amministrative, in realtà quella nuova tende forse più a creare dei comparti stagni. Ma sicuramente ci sbagliamo noi…

 

Veniamo a quelli che, secondo noi, sono aspetti decisamente problematici:

 

  1. In generale, l’assoluta novità è che il responsabile di area -salvo disposizione diversa del Soprintendente- sarà anche Responsabile del Procedimento di tutte le istruttorie della sua area, di fatto assumendo oneri e onori. Ma soprattutto oneri; per questo, i compensi previsti (che peraltro dovrebbero essere retro-attivi…, visto il ruolo di “responsabilità” iniziato a fine agosto 2016 in molte Soprintendenze) dovranno garantire una giusta remunerazione, non solo per i carichi di lavoro generale, ma anche per compensare le spese delle coperture assicurative che i responsabili di area dovranno sostenere. Ci si chiede in quale modo i responsabili d’area potranno effettivamente svolgere il ruolo di Responsabile del Procedimento per tutte le istruttorie dei funzionari dell’area di riferimento?! a fronte delle pesanti carenze di organico, che permarranno anche dopo il completamento del concorso in atto, come potranno i responsabili d’area mantenere i propri incarichi territoriali?

Insomma, nello stato in cui versano attualmente le Soprintendenze ci pare persista la mancanza delle minime garanzie per assumere o comunque sostenere questa responsabilità.

 

  1. Il testo della circolare entra poi nel merito delle funzioni dei vari responsabili, che sarebbe troppo lungo ed inutile elencare qui in dettaglio. Salta tuttavia agli occhi la decisa sproporzione tra i compiti del responsabile dell’area Organizzazione e Funzionamento e gli altri; pur supportato dai “responsabili delle unità organizzative amministrative dell’ufficio” (se presenti…!), dovrebbe curare tutte le procedure di gestione generale, dalle pulizie agli atti dell’Art Bonus, dal coordinamento del centralino e portineria alle interrogazioni parlamentari.

Ci chiediamo davvero quali siano state le informazioni in possesso di chi ha concordato il testo della circolare in merito alla reale situazione organizzativa degli uffici.

Peraltro ci sfugge il motivo per il quale, fra i vari incarichi, il responsabile di area sopra descritto non abbia alcuna voce in capitolo sull’importantissimo aspetto della contabilità generale degli uffici (aspetto che è letteralmente sparito dalla circolare; che sia un modo sottile per dire che gli uffici non avranno più una loro contabilità?).

 

  1. Per quanto concerne, invece, le funzioni dei responsabili delle aree tecniche in generale (ma bisogna prima augurarsi che via sia il personale in grado di coprirle tutte…), i compiti appaiono più equilibrati fra di loro e abbastanza definiti, anche se permangono alcuni dubbi. Ad esempio: i responsabili di area hanno anche la titolarità dei rapporti con gli esterni per le tematiche relative alla propria area di competenza? Se sì, di che tipo? Inoltre, se hanno il compito di coordinarsi con i responsabili di altre aree per concludere un’istrutturia di tipo misto, chi ha la titolarità della responsabilità del procedimento? Noi speriamo che le risposte dei dirigenti non siano discrezionali ma il più possibile omogenee sul territorio. Immaginiamo che al Soprintendente rimanga la facoltà di decidere l’interesse prevalente e dunque la titolarità di cui sopra.

 

  1. A fronte delle competenze che gli vengono attribuite e soprattutto della grande responsabilità di cui sopra, un dubbio permane insoluto: in situazioni particolarmente delicate e complesse quale sarà l’effettivo peso del giudizio tecnico di un coordinatore rispetto alle scelte del Dirigente, ovviamente nei settori non di specifica competenza tecnica del Soprintendente? Qualora si dovesse arrivare ad una divergenza di opinioni profonda e non sanabile, la scelta rimarrebbe in capo al Soprintendente? O potrebbe invece essere possibile per il coordinatore d’area chiedere l’espressione in merito del CO.RE.PA.CU. o, meglio ancora, trattandosi di problematiche di carattere tecnico, della Direzione Generale ed in particolare del Servizio di riferimento specifico?

