La politica e il Museo. Solidarietà a Christian Greco

Apprendiamo con profondo sconcerto le pesanti minacce delle quali il dott. Christian Greco, direttore del Museo Egizio di Torino è stato fatto oggetto in queste ore da parte di alti dirigenti di un partito politico.

La nostra Associazione, fin dalla sua fondazione, si è battuta e si batte per difendere la libertà della cultura e la terzietà di quanti si occupano di tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico. Esprimiamo dunque al direttore Greco tutta la solidarietà di API – MiBACT. Riteniamo inaccettabile che una forza politica possa condurre un attacco così aperto e grossolano contro chi, come il dott. Greco, esercita un ruolo che DEVE essere libero da pressioni e da ingerenze che nulla hanno a che fare con le sue mansioni scientifiche e tecniche.

Fermo restando che il direttore del Museo Egizio è nominato dalla Fondazione Museo delle Antichità Egizie di Torino e non dal Governo, il vile attacco da lui subito è l’indice di una deriva che coinvolge l’intero ambito dei beni culturali in Italia: soprintendenti assunti con contratti di tipo privatistico e direttori di musei autonomi nominati direttamente da Ministro dei Beni Culturali rischiano di essere sempre maggiormente legati al potere politico e ai mutamenti di governo, e di conseguenza sempre meno liberi di esercitare pienamente i ruoli di gestione e controllo che sarebbero chiamati a ricoprire.

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La Scuola del Patrimonio: un Patrimonio di tutti, una Scuola per pochi

