Considerazioni sui Responsabili d’Area nelle SABAP

Diciamo la verità. Seppur impegnati ad analizzare i risvolti della procedura di mobilità appena iniziata, da tempo sentiamo la necessità di commentare l’avvenuta pubblicazione di un documento ministeriale che spiegasse urbi et orbi compiti e funzioni dei responsabili delle aree funzionali nelle Soprintendenze, aree introdotte come novità assoluta nella faticosa riorganizzazione del Ministero, ed in particolare nella cosiddetta “fase 2” iniziata col D.M. 44/2016. Il documento in esame è la circolare 22 della Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio, successivamente integrata dalla 27.

 

Due parole sugli ultimi 10 mesi…

In effetti, sono passati molti mesi, dopo che gli organi centrali del Ministero hanno ordinato ai nuovi Soprintendenti unici (in carica dall’11 luglio) di nominare -previa selezione interna- i responsabili di area previsti dal DM 44/2016, prima di conoscere compiti e funzioni dei responsabili d’area. Giova ricordare che i Soprintendenti, vista l’assoluta mancanza di indicazioni sui compiti e le funzioni dei futuri responsabili, hanno di fatto interpretato in modo autonomo la natura di tale responsabilità. E altro non potevano fare. Ciò, però, ha comportato situazioni palesemente differenti in ogni Soprintendenza, sulle quali non ci dilungheremo, se non per ricordare che, in taluni casi, gli uffici non disponevano di personale sufficiente a coprire gli incarichi di responsabili delle 7 aree previste, in altri sono stati affidati gli incarichi a prescindere dal profilo tecnico, in altri ancora non sono stati affidati a causa di “interpello” deserto (ad esempio, in mancanza proprio di indicazioni su compiti e responsabilità amministrative, gli archeologi delle neonate 3 soprintendenze venete hanno scelto di non partecipare all’interpello, di fatto aprendo la strada per l’avocazione a sé del ruolo da parte dei 3 soprintendenti.

Tuttavia, pur in questa fluida situazione, i responsabili di area insieme ai loro colleghi hanno lavorato, in modo anche decisamente faticoso, per tentare di garantire quella continuità amministrativa tanto voluta e sbandierata dall’Amministrazione centrale dopo l’11 luglio. E per garantire un generale supporto (forse anche emotivo…!) ai vecchi-nuovi Soprintendenti, di fatto diventati “olistici” per decreto.

 

La circolare 22, la 27 e i nuovi orizzonti

Lo scopo della circolare 22 è di fornire il contenuto su cui lavorare agli attuali e ai futuri responsabili delle aree funzionali; tuttavia, appare subito chiaro, fin dalla prima lettura, che la circolare nasce zoppicante, poiché -a fronte delle indicazioni contenutistiche- specifica bene che la definizione dei compensi è ancora in discussione e dovrà essere sottoposta a contrattazione sindacale su base nazionale. Ma quindi: si applica subito oppure no? E la risposta -secondo logica- dovrebbe essere NO. Eppure, con la successiva circolare 27 (in particolare si legga il punto 5), il Ministero ritiene subito operative le nuove disposizioni!

Tornando alla 22, l’obiettivo è comunque dichiarato: “al fine di rendere omogeneo il nuovo modello organizzativo in tutta l’amministrazione periferica afferente alla Direzione Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio”, vengono precisati i compiti e le funzioni dei responsabili di area, “sentite le OO.SS. al tavolo nazionale del 13 aprile 2017”.

E qui cominciano ad emergere dei dubbi: possibile che le OO.SS. non abbiano nulla da dire in merito alla palese contraddizione tra l’aver dettagliato in modo anche pesante alcuni compiti e l’assoluta mancanza di certezze sui compensi economici e sul possibile conflitto tra le nuove “figure professionali” e i profili previsti dal mansionario in vigore nel Ministero?