 

  1. Ancora, non avremmo mai voluto leggere, in chiusura dei compiti di ciascun responsabile d’area tecnica, la formula: “ (Assicura il coordinamento per…) ogni altro compito affidato alla Soprintendenza in base al Codice e alle norme vigenti in relazione all’area tecnica di competenza”: espressione generale quanto basta sia per contraddire il proposito stesso della circolare sia per legittimare ogni più ampia interpretazione della formula stessa.

 

  1. Una cosa è certa, o così ci sembra perché ben conosciamo il contesto in cui lavoriamo: i responsabili delle aree di tipo tecnico, ed in particolare architetti, archeologi e storici dell’arte, difficilmente potrebbero sostenere anche il carico di responsabilità della tutela di un determinato comparto territoriale, come attualmente stanno invece facendo. Il territorio verosimilmente dovrebbe essere lasciato agli altri funzionari… In presenza di una macchina amministrativa in perfetta efficienza, completa nei suoi organici, fornita di mezzi e risorse adeguati, i Soprintendenti e i responsabili di area potrebbero certamente avvalersi del contributo di altro personale, specificamente individuato (in qualità di sub-coordinatore o di altro) per la gestione di temi specifici: pensiamo, ad esempio, alla necessità imposta dal recente DPR 31/2017 (Semplificazione delle procedure di autorizzazione paesaggistica) di individuare un referente unico delle procedure semplificate; pensiamo altresì agli attuali incarichi di coordinamento per i vari settori cronologici dell’archeologia o per l’archeologia subacquea o per i siti Unesco (ma analoghi incarichi esistono nel comparto della tutela monumentale e paesaggistica).

Tant’è. Ripetiamo: tutto si potrebbe fare.

Ma non in questo momento storico. Non in un momento in cui gli uffici annaspano alla ricerca di personale, mezzi, risorse. Non ora, senza aver concluso la procedura di mobilità appena iniziata, senza aver concluso l’assunzione dei vincitori del concorso in essere.

 

  1. Gli interpelli svoltisi in tutta fretta alla fine di agosto dello scorso anno sono stati effettuati senza certezze né sui “contenuti” degli incarichi che si andavano ad attribuire né sulle effettive dotazioni organiche di ciascun ufficio; rispondevano ad esigenze di emergenza e dovevano esaurirsi all’inizio di questo anno, se non fosse stato per una proroga de imperio certamente motivata dal perdurare della situazione di “temporaneità” che continua a contraddistinguere l’organizzazione degli uffici. La circolare 27 ha stabilito che, qualora le condizioni lavorative di cui alla circolare 22 non siano accettate dagli attuali responsabili d’area, essi dovranno formalizzare al Soprintendente la propria rinuncia all’incarico. Sicuramente chiaro; ci piacerebbe tuttavia sapere se a questi responsabili d’area “rinunciatari” sarà comunque fornita una indennità -come sarebbe giusto- per il lavoro fin qui svolto.

 

  1. Sarebbe opportuno, inoltre, che venissero meglio definiti i criteri di selezione degli stessi, in modo da rendere le procedure omogenee sul territorio nazionale. Innanzi tutto, fra i criteri tuttora validi (ed esplicitati in occasione del primo interpello, con circolare 10-2016 della stessa Direzione Generale), ci sembra doveroso correggere quanto meno il punto 1, nel quale è richiesto di indicare l’esperienza e le competenze professionali con particolare riferimento all’area richiesta e l’eventuale possesso del profilo di settore. Non si capisce come si possano utilizzare i termini particolare al posto di esclusivo ed eventuale al posto di effettivo, visto che l’intento dichiarato è quello che i responsabili debbano essere una figura specifica di supporto tecnico-scientifico al Soprintendente per ogni area individuata.