A due anni dalla sua istituzione, nel dicembre del 2015, la Scuola dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo ha pubblicato l’8 gennaio scorso il primo, atteso Bando di selezione allievi per l’ammissione al 1° ciclo del corso denominato “Scuola del Patrimonio”.
Come evidenziato dal bando, la “Scuola del Patrimonio” è un corso di perfezionamento di durata biennale, che si colloca nella “fase formativa di passaggio tra la conclusione degli studi di livello post-lauream e l’ingresso nel mondo del lavoro in ambito sia pubblico che privato” e ha l’obiettivo precipuo di “formare gli allievi alle funzioni direttive e dirigenziali in materia di patrimonio e attività culturali e turismo, ai fini del
collocamento nel settore pubblico o privato in ambito nazionale e internazionale”. Il percorso di formazione – avanzato, multidisciplinare e di livello internazionale – prevede nel primo anno la frequenza di un modulo comune (1.050 ore di lezione) e, a scelta, di uno tra i sei moduli specialistici (215 ore di lezione), e nel secondo anno uno o due periodi di “internship” da svolgersi presso soggetti pubblici o privati operanti nei
settori del patrimonio culturale o del turismo.
Pur apprezzando il tentativo di offrire un inedito percorso di alta formazione in materia di tutela e gestione del patrimonio culturale e il fatto che la frequenza alla Scuola sia gratuita, l’associazione degli Archeologi del Pubblico Impiego – MiBACT non può che unirsi al coro di quanti, nelle ultime settimane, hanno messo in evidenza le forti contraddizioni tra i contenuti del bando e quella che, nelle parole pronunciate dal Ministro, Franceschini nel 2015 doveva essere la missione istituzionale della Scuola (“Una scuola di specializzazione, quindi alla conclusione del percorso formativo […] che avrà una parte di formazione interna per soprintendenti, direttori dei musei e professionisti della cultura, e una parte internazionale in cui potremo offrire nei rapporti bilaterali la possibilità di venire […] a completare il proprio percorso formativo in Italia: archeologi, storici dell’arte, restauratori”, fonte http://www.beniculturali.it/mibac/export/MiBAC/sito- MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html_1966592022.html). Delle tre affermazioni del Ministro, almeno due sono state completamente disattese dal bando:
1) Non si tratta di una scuola di specializzazione, alternativa a quelle già esistenti presso le principali università italiane, bensì di una scuola di perfezionamento successiva al conseguimento del titolo post-lauream (specializzazione e/o dottorato), che dilata a 9-10 anni il percorso formativo nel campo dei beni culturali.
2) La scuola non è, evidentemente, rivolta né ai funzionari né ai dirigenti del MiBACT, così come non è rivolta a buona parte dei professionisti della cultura, perché la maggior parte di loro difetta del principale requisito d’accesso, avere un’età inferiore ai quarant’anni. La gran parte dei funzionari, anche quelli assunti nell’ultimo e nel penultimo concorso, banditi nel 2008 e nel 2016, ha infatti passato almeno 10 anni a formarsi (tra laurea quadriennale o triennale+magistrale, specializzazione e/o dottorato) presso le Università italiana che erano all’avanguardia nella formazione in materie archeologiche.
La quantità delle ore di lezione previste nel primo anno e l’impegno richiesto dall’internship – traducibile, in modo molto meno accattivante ma più aderente alla realtà, come “tirocinio a titolo gratuito” – rende inoltre la frequenza della Scuola del Patrimonio assolutamente inconciliabile con l’esercizio di una qualsiasi attività professionale e del tutto incompatibile con il ruolo dei dipendenti MiBACT. Ciò appare tanto più discriminatorio in quanto è lecito immaginare che l’aver frequentato la Scuola del Patrimonio determinerà la maturazione di un punteggio nei futuri concorsi per funzionari e/o dirigenti.
Nell’esprimere il profondo sconcerto nei confronti di una Scuola del Patrimonio che nasce elitaria e di un bando palesemente discriminatorio, l’associazione degli Archeologi del Pubblico Impiego – MiBACT non può inoltre esimersi dal manifestare la propria delusione per l’ennesima occasione mancata, quella di costruire percorsi formativi che mettano il personale interno al Ministero nelle condizioni di affrontare i profondi cambiamenti giuridici, amministrativi e gestionali che negli ultimi anni hanno riguardato la materia della tutela e della valorizzazione dei beni culturali.
L’Associazione degli Archeologi del Pubblico Impiego chiede quindi:
– un generale e profondo ripensamento sulla natura, le finalità e gli obiettivi della Scuola dei Beni e  delle Attività Culturali e del Turismo;
– l’equiparazione della Scuola del Patrimonio alle scuole di specializzazione di livello post-lauream, accessibili con la laurea specialistica o la laurea vecchio ordinamento;
– l’assicurazione che il titolo rilasciato dalla Scuola del Patrimonio non costituisca non solo un requisito d’accesso, ma neppure titolo preferenziale nei futuri concorsi per accedere alle qualifiche di Funzionario e/o di Dirigente MiBACT, ma sia in tutto e per tutto equiparato al titolo rilasciato dalle scuole di specializzazione universitarie o al dottorato di ricerca;
– l’attivazione di corsi di perfezionamento privi di qualsiasi requisito d’accesso legato all’età e strutturati in modo tale da garantire la compatibilità con l’esercizio dell’attività lavorativa e/o professionale;
– l’attivazione di percorsi formativi specifici e continui per le tutte le professionalità interne al MiBACT e non soltanto per chi comincia ad operarvi (v. corso programmato per i funzionari neoassunti, fonte http://scuolapatrimonio.beniculturali.it/?page_id=11) e, in particolare:
– l’ampliamento delle opportunità formative per il personale tecnico del MiBACT con l’attivazione di master executive (quindi organizzati in tempi compatibili con il lavoro d’ufficio) riconosciuti ad hoc su temi oggi cruciali come il flusso di lavoro nelle Soprintendenze ABAP, il nuovo Codice degli Appalti e il correlato Regolamento per i lavori riguardanti i beni culturali (DM 154/2017), eventualmente intervenendo nel caso sulle quote di permessi di 150 h che sono talmente ristretti (3% del personale di un ufficio) da limitare fortemente la possibilità di accedere a percorsi formativi per tutti quelli che lo vorrebbero.
Con l’auspicio che la Scuola dei Beni Culturali e delle Attività Culturali del Turismo possa diventare davvero un’occasione per tutti e non soltanto per pochi.
colosseo

Profili ex L. 110/2014: lettera delle Associazioni Professionali al Ministro dei Beni Culturali

 

All’On. Ministro dei Beni Culturalilogo api def 2

Dott. Dario Franceschini

ministro.segreteria@beniculturali.it

 

Alla c.a. del Capo di Gabinetto del Ministro

dott.ssa Tiziana Coccoluto

gabinetto@beniculturali.it

 

 

La recente pubblicazione del D.M. 154/2017 sulla qualificazione degli operatori economici abilitati ad eseguire i lavori sui BBCC tutelati, ha portato nuovamente in evidenza il grave ed ormai annoso problema della mancata pubblicazione del regolamento attuativo della legge 110/2014 riguardante, fra gli altri, il profilo professionale e formativo degli archeologi e la tenuta del relativo elenco presso il MiBACT.