Inoltre: possibile che ancora una volta, pretendendo di “rendere omogeneo il modello organizzativo”, vengano tenuti in disparte osservazioni, suggerimenti e quant’altro forniti dai tecnici del Ministero che quotidianamente si confrontano con i problemi di organizzazione del lavoro?

Comunque sia… sappiamo ora che “l’articolazione in aree funzionali ha lo scopo di supportare il Soprintendente nell’esercizio delle funzioni di tutela nel territorio di competenza” e che tale organizzazione “per aree tematiche” integra la “tradizionale organizzazione topografica”; tuttavia pare che non ci si renda conto che invece di integrare l’organizzazione topografica e le procedure amministrative, in realtà quella nuova tende forse più a creare dei comparti stagni. Ma sicuramente ci sbagliamo noi…

 

Veniamo a quelli che, secondo noi, sono aspetti decisamente problematici:

 

  1. In generale, l’assoluta novità è che il responsabile di area -salvo disposizione diversa del Soprintendente- sarà anche Responsabile del Procedimento di tutte le istruttorie della sua area, di fatto assumendo oneri e onori. Ma soprattutto oneri; per questo, i compensi previsti (che peraltro dovrebbero essere retro-attivi…, visto il ruolo di “responsabilità” iniziato a fine agosto 2016 in molte Soprintendenze) dovranno garantire una giusta remunerazione, non solo per i carichi di lavoro generale, ma anche per compensare le spese delle coperture assicurative che i responsabili di area dovranno sostenere. Ci si chiede in quale modo i responsabili d’area potranno effettivamente svolgere il ruolo di Responsabile del Procedimento per tutte le istruttorie dei funzionari dell’area di riferimento?! a fronte delle pesanti carenze di organico, che permarranno anche dopo il completamento del concorso in atto, come potranno i responsabili d’area mantenere i propri incarichi territoriali?

Insomma, nello stato in cui versano attualmente le Soprintendenze ci pare persista la mancanza delle minime garanzie per assumere o comunque sostenere questa responsabilità.

 

  1. Il testo della circolare entra poi nel merito delle funzioni dei vari responsabili, che sarebbe troppo lungo ed inutile elencare qui in dettaglio. Salta tuttavia agli occhi la decisa sproporzione tra i compiti del responsabile dell’area Organizzazione e Funzionamento e gli altri; pur supportato dai “responsabili delle unità organizzative amministrative dell’ufficio” (se presenti…!), dovrebbe curare tutte le procedure di gestione generale, dalle pulizie agli atti dell’Art Bonus, dal coordinamento del centralino e portineria alle interrogazioni parlamentari.

Ci chiediamo davvero quali siano state le informazioni in possesso di chi ha concordato il testo della circolare in merito alla reale situazione organizzativa degli uffici.

Peraltro ci sfugge il motivo per il quale, fra i vari incarichi, il responsabile di area sopra descritto non abbia alcuna voce in capitolo sull’importantissimo aspetto della contabilità generale degli uffici (aspetto che è letteralmente sparito dalla circolare; che sia un modo sottile per dire che gli uffici non avranno più una loro contabilità?).

 

  1. Per quanto concerne, invece, le funzioni dei responsabili delle aree tecniche in generale (ma bisogna prima augurarsi che via sia il personale in grado di coprirle tutte…), i compiti appaiono più equilibrati fra di loro e abbastanza definiti, anche se permangono alcuni dubbi. Ad esempio: i responsabili di area hanno anche la titolarità dei rapporti con gli esterni per le tematiche relative alla propria area di competenza? Se sì, di che tipo? Inoltre, se hanno il compito di coordinarsi con i responsabili di altre aree per concludere un’istrutturia di tipo misto, chi ha la titolarità della responsabilità del procedimento? Noi speriamo che le risposte dei dirigenti non siano discrezionali ma il più possibile omogenee sul territorio. Immaginiamo che al Soprintendente rimanga la facoltà di decidere l’interesse prevalente e dunque la titolarità di cui sopra.