Ci permettiamo inoltre di osservare che, vista la complessità dei ruoli e dei carichi di responsabilità, sarebbe opportuno che la selezione non fosse lasciata in capo al solo Soprintendente, ma che venisse creata una apposita commissione composta da Soprintendenti afferenti ai diversi settori tecnici (archeologia, architettura/paesaggio, storia dell’arte)

 

In conclusione

Tutto ciò premesso la nostra associazione chiede urgenti chiarimenti a codesta DG in merito a:

 

  • il modo in cui i coordinatori d’area dovranno effettivamente svolgere il ruolo di Responsabile del Procedimento di tutti i procedimenti relativi alla specifica area di competenza sul territorio;
  • le modalità di risoluzione di eventuali importanti e insanabili divergenze tra il parere tecnico del coordinatore e del Soprintendente di cui sopra;
  • criteri e modalità di selezione dei responsabili d’area: in particolare sulla necessità di possedere il profilo professionale per l’area richiesta;
  • tempistiche certe per l’accordo sulla retribuzione economica nonché adeguatezza della stessa al carico di responsabilità.

 

Alla fine non possiamo che chiederci: era veramente necessario tutto ciò? A un anno dall’entrata in vigore delle Soprintendenze uniche, la macchina burocratica stenta ancora ad entrare a regime e, invece che procedere verso un’auspicata semplificazione, si rende necessario rivedere l’articolazione degli uffici con soluzioni improbabili e problematiche. Questo perché, a fronte del tanto decantato “olismo”, le competenze necessarie a dare sostanza all’atto amministrativo non possono che essere tecniche e specialistiche.

Non conveniva forse che i responsabili di area fossero figure dirigenziali intermedie, adeguatamente riconosciute sia sul piano professionale che sul piano economico ?

Continuando ad auspicare un generale ripensamento della riforma, chiudiamo questo nostro modesto contributo augurando buon lavoro a tutti coloro (Soprintendenti e Responsabili di Area) che vorranno caparbiamente continuare a coordinare il coordinabile in questa nebbia persistente che offusca il nostro mestiere.

 

 

10 luglio 2017                                                                                  Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT

Riforme giustiziate

E’ deflagrata come una bomba, la notizia dell’annullamento, da parte del TAR del Lazio, della nomina di cinque dei venti direttori dei musei autonomi voluti dalla Riforma Franceschini. Fin dalle prime ore di ieri articoli, giudizi e commenti si rincorrono sulla stampa e sui social media.  Al centro della discussione la nazionalità dei dirigenti colpiti dal provvedimento. Molti gridano allo scandalo: l’Italia provincialotta rigetta con cavilli da azzeccagarbugli l’apporto di competenti studiosi internazionali, che in soli due anni hanno fatto (pare) risorgere i musei a loro assegnati.

In questo fiume di parole, indignazione e urla di scandalo, stupisce in primo luogo che molti (ed in primo luogo giornalisti e politici) evidentemente commentino le sentenze senza leggerle: altrimenti saprebbero che, delle sette nomine annullate, cinque riguardano direttori italiani e che, oltre alla questione dei requisiti di cittadinanza previsti dalla legge, ad essere in discussione sono soprattutto le modalità con cui si è svolta la selezione, che non rispondono ai criteri di trasparenza anch’essi richiesti dalla legge. Quale che sia il giudizio sulla riforma e sulla politica culturale di questo Governo, crediamo che non possa essere contestato il principio che gli atti amministrativi devono essere conformi a quanto previsto dalla legge; in caso contrario verrebbero a mancare i fondamenti stessi dello Stato democratico.

Come i giudici hanno rilevato, il TAR è chiamato a pronunciarsi in merito alla legittimità degli atti amministrativi sulla base delle norme di legge, così come i pubblici ufficiali quelle norme sono tenuti a rispettarle e ad applicarle. Non serve a niente riformare il TAR (come hanno prontamente proposto lungimiranti ministri) né l’Amministrazione se non si cambiano le leggi che l’uno e l’altra sono costituzionalmente chiamati ad applicare.