Preso atto dell’ampia consultazione effettuata al riguardo dal MiBACT  in questa materia con il coinvolgimento delle associazioni di categoria e del corposo lavoro di revisione normativa e tecnica svolto sino ad ora dagli esperti del Ministero, le associazioni sottoscritte chiedono che venga al più presto completato l’iter amministrativo del Regolamento e, vista l’urgenza di dare una regolamentazione al settore, che venga emanato il relativo Decreto.

L’approvazione garantirebbe chiarezza sugli inquadramenti professionali del personale operante nel settore e risolverebbe molte conflittualità che attualmente si registrano sempre più frequentemente sia nelle attività ordinarie che negli appalti pubblici.

In particolare in questo ultimo settore, come accennato sopra, la recente revisione del Codice degli appalti rende assolutamente necessaria l’emanazione del decreto della legge 110 per garantire a migliaia di operatori del Beni Culturali di lavorare a pieno titolo nei cantieri su beni culturali pubblici e privati contribuendo fattivamente alle attività di tutela e salvaguardia del Patrimonio.

 

Le Associazioni:

ANA – Associazione Nazionale Archeologi; ANAI – Associazione Nazionale Archivistica; Direttivo ANASTAR – Associazione Nazionale Storici dell’Arte; ANPIA – Associazione Nazionale Professionale Italiana di Antropologia; API – Archeologi Pubblico Impiego MiBACT; ARCHEOIMPRESE; ASSOTECNICI – Associazione Nazionale dei Tecnici per il Patrimonio Culturale; CIA – Confederazione Italiana Archeologi; CNA – Confederazione Nazionale Artigianato e P.M.I.; CNAP – Confederazione nazionale Archeologi Professionisti; FAP – Federazione Archeologi Professionisti; Mi Riconosci? Sono un Professionista dei Beni Culturali; LEGACOOP produzione e servizi

 

 

 

 

Emendamenti natalizi

Dicembre, si sa, è un mese particolarmente importante per la politica italiana. Tempo di bilanci sul lavoro svolto, ma anche e soprattutto momento di elaborazione della Legge di Stabilità (quella che un tempo si chiamava “la Finanziaria”). È questo lo strumento con il quale si dettano le linee di indirizzo del bilancio dello Stato per l’anno successivo, ed è attraverso di esso che già in passato abbiamo visto arrivare, attraverso emendamenti nascosti tra le pieghe del testo, provvedimenti anche esiziali per il mondo dei Beni Culturali. Come dimenticare il via libera alla riorganizzazione per Decreto Ministeriale del MiBACT, possibile proprio grazie ad un emendamento presentato all’ultimo minuto alla fine del 2015?

Oggi con lo stesso metodo si tenta ancora una volta il colpaccio.

Grazie all’emendamento 4768/VII/1.3 infatti viene proposta

apposita selezione per titoli e colloquio finalizzata all’inquadramento […] delle unità di personale di cui all’articolo 2, comma 5, del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83, convertito, con modificazioni, nella legge 29 luglio 2014, n. 106. Alla selezione di cui al precedente periodo possono partecipare le unità di personale che siano state reclutate a seguito di procedura selettiva pubblica e che, entro la suddetta data del 31 marzo 2018, abbiano prestato servizio per almeno trentasei mesi presso la Segreteria tecnica di progettazione di cui al medesimo articolo 2, comma 5, del decreto-legge n. 83 del 2014, conv. legge n. 106 del 2014.

Nei fatti si sta parlando di una stabilizzazione di tutti quegli archeologi, architetti, ingegneri, assunti come collaboratori nella Segreteria Tecnica di Progettazione del Grande Progetto Pompei (GPP) attraverso una procedura basata solo su titoli e colloquio, senza passare attraverso il concorso pubblico. Per di più una operazione che è resa possibile da una sottrazione dai fondi della dotazione annua per i Musei “nel limite massimo di 500 mila euro annui a decorrere dall’anno 2018”.

Gioverà ricordare rapidamente che la Segreteria Tecnica di cui si parla è stata istituita a partire dal marzo 2015, nel rispetto di quanto previsto dalla legge 106/2014, art. 2, comma 5, “Per accelerare la progettazione degli interventi previsti nell’ambito del Grande Progetto Pompei, al fine di rispettare la scadenza del programma”. Ciò, peraltro, accade in un momento in cui la progettazione è quasi tutta conclusa, a tal punto che la Segreteria si troverà in massima parte a supportare i funzionari della allora Soprintendenza speciale (attualmente Parco archeologico) nella Direzione dei lavori già in essere.