 

  1. A fronte delle competenze che gli vengono attribuite e soprattutto della grande responsabilità di cui sopra, un dubbio permane insoluto: in situazioni particolarmente delicate e complesse quale sarà l’effettivo peso del giudizio tecnico di un coordinatore rispetto alle scelte del Dirigente, ovviamente nei settori non di specifica competenza tecnica del Soprintendente? Qualora si dovesse arrivare ad una divergenza di opinioni profonda e non sanabile, la scelta rimarrebbe in capo al Soprintendente? O potrebbe invece essere possibile per il coordinatore d’area chiedere l’espressione in merito del CO.RE.PA.CU. o, meglio ancora, trattandosi di problematiche di carattere tecnico, della Direzione Generale ed in particolare del Servizio di riferimento specifico?

 

  1. Ancora, non avremmo mai voluto leggere, in chiusura dei compiti di ciascun responsabile d’area tecnica, la formula: “ (Assicura il coordinamento per…) ogni altro compito affidato alla Soprintendenza in base al Codice e alle norme vigenti in relazione all’area tecnica di competenza”: espressione generale quanto basta sia per contraddire il proposito stesso della circolare sia per legittimare ogni più ampia interpretazione della formula stessa.

 

  1. Una cosa è certa, o così ci sembra perché ben conosciamo il contesto in cui lavoriamo: i responsabili delle aree di tipo tecnico, ed in particolare architetti, archeologi e storici dell’arte, difficilmente potrebbero sostenere anche il carico di responsabilità della tutela di un determinato comparto territoriale, come attualmente stanno invece facendo. Il territorio verosimilmente dovrebbe essere lasciato agli altri funzionari… In presenza di una macchina amministrativa in perfetta efficienza, completa nei suoi organici, fornita di mezzi e risorse adeguati, i Soprintendenti e i responsabili di area potrebbero certamente avvalersi del contributo di altro personale, specificamente individuato (in qualità di sub-coordinatore o di altro) per la gestione di temi specifici: pensiamo, ad esempio, alla necessità imposta dal recente DPR 31/2017 (Semplificazione delle procedure di autorizzazione paesaggistica) di individuare un referente unico delle procedure semplificate; pensiamo altresì agli attuali incarichi di coordinamento per i vari settori cronologici dell’archeologia o per l’archeologia subacquea o per i siti Unesco (ma analoghi incarichi esistono nel comparto della tutela monumentale e paesaggistica).

Tant’è. Ripetiamo: tutto si potrebbe fare.

Ma non in questo momento storico. Non in un momento in cui gli uffici annaspano alla ricerca di personale, mezzi, risorse. Non ora, senza aver concluso la procedura di mobilità appena iniziata, senza aver concluso l’assunzione dei vincitori del concorso in essere.

 

  1. Gli interpelli svoltisi in tutta fretta alla fine di agosto dello scorso anno sono stati effettuati senza certezze né sui “contenuti” degli incarichi che si andavano ad attribuire né sulle effettive dotazioni organiche di ciascun ufficio; rispondevano ad esigenze di emergenza e dovevano esaurirsi all’inizio di questo anno, se non fosse stato per una proroga de imperio certamente motivata dal perdurare della situazione di “temporaneità” che continua a contraddistinguere l’organizzazione degli uffici. La circolare 27 ha stabilito che, qualora le condizioni lavorative di cui alla circolare 22 non siano accettate dagli attuali responsabili d’area, essi dovranno formalizzare al Soprintendente la propria rinuncia all’incarico. Sicuramente chiaro; ci piacerebbe tuttavia sapere se a questi responsabili d’area “rinunciatari” sarà comunque fornita una indennità -come sarebbe giusto- per il lavoro fin qui svolto.