Quella che oggi si tenta maldestramente di nascondere con la cortina di livorosi commenti e reazioni scomposte da parte di politici anche di primissimo piano, aggrappandosi al pretestuoso tema del rigetto dei direttori stranieri (dei quali, ribadiamo, solo uno su sei è stato per adesso toccato dalla sentenza), è una verità che da più di un anno come API cerchiamo di denunciare in tutti i modi: questa riforma è stata concepita male, con criteri poco trasparenti e strumenti giuridici evidentemente discutibili. Se si vogliono cercare i responsabili di quello che oggi è sotto gli occhi di tutti, non ai giudici del TAR bisogna rivolgersi, ma ai vertici tecnici e politici del Ministero.

Per chi vuole andare alle fonti, ecco i link alle due sentenze:

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=6QJGTLSU2PQXHSNQTP2HE535WE&q=

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=NUSOUJG3GTIQ4ZACZYHDQADC64&q=

Il 24 maggio anche noi di API… #RilanciamoilPaese!

Il prossimo 24 maggio i professionisti di “Mi riconosci? Sono un professionista dei Beni Culturali” hanno lanciato una giornata di mobilitazione nazionale per portare all’attenzione di tutti la crisi del sistema dei Beni Culturali.

Dietro la vetrina dei grandi musei e delle grandi aree archeologiche, tirate a lucido per mostrare un sistema che funziona, si cela una situazione drammatica, fatta di Soprintendenze private di ogni mezzo per esercitare la tutela territoriale, di Poli Museali privi di tutto, da sedi idonee al personale, di professionisti sempre più in difficoltà, con ditte che chiudono e precarizzazione estrema del lavoro, di un volontariato che da utile supporto si trasforma in scorciatoia a costo zero per la gestione di musei, archivi e biblioteche.

Consapevole che solo uniti riusciremo a riportare la cultura al centro di un dibattito sano in questo Paese, API – MiBACT aderisce all’iniziativa. Tutti insieme #RilanciamoilPaese!

Qui sotto il link alla pagina dell’evento, per sapere come aderire:

https://miriconosci.wordpress.com/2017/05/16/mobilitazione-nazionale-del-24-maggio-riconoscimento-dignita-risorse-per-la-cultura-e-rilanciamoilpaese-come-partecipare/

Oscuri apparati

Una associazione di categoria degli Archeologi, in un recente commento alla circolare 22/2017 della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio del MiBACT (riguardante le funzioni dei coordinatori d’area delle Soprintendenze “olistiche”),  obietta che, nell’emanazione di un regolamento interno al Ministero, la circolare risponda “esclusivamente alle oscure logiche autoreferenziali dell’apparato burocratico del MiBACT”.

Avversi come siamo sia a sostegni che a critiche mosse senza conoscere la reale consistenza dei problemi, non possiamo che notare come la circolare si limiti a definire, con un attento riguardo alle possibili interferenze, i compiti di coordinamento (organizzativo, non tecnico)  dei responsabili di area, giungendo a dettagliare i compiti, sino ad ora vaghi, di una figura introdotta nell’organizzazione del MiBACT attraverso la riforma Franceschini.

Stupisce come chi abbia difeso pubblicamente e in più occasioni proprio questa Riforma, ne critichi quella che è la diretta conseguenza, vale a dire il cumulo di responsabilità attribuite ai cosiddetti responsabili di area nelle SABAP.

Anche la ricordata nomina, in una SABAP, di un funzionario non archeologo ad un ruolo di coordinatore, trattandosi di pura delega di funzioni amministrative da parte del Dirigente è, seppure effettivamente opinabile da un punto di vista etico (e foriera di contenziosi), assolutamente legittima. Alla luce della nuova circolare, che pure prevede la possibilità, da parte del Dirigente, di organizzare diversamente le deleghe di cui è esclusivo titolare, anche noi ci auguriamo che la situazione, compatibilmente con i problemi di personale ed organizzativi causati dalla Riforma, possa essere al più presto sanata.

API-MiBACT                                           ASSOTECNICI

Beni culturali: colpiti e affondati. Comunicato congiunto API – Assotecnici

Manovrina è un termine innocuo, quasi rassicurante, nel suo richiamo al gergo giornalistico della prima Repubblica. La manovrina è una cosa piccola, poco significativa. Di poco impegno. La gente guarda il telegiornale, non si preoccupa: “Cosa vuoi che sia? È la solita manovrina!”.