Oggi, quando il Grande Progetto Pompei è nei fatti pressoché concluso, e con un’altra procedura concorsuale a livello nazionale già espletata, con assunzioni in corso ed una graduatoria di idonei valida alla quale attingere in caso di carenze di organico, il tentativo di stabilizzazione dei membri della Segreteria Tecnica appare inutile, inattuale e lesivo dei diritti di colleghi che un concorso l’hanno superato.

Quanto accade è tuttavia sintomatico della deriva subita dall’amministrazione dei Beni Culturali, e più in generale dell’intera Cosa Pubblica in Italia. In nome del principio della semplificazione delle procedure amministrative, si provvede alla creazione di norme speciali che erodono e limitano le leggi che regolerebbero i requisiti di accesso nei ranghi della Pubblica Amministrazione. Aprendo nei fatti la strada ad una gestione delle assunzioni che potremmo definire privatistica, ma che rischia di diventare, nei fatti, clientelare, come già si verifica in parte attraverso le procedure di selezione di personale a tempo determinato che lo Stato effettua attraverso la Società Ales.

 

Chiediamo dunque che l’emendamento venga immediatamente ritirato, e che si apra contestualmente una riflessione più ampia sulla gestione dei Beni Culturali in Italia. Perché a fronte di carenze di organico fortissime per alcune figure fondamentali, come gli assistenti tecnici o il personale amministrativo, non si prediliga la logica di stabilizzazioni che sanno più di favore personale che di effettivo vantaggio per l’Amministrazione.

 

 

Roma, 18.12.2017

Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT

il Presidente, dott. Italo M. MuntoniPOMPEI

Fantasia e realtà: le riqualificazioni lampo

Sono mesi convulsi per il MiBACT. Ancora in mezzo al guado della fase due della riforma, con una fase uno che mostra tutti i suoi difetti e la speranza (o il timore) di una fase tre che aggiusti le cose, con una mobilità in corso di svolgimento e l’agognato arrivo dei vincitori del “concorso dei 500”, l’Amministrazione ha dato il via ad una nuova selezione per gli sviluppi economici del personale interno, che va ad integrare una prima tornata di “progressioni economiche” tenutasi l’anno scorso.

Dopo le dure critiche avanzate dai funzionari del MiBACT sui criteri usati in quell’occasione, non possiamo che tirare un sospiro di sollievo, nel constatare come le regole del gioco siano radicalmente mutate.

Tuttavia, ancora una volta non possiamo non sottolineare come la nuova procedura di selezione mostri una serie di criticità, sia nel metodo con cui è stata organizzata che nel merito.

Dopo che le trattative per arrivare all’accordo con le sigle sindacali si sono trascinate per mesi, la prima notizia ufficiale da parte dell’amministrazione consiste in una circolare (la n. 239 della Direzione Generale Organizzazione), che non contiene il bando (pubblicato solo con la successiva circ. n. 261 del 10 novembre u.s.) bensì un elenco di materiali didattici. Eh sì, perché dopo la riqualificazione-farsa dell’anno scorso, in cui è stato privilegiato chi ha accumulato corsi di qualsiasi tipo interni al MiBACT, in questo giro è stato rispolverato, per mettere a tacere le polemiche, un evergreen della Pubblica Amministrazione: il test con quiz a risposta multipla, già presente nelle preselezioni degli ultimi concorsi di accesso al Ministero stesso.

Al di là della formula scelta di volta in volta, è forse necessaria una riflessione più ampia in merito ai criteri applicati, che consenta di uscire dall’ondivaga applicazione di regole sempre differenti, individuando elementi di giudizio costanti che garantiscano la meritocrazia, evitando d’altra parte disparità di trattamento.

Se è evidente che il criterio dell’anzianità di servizio è applicato con scaglioni più che discutibili, stupisce soprattutto il fatto che i quiz selettivi vertano su materie più adatte ad una vera e propria selezione concorsuale per l’accesso al Ministero o quanto meno ad una procedura di passaggio di area. Menzione particolare merita l’elenco dei “materiali didattici” forniti dall’Amministrazione e utili per tutte le aree: si va dai regolamenti ministeriali alle norme in materia di procedimento amministrativo, dai siti Unesco alla Convenzione sul Paesaggio, dall’Art Bonus alle norme sul cinema, dalla prevenzione della corruzione alla filosofia della riforma (spiccano in tal senso i saggi specifici pubblicati su Aedon negli ultimi 3 anni).