 

  1. Sarebbe opportuno, inoltre, che venissero meglio definiti i criteri di selezione degli stessi, in modo da rendere le procedure omogenee sul territorio nazionale. Innanzi tutto, fra i criteri tuttora validi (ed esplicitati in occasione del primo interpello, con circolare 10-2016 della stessa Direzione Generale), ci sembra doveroso correggere quanto meno il punto 1, nel quale è richiesto di indicare l’esperienza e le competenze professionali con particolare riferimento all’area richiesta e l’eventuale possesso del profilo di settore. Non si capisce come si possano utilizzare i termini particolare al posto di esclusivo ed eventuale al posto di effettivo, visto che l’intento dichiarato è quello che i responsabili debbano essere una figura specifica di supporto tecnico-scientifico al Soprintendente per ogni area individuata.

Ci permettiamo inoltre di osservare che, vista la complessità dei ruoli e dei carichi di responsabilità, sarebbe opportuno che la selezione non fosse lasciata in capo al solo Soprintendente, ma che venisse creata una apposita commissione composta da Soprintendenti afferenti ai diversi settori tecnici (archeologia, architettura/paesaggio, storia dell’arte)

 

In conclusione

Tutto ciò premesso la nostra associazione chiede urgenti chiarimenti a codesta DG in merito a:

 

  • il modo in cui i coordinatori d’area dovranno effettivamente svolgere il ruolo di Responsabile del Procedimento di tutti i procedimenti relativi alla specifica area di competenza sul territorio;
  • le modalità di risoluzione di eventuali importanti e insanabili divergenze tra il parere tecnico del coordinatore e del Soprintendente di cui sopra;
  • criteri e modalità di selezione dei responsabili d’area: in particolare sulla necessità di possedere il profilo professionale per l’area richiesta;
  • tempistiche certe per l’accordo sulla retribuzione economica nonché adeguatezza della stessa al carico di responsabilità.

 

Alla fine non possiamo che chiederci: era veramente necessario tutto ciò? A un anno dall’entrata in vigore delle Soprintendenze uniche, la macchina burocratica stenta ancora ad entrare a regime e, invece che procedere verso un’auspicata semplificazione, si rende necessario rivedere l’articolazione degli uffici con soluzioni improbabili e problematiche. Questo perché, a fronte del tanto decantato “olismo”, le competenze necessarie a dare sostanza all’atto amministrativo non possono che essere tecniche e specialistiche.

Non conveniva forse che i responsabili di area fossero figure dirigenziali intermedie, adeguatamente riconosciute sia sul piano professionale che sul piano economico ?

Continuando ad auspicare un generale ripensamento della riforma, chiudiamo questo nostro modesto contributo augurando buon lavoro a tutti coloro (Soprintendenti e Responsabili di Area) che vorranno caparbiamente continuare a coordinare il coordinabile in questa nebbia persistente che offusca il nostro mestiere.

 

 

10 luglio 2017                                                                                  Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT

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Riforme giustiziate

E’ deflagrata come una bomba, la notizia dell’annullamento, da parte del TAR del Lazio, della nomina di cinque dei venti direttori dei musei autonomi voluti dalla Riforma Franceschini. Fin dalle prime ore di ieri articoli, giudizi e commenti si rincorrono sulla stampa e sui social media.  Al centro della discussione la nazionalità dei dirigenti colpiti dal provvedimento. Molti gridano allo scandalo: l’Italia provincialotta rigetta con cavilli da azzeccagarbugli l’apporto di competenti studiosi internazionali, che in soli due anni hanno fatto (pare) risorgere i musei a loro assegnati.