Ma oggi è dietro questo vacuo diminutivo che si cela la definitiva fine della tutela dei beni culturali in Italia.

Fiaccato dallo smembramento dei Musei dalle Soprintendenze, sfibrato da un accorpamento della tutela storico-artistica prima, archeologica poi, a quella architettonica e paesaggistica, privo di strumenti per fronteggiare una massiccia riorganizzazione, forzatamente pretesa “a costo zero” dal Governo, il Ministero dei Beni Culturali riceve un’ultima, durissima bordata, subendo un drastico taglio alle risorse ad esso destinate: ben 12 milioni di euro in meno, che in una fase complicatissima come quella sopra tratteggiata diventano una pietra tombale sulla possibilità effettiva di esercitare la tutela.

Del resto, le singole voci relative ai tagli parlano chiaro: il capitolo più penalizzato è quello relativo alla tutela del patrimonio culturale, che riceverà 5,455 milioni in meno rispetto a quanto previsto. A questa cifra vanno aggiunti i tagli a voci specifiche di tutela: Tutela archeologica (- 220.000 €), tutela e valorizzazione dei beni archivistici (- 599.000 €), tutela e valorizzazione dei beni librari (- 992.000 €), tutela delle belle arti e tutela e valorizzazione del paesaggio (- 552.000 €). In totale fanno 7,818 milioni di Euro in meno, rispetto alle previsioni di spesa per il 2017.

In questo naufragio generale, c’è comunque chi non piange: il comma 6 dell’art. 22 del Decreto infatti “salva” i grandi Musei, fiore all’occhiello della riforma Franceschini. Per loro niente tagli, bensì la possibilità di andare in deroga ai limiti previsti dalla normativa per “ avvalersi di competenze e servizi professionali… per sostenere il buon andamento degli istituti e garantirne l’attivazione”. In sostanza, consulenze e servizi dati in appalto per salvare i Musei autonomi dallo sfascio del Ministero.

Si sa, in tempi di manovrine l’importante è salvare le apparenze, lucidando le vetrine dei grandi musei. Buoni per macinare ingressi turistici e passerelle di lusso per i nostri politici. Perché lo scintillio dell’argenteria di famiglia nasconda, col suo brillare, la dolorosa agonia dei beni culturali italiani.

29.04.2017

 

API-MiBACT                                                           ASSOTECNICI

 

La passione e il dialogo

Domenica 9 aprile si è tenuta a Bologna la prima assemblea nazionale aperta del movimento “Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali”.

API – MiBACT ha aderito volentieri alla proposta di partecipazione ai lavori dell’Assemblea, nello spirito di dialogo e confronto che ha sempre animato l’Associazione.

L’organizzazione dei lavori dell’assemblea per tavoli (Professioni e Ministero quelli a cui abbiamo preso parte) ha favorito una discussione franca, aperta e a tutto campo, durante la quale sono emerse in modo drammatico tutte le difficoltà di chi si avvicina al mondo del lavoro nei BBCC e le problematiche di una macchina pubblica estremamente sotto pressione, tra riforme incompiute e tagli di bilancio.

Ampie convergenze sono emerse sui temi dei percorsi formativi, del riconoscimento dei profili professionali, indispensabili per garantire qualità del lavoro da una parte e sbocchi lavorativi più sicuri dall’altra; sulla necessità di iniziative mirate a sensibilizzare l’opinione pubblica sulle tematiche dei BBCC; sul ruolo di un volontariato sano, supporto e non scorciatoia per azioni di valorizzazione.

Ma al di là dei temi affrontati, abbiamo visto tanti, tantissimi volti di giovani pieni di passione, rabbia e desiderio di impegno civile. Nei loro occhi abbiamo scorto la voglia di lottare perché davvero il nostro settore esca dall’angolo in cui si trova, per occupare il posto che gli spetta nelle politiche di sviluppo del Paese. E tutto questo non può che essere il seme per un futuro migliore.