Ha poi dell’incredibile l’omissione dei decreti di riforma del Ministero (DDMM 43-44/2016) dall’elenco dei testi di riferimento contenuto nella circolare 239, soprattutto alla luce dell’inserimento tra questi ultimi di un articolo di Lorenzo Casini, dal titolo assai eloquente di “La riforma del MiBACT tra mito e realtà”. I decreti citati, del resto, sono tema trattato nei quiz anticipati dalle sigle sindacali e poi messi a disposizione dall’Amministrazione, e non scevri di errori marchiani, come quello relativo alla supposta abolizione delle Soprintendenze Archeologia (quiz 4 della III area; ma non erano state abolite TUTTE le vecchie Soprintendenze?).

 

Nelle precedenti progressioni economiche ci hanno voluto insegnare che a nulla serviva il nostro curriculum e il fatto che avessimo prodotto continuamente, in questi anni, pubblicazioni scientifiche che portavano lustro anche al Ministero; a nulla serviva che studiassimo.

Ora, improvvisamente, lo studio pare diventato fondamentale come criterio per le progressioni. Senza contare alcune evidenti contraddizioni: se un funzionario archeologo non conosce la disciplina del cinema e dell’audiovisivo probabilmente non riuscirà ad ottenere un avanzamento economico; così come un assistente tecnico che non conosce l’Art Bonus, per citare solo i casi più eclatanti.

Che dire poi dei numeri dei posti disponibili? Sono 93, distribuiti per le sei fasce di provenienza, con due nuclei più significativi per gli attuali F1 (58 posti) e F4 (28). Per i funzionari più anziani di fascia F6, esclusi dalla precedente procedura, vengono banditi ben due (sì, proprio due!) posti. Evidentemente l’esperienza dei tantissimi colleghi ormai in servizio da molti anni non sembra essere un valore per il ns. Ministero… E l’incalzare dei pensionamenti, nell’incertezza delle nuove immissioni dal concorso, contribuisce a disperdere uno straordinario patrimonio di saperi accumulati negli anni.

Infine, i tempi della selezione. Da qui a dicembre dovrà essere tutto finito, a tal punto che per la presentazione delle domande, necessarie per accedere ai test, è stata concessa solo una settimana. Con buona pace di tutto il personale che, annaspando nel mare in tempesta della riforma, sta cercando di fare quotidianamente il proprio dovere per garantire comunque il funzionamento della macchina amministrativa, e in particolare di tutti quei funzionari che si sforzano di assicurare l’attività di tutela e portare avanti sui territori o nei musei progetti e iniziative da perfezionare prima dell’arrivo, ormai imminente, della mobilità.

 

Ma si sa, a volte la realtà supera la fantasia.

Considerazioni sui Responsabili d’Area nelle SABAP

Diciamo la verità. Seppur impegnati ad analizzare i risvolti della procedura di mobilità appena iniziata, da tempo sentiamo la necessità di commentare l’avvenuta pubblicazione di un documento ministeriale che spiegasse urbi et orbi compiti e funzioni dei responsabili delle aree funzionali nelle Soprintendenze, aree introdotte come novità assoluta nella faticosa riorganizzazione del Ministero, ed in particolare nella cosiddetta “fase 2” iniziata col D.M. 44/2016. Il documento in esame è la circolare 22 della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, successivamente integrata dalla 27.

 

Due parole sugli ultimi 10 mesi…

In effetti, sono passati molti mesi, dopo che gli organi centrali del Ministero hanno ordinato ai nuovi Soprintendenti unici (in carica dall’11 luglio) di nominare -previa selezione interna- i responsabili di area previsti dal DM 44/2016, prima di conoscere compiti e funzioni dei responsabili d’area. Giova ricordare che i Soprintendenti, vista l’assoluta mancanza di indicazioni sui compiti e le funzioni dei futuri responsabili, hanno di fatto interpretato in modo autonomo la natura di tale responsabilità. E altro non potevano fare. Ciò, però, ha comportato situazioni palesemente differenti in ogni Soprintendenza, sulle quali non ci dilungheremo, se non per ricordare che, in taluni casi, gli uffici non disponevano di personale sufficiente a coprire gli incarichi di responsabili delle 7 aree previste, in altri sono stati affidati gli incarichi a prescindere dal profilo tecnico, in altri ancora non sono stati affidati a causa di “interpello” deserto (ad esempio, in mancanza proprio di indicazioni su compiti e responsabilità amministrative, gli archeologi delle neonate 3 soprintendenze venete hanno scelto di non partecipare all’interpello, di fatto aprendo la strada per l’avocazione a sé del ruolo da parte dei 3 soprintendenti.