In questo fiume di parole, indignazione e urla di scandalo, stupisce in primo luogo che molti (ed in primo luogo giornalisti e politici) evidentemente commentino le sentenze senza leggerle: altrimenti saprebbero che, delle sette nomine annullate, cinque riguardano direttori italiani e che, oltre alla questione dei requisiti di cittadinanza previsti dalla legge, ad essere in discussione sono soprattutto le modalità con cui si è svolta la selezione, che non rispondono ai criteri di trasparenza anch’essi richiesti dalla legge. Quale che sia il giudizio sulla riforma e sulla politica culturale di questo Governo, crediamo che non possa essere contestato il principio che gli atti amministrativi devono essere conformi a quanto previsto dalla legge; in caso contrario verrebbero a mancare i fondamenti stessi dello Stato democratico.

Come i giudici hanno rilevato, il TAR è chiamato a pronunciarsi in merito alla legittimità degli atti amministrativi sulla base delle norme di legge, così come i pubblici ufficiali quelle norme sono tenuti a rispettarle e ad applicarle. Non serve a niente riformare il TAR (come hanno prontamente proposto lungimiranti ministri) né l’Amministrazione se non si cambiano le leggi che l’uno e l’altra sono costituzionalmente chiamati ad applicare.

Quella che oggi si tenta maldestramente di nascondere con la cortina di livorosi commenti e reazioni scomposte da parte di politici anche di primissimo piano, aggrappandosi al pretestuoso tema del rigetto dei direttori stranieri (dei quali, ribadiamo, solo uno su sei è stato per adesso toccato dalla sentenza), è una verità che da più di un anno come API cerchiamo di denunciare in tutti i modi: questa riforma è stata concepita male, con criteri poco trasparenti e strumenti giuridici evidentemente discutibili. Se si vogliono cercare i responsabili di quello che oggi è sotto gli occhi di tutti, non ai giudici del TAR bisogna rivolgersi, ma ai vertici tecnici e politici del Ministero.

Per chi vuole andare alle fonti, ecco i link alle due sentenze:

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=6QJGTLSU2PQXHSNQTP2HE535WE&q=

https://www.giustizia-amministrativa.it/cdsintra/cdsintra/AmministrazionePortale/DocumentViewer/index.html?ddocname=NUSOUJG3GTIQ4ZACZYHDQADC64&q=

Un concorso per quale Ministero?

Finalmente è arrivato: il nuovo concorso, lungamente annunciato, è stato varato ieri dagli uffici del Ministero. Adesso può finalmente partire la lunga maratona di studio per i tanti che aspirano a mettere le proprie professionalità al servizio del MiBACT, mai come in questo momento di profondo cambiamento bisognoso di figure competenti e motivate per rinforzare la propria traballante struttura.

In un momento di totale rivoluzione tuttavia, a guardare le qualifiche e i numeri richiesti dal concorso, sembra quasi che gli uffici che hanno lavorato al bando abbiano operato su di un’isola deserta, senza alcuna comunicazione con l’esterno. La selezione infatti appare messa a punto  in base ai fabbisogni del MiBACT precedenti la riforma. Se il numero degli archeologi a prima vista si mostra congruo, stupisce la loro concentrazione nel Lazio (ben 22 unità di personale su 90 messe a concorso); i territori invece sembrano lasciati in secondo piano, con alcune regioni fortemente penalizzate, nonostante siano in procinto di essere colpite pesantemente dallo “spacchettamento” delle Soprintendenze Archeologia e dal passaggio di competenze ai poli museali. Mancano del tutto indicazioni sugli uffici di assegnazione (Soprintendenze? Musei?): un segno forse dell’incertezza che regna dentro il Ministero sulle dotazioni organiche dei nuovi Istituti? Il nostro timore è che in prospettiva questa incertezza si trasformi in un pesante squilibrio di risorse umane dalle Soprintendenze ai Musei, con seri problemi per la tutela archeologica territoriale.

Del resto, nel settore storico-artistico i soli quaranta posti da funzionario messi a concorso denunciano l’intenzione di marginalizzare sempre di più questa figura: dobbiamo forse aspettarci una sparizione dei tecnici dal territorio ed una loro concentrazione nelle strutture museali?