Tuttavia, pur in questa fluida situazione, i responsabili di area insieme ai loro colleghi hanno lavorato, in modo anche decisamente faticoso, per tentare di garantire quella continuità amministrativa tanto voluta e sbandierata dall’Amministrazione centrale dopo l’11 luglio. E per garantire un generale supporto (forse anche emotivo…!) ai vecchi-nuovi Soprintendenti, di fatto diventati “olistici” per decreto.

 

La circolare 22, la 27 e i nuovi orizzonti

Lo scopo della circolare 22 è di fornire il contenuto su cui lavorare agli attuali e ai futuri responsabili delle aree funzionali; tuttavia, appare subito chiaro, fin dalla prima lettura, che la circolare nasce zoppicante, poiché -a fronte delle indicazioni contenutistiche- specifica bene che la definizione dei compensi è ancora in discussione e dovrà essere sottoposta a contrattazione sindacale su base nazionale. Ma quindi: si applica subito oppure no? E la risposta -secondo logica- dovrebbe essere NO. Eppure, con la successiva circolare 27 (in particolare si legga il punto 5), il Ministero ritiene subito operative le nuove disposizioni!

Tornando alla 22, l’obiettivo è comunque dichiarato: “al fine di rendere omogeneo il nuovo modello organizzativo in tutta l’amministrazione periferica afferente alla Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio”, vengono precisati i compiti e le funzioni dei responsabili di area, “sentite le OO.SS. al tavolo nazionale del 13 aprile 2017”.

E qui cominciano ad emergere dei dubbi: possibile che le OO.SS. non abbiano nulla da dire in merito alla palese contraddizione tra l’aver dettagliato in modo anche pesante alcuni compiti e l’assoluta mancanza di certezze sui compensi economici e sul possibile conflitto tra le nuove “figure professionali” e i profili previsti dal mansionario in vigore nel Ministero?

Inoltre: possibile che ancora una volta, pretendendo di “rendere omogeneo il modello organizzativo”, vengano tenuti in disparte osservazioni, suggerimenti e quant’altro forniti dai tecnici del Ministero che quotidianamente si confrontano con i problemi di organizzazione del lavoro?

Comunque sia… sappiamo ora che “l’articolazione in aree funzionali ha lo scopo di supportare il Soprintendente nell’esercizio delle funzioni di tutela nel territorio di competenza” e che tale organizzazione “per aree tematiche” integra la “tradizionale organizzazione topografica”; tuttavia pare che non ci si renda conto che invece di integrare l’organizzazione topografica e le procedure amministrative, in realtà quella nuova tende forse più a creare dei comparti stagni. Ma sicuramente ci sbagliamo noi…

 

Veniamo a quelli che, secondo noi, sono aspetti decisamente problematici:

 

  1. In generale, l’assoluta novità è che il responsabile di area -salvo disposizione diversa del Soprintendente- sarà anche Responsabile del Procedimento di tutte le istruttorie della sua area, di fatto assumendo oneri e onori. Ma soprattutto oneri; per questo, i compensi previsti (che peraltro dovrebbero essere retro-attivi…, visto il ruolo di “responsabilità” iniziato a fine agosto 2016 in molte Soprintendenze) dovranno garantire una giusta remunerazione, non solo per i carichi di lavoro generale, ma anche per compensare le spese delle coperture assicurative che i responsabili di area dovranno sostenere. Ci si chiede in quale modo i responsabili d’area potranno effettivamente svolgere il ruolo di Responsabile del Procedimento per tutte le istruttorie dei funzionari dell’area di riferimento?! a fronte delle pesanti carenze di organico, che permarranno anche dopo il completamento del concorso in atto, come potranno i responsabili d’area mantenere i propri incarichi territoriali?

Insomma, nello stato in cui versano attualmente le Soprintendenze ci pare persista la mancanza delle minime garanzie per assumere o comunque sostenere questa responsabilità.

 

  1. Il testo della circolare entra poi nel merito delle funzioni dei vari responsabili, che sarebbe troppo lungo ed inutile elencare qui in dettaglio. Salta tuttavia agli occhi la decisa sproporzione tra i compiti del responsabile dell’area Organizzazione e Funzionamento e gli altri; pur supportato dai “responsabili delle unità organizzative amministrative dell’ufficio” (se presenti…!), dovrebbe curare tutte le procedure di gestione generale, dalle pulizie agli atti dell’Art Bonus, dal coordinamento del centralino e portineria alle interrogazioni parlamentari.

Ci chiediamo davvero quali siano state le informazioni in possesso di chi ha concordato il testo della circolare in merito alla reale situazione organizzativa degli uffici.

Peraltro ci sfugge il motivo per il quale, fra i vari incarichi, il responsabile di area sopra descritto non abbia alcuna voce in capitolo sull’importantissimo aspetto della contabilità generale degli uffici (aspetto che è letteralmente sparito dalla circolare; che sia un modo sottile per dire che gli uffici non avranno più una loro contabilità?).

 

  1. Per quanto concerne, invece, le funzioni dei responsabili delle aree tecniche in generale (ma bisogna prima augurarsi che via sia il personale in grado di coprirle tutte…), i compiti appaiono più equilibrati fra di loro e abbastanza definiti, anche se permangono alcuni dubbi. Ad esempio: i responsabili di area hanno anche la titolarità dei rapporti con gli esterni per le tematiche relative alla propria area di competenza? Se sì, di che tipo? Inoltre, se hanno il compito di coordinarsi con i responsabili di altre aree per concludere un’istrutturia di tipo misto, chi ha la titolarità della responsabilità del procedimento? Noi speriamo che le risposte dei dirigenti non siano discrezionali ma il più possibile omogenee sul territorio. Immaginiamo che al Soprintendente rimanga la facoltà di decidere l’interesse prevalente e dunque la titolarità di cui sopra.

 

  1. A fronte delle competenze che gli vengono attribuite e soprattutto della grande responsabilità di cui sopra, un dubbio permane insoluto: in situazioni particolarmente delicate e complesse quale sarà l’effettivo peso del giudizio tecnico di un coordinatore rispetto alle scelte del Dirigente, ovviamente nei settori non di specifica competenza tecnica del Soprintendente? Qualora si dovesse arrivare ad una divergenza di opinioni profonda e non sanabile, la scelta rimarrebbe in capo al Soprintendente? O potrebbe invece essere possibile per il coordinatore d’area chiedere l’espressione in merito del CO.RE.PA.CU. o, meglio ancora, trattandosi di problematiche di carattere tecnico, della Direzione Generale ed in particolare del Servizio di riferimento specifico?

 

  1. Ancora, non avremmo mai voluto leggere, in chiusura dei compiti di ciascun responsabile d’area tecnica, la formula: “ (Assicura il coordinamento per…) ogni altro compito affidato alla Soprintendenza in base al Codice e alle norme vigenti in relazione all’area tecnica di competenza”: espressione generale quanto basta sia per contraddire il proposito stesso della circolare sia per legittimare ogni più ampia interpretazione della formula stessa.

 

  1. Una cosa è certa, o così ci sembra perché ben conosciamo il contesto in cui lavoriamo: i responsabili delle aree di tipo tecnico, ed in particolare architetti, archeologi e storici dell’arte, difficilmente potrebbero sostenere anche il carico di responsabilità della tutela di un determinato comparto territoriale, come attualmente stanno invece facendo. Il territorio verosimilmente dovrebbe essere lasciato agli altri funzionari… In presenza di una macchina amministrativa in perfetta efficienza, completa nei suoi organici, fornita di mezzi e risorse adeguati, i Soprintendenti e i responsabili di area potrebbero certamente avvalersi del contributo di altro personale, specificamente individuato (in qualità di sub-coordinatore o di altro) per la gestione di temi specifici: pensiamo, ad esempio, alla necessità imposta dal recente DPR 31/2017 (Semplificazione delle procedure di autorizzazione paesaggistica) di individuare un referente unico delle procedure semplificate; pensiamo altresì agli attuali incarichi di coordinamento per i vari settori cronologici dell’archeologia o per l’archeologia subacquea o per i siti Unesco (ma analoghi incarichi esistono nel comparto della tutela monumentale e paesaggistica).