Ma l’elemento più preoccupante è rappresentato dall’assordante assenza degli amministrativi: la riforma così come è stata concepita nelle sue due fasi prevede un proliferare di uffici, con la nascita ex nihilo di Poli museali e Musei autonomi in quantità, per il cui funzionamento servirebbero impiegati e funzionari amministrativi in misura enormemente maggiore rispetto a quella attuale, visti anche gli imminenti, massicci pensionamenti.

Senza l’immissione di forze nuove dentro le segreterie, gli uffici personale, i protocolli, la macchina ideata da Franceschini rischierà di arenarsi ancor prima di partire. Con buona pace dei nuovi cantori del petrolio culturale e della tutela olistica.

Comunque, auspichiamo che le procedure concorsuali siano espletate nei tempi indicati… per accogliere il prima possibile i nuovi colleghi!

In bocca al lupo a tutti!

Montanari e il Ministero della Bellezza

API MiBACT ha più volte espresso forte preoccupazione per l’indirizzo che si sta imprimendo a tutela, gestione e valorizzazione dei beni culturali italiani. Una preoccupazione che trova ulteriore conferma nelle dimissioni del Prof. Tomaso Montanari dalla commissione ministeriale consultiva che ha il compito di vagliare le proposte di cessione di beni culturali come pagamento delle imposte, rassegnate per rispetto alla propria onestà intellettuale e coerenza professionale. L’incarico, per stessa affermazione del prof. Montanari (fonte: http://www.travelnostop.com/news/beni-culturali/montanari-lascia-mibact-non-presto-mio-lavoro-a-propaganda_133983), si andava rivelando strumento per mera propaganda politica e non vero supporto alla tutela del patrimonio culturale della nazione.

Attraverso la riforma in atto e le molte esternazioni pubbliche delle più alte cariche politiche del nostro Paese, il MiBACT non sembra più avere come fine primario la salute e il benessere del nostro immenso patrimonio culturale. Risulta infatti manifesto come la riforma tenda a immobilizzare l’efficacia di tutti gli aspetti della tutela territoriale (attraverso l’appesantimento della catena di comando e lo svilimento delle competenze scientifiche di soprintendenti e funzionari nelle soprintendenze uniche, l’introduzione dell’istituto del silenzio -assenso e la sottomissione delle soprintendenze alle prefetture), depauperandola sempre più di risorse, tutte destinate ai grandi progetti di valorizzazione. D’altro canto le dichiarazioni del Ministro e del Presidente del Consiglio che si leggono sui giornali sembrano indirizzate verso una considerazione del patrimonio culturale quale mero prodotto sottoposto alle leggi del marketing. Il fatto che si parli sempre più di “bellezza” e sempre meno di “cultura” per indicare il nostro patrimonio, che si voglia decidere sulla salute e sulla valorizzazione dello stesso non sulla base di considerazioni tecniche e scientifiche ma sul … “televoto”,  sono elementi che indicano una preoccupante visione del bene culturale quale prodotto di consumo  e non quale risorsa culturale per il Paese…un patrimonio insomma per il quale il termine “valorizzazione” rischia di essere sempre più interpretato come “dare un valore economico” e non come “utilizzo del bene per creare valore per un territorio”.

Per questo, ancora una volta API-MiBACT rivendica il ruolo e il valore della cultura e di chi opera con serietà e professionalità per la salvaguardia della stessa.

La Bellezza al Governo

Prima serata televisiva, notizia straordinaria, applausi a scena aperta: l’annuncio dato dal Presidente del Consiglio durante la puntata domenicale di “Che tempo che fa” dell’8 maggio è una bomba, per chi si occupa di beni culturali. 150 milioni da investire su beni e luoghi della cultura da restaurare, scavare o ristrutturare sono una cifra considerevole, non c’è che dire, soprattutto a fronte di una situazione che negli ultimi anni ha visto ridursi al lumicino i fondi ordinari messi a disposizione dal Ministero. Una risposta prontissima del premier alle critiche arrivate dalla piazza con la manifestazione di Emergenza Cultura, tenutasi appena un giorno prima.

Dunque, la notizia non può che essere accolta con favore: ossigeno quanto mai necessario per un Ministero sfiancato dai tagli, ancora alle prese con una riforma incompiuta (quella del 2014) e una appena varata.

Ma forse è proprio per alleggerire il carico di lavoro ai poveri funzionari e dirigenti del MiBACT, impegnati a sopravvivere alla disarticolazione degli uffici causata dalle riforme suddette, che il Governo ha elaborato una nuova formula per l’esercizio della tutela. Sì, perché d’ora in avanti non servirà che le Soprintendenze producano complicate e noiose relazioni tecnico-scientifiche, studi di fattibilità, progettazioni, elenchi di priorità. Da adesso in poi sarà direttamente la gente a scegliere quale monumento salvare e quale lasciare a marcire nel degrado. Basta noiose competenze tecniche: sarà l’indice di gradimento espresso dal “televoto” dei beni culturali a decidere. È già pronta una casella di posta elettronica: scrivete dunque a bellezza@governo.it. Sì, avete letto bene: le segnalazioni verranno raccolte direttamente dalla Presidenza del Consiglio. Non fosse mai che al Ministero dei Beni Culturali qualcuno avesse un rigurgito di competenza scientifica per indirizzare le scelte…

Per il lavoro corrente dei tecnici, del resto, rimarrà la solita manciata di soldi con cui far fronte alla tutela quotidiana: 35 milioni circa, stando ai dati 2015, spalmati su tutti i settori (archeologia, storia dell’arte, architettura, paesaggio, archivi, biblioteche…) con cui occuparsi di manutenzioni, restauri, cantieri di scavo, ma che servono anche a pagare bollette e pulizie di musei e uffici. Una miseria, se raffrontata alle necessità del patrimonio culturale della Nazione.

Ma si sa, val più l’annuncio di una sera che il lungo e oscuro lavoro di chi la tutela si ostina a farla ogni giorno.

L’ICA che vorremmo…

Nel dibattito sull’Istituto Centrale di Archeologia, annunciato dal Ministro in un’intervista sul quotidiano
“La Repubblica”, non è stato finora fornito alcun elemento utile per capire motivazioni e obiettivi di questo
nuovo corpo interno al Ministero, né le specificità che si ritiene debba assumere rispetto ai compiti di tipo
archeologico assorbiti -dopo la soppressione della Direzione Generale Archeologia- dalla nuova Direzione
Generale Archeologia, Belle Arti e Paesaggio. È completamente mancata, del resto, la consultazione della
componente tecnico-scientifica interna allo stesso Ministero.
Sebbene ancora non siano chiare funzioni e compiti del nuovo istituto, A.P.I. – MiBACT ritiene che il nuovo
Istituto debba elaborare linee guida e indirizzi metodologici nell’ambito archeologico e auspica il pieno
coinvolgimento dei funzionari archeologi in forza nelle varie regioni, portatori non solo di esigenze e
problematiche delle diverse realtà territoriali, ma anche del complesso di esperienze scientifiche e pratiche
maturate nel corso degli anni all’interno degli istituti periferici.
Riteniamo quindi che l’I.C.A. si possa occupare di:
1) Elaborazione di criteri generali per:
– definizione di standard omogenei di elaborazione della documentazione di scavo, compresa quella grafica e
fotografica;
– regolamentazione della proprietà scientifica e intellettuale dei dati di scavo, che contribuisca a tutelare i
diritti intellettuali di chi raccoglie ed elabora tale documentazione scientifica, oltre che quelli della direzione
scientifica;
– elaborazione di procedure unitarie per banche dati e GIS da utilizzare per le valutazioni di rischio
archeologico nella pianificazione territoriale.
2) Sostegno per l’adeguamento informatico degli uffici