Tant’è. Ripetiamo: tutto si potrebbe fare.

Ma non in questo momento storico. Non in un momento in cui gli uffici annaspano alla ricerca di personale, mezzi, risorse. Non ora, senza aver concluso la procedura di mobilità appena iniziata, senza aver concluso l’assunzione dei vincitori del concorso in essere.

 

  1. Gli interpelli svoltisi in tutta fretta alla fine di agosto dello scorso anno sono stati effettuati senza certezze né sui “contenuti” degli incarichi che si andavano ad attribuire né sulle effettive dotazioni organiche di ciascun ufficio; rispondevano ad esigenze di emergenza e dovevano esaurirsi all’inizio di questo anno, se non fosse stato per una proroga de imperio certamente motivata dal perdurare della situazione di “temporaneità” che continua a contraddistinguere l’organizzazione degli uffici. La circolare 27 ha stabilito che, qualora le condizioni lavorative di cui alla circolare 22 non siano accettate dagli attuali responsabili d’area, essi dovranno formalizzare al Soprintendente la propria rinuncia all’incarico. Sicuramente chiaro; ci piacerebbe tuttavia sapere se a questi responsabili d’area “rinunciatari” sarà comunque fornita una indennità -come sarebbe giusto- per il lavoro fin qui svolto.

 

  1. Sarebbe opportuno, inoltre, che venissero meglio definiti i criteri di selezione degli stessi, in modo da rendere le procedure omogenee sul territorio nazionale. Innanzi tutto, fra i criteri tuttora validi (ed esplicitati in occasione del primo interpello, con circolare 10-2016 della stessa Direzione Generale), ci sembra doveroso correggere quanto meno il punto 1, nel quale è richiesto di indicare l’esperienza e le competenze professionali con particolare riferimento all’area richiesta e l’eventuale possesso del profilo di settore. Non si capisce come si possano utilizzare i termini particolare al posto di esclusivo ed eventuale al posto di effettivo, visto che l’intento dichiarato è quello che i responsabili debbano essere una figura specifica di supporto tecnico-scientifico al Soprintendente per ogni area individuata.

Ci permettiamo inoltre di osservare che, vista la complessità dei ruoli e dei carichi di responsabilità, sarebbe opportuno che la selezione non fosse lasciata in capo al solo Soprintendente, ma che venisse creata una apposita commissione composta da Soprintendenti afferenti ai diversi settori tecnici (archeologia, architettura/paesaggio, storia dell’arte)

 

In conclusione

Tutto ciò premesso la nostra associazione chiede urgenti chiarimenti a codesta DG in merito a:

 

  • il modo in cui i coordinatori d’area dovranno effettivamente svolgere il ruolo di Responsabile del Procedimento di tutti i procedimenti relativi alla specifica area di competenza sul territorio;
  • le modalità di risoluzione di eventuali importanti e insanabili divergenze tra il parere tecnico del coordinatore e del Soprintendente di cui sopra;
  • criteri e modalità di selezione dei responsabili d’area: in particolare sulla necessità di possedere il profilo professionale per l’area richiesta;
  • tempistiche certe per l’accordo sulla retribuzione economica nonché adeguatezza della stessa al carico di responsabilità.

 

Alla fine non possiamo che chiederci: era veramente necessario tutto ciò? A un anno dall’entrata in vigore delle Soprintendenze uniche, la macchina burocratica stenta ancora ad entrare a regime e, invece che procedere verso un’auspicata semplificazione, si rende necessario rivedere l’articolazione degli uffici con soluzioni improbabili e problematiche. Questo perché, a fronte del tanto decantato “olismo”, le competenze necessarie a dare sostanza all’atto amministrativo non possono che essere tecniche e specialistiche.

Non conveniva forse che i responsabili di area fossero figure dirigenziali intermedie, adeguatamente riconosciute sia sul piano professionale che sul piano economico ?

Continuando ad auspicare un generale ripensamento della riforma, chiudiamo questo nostro modesto contributo augurando buon lavoro a tutti coloro (Soprintendenti e Responsabili di Area) che vorranno caparbiamente continuare a coordinare il coordinabile in questa nebbia persistente che offusca il nostro mestiere.

 

 

10 luglio 2017                                                                                  Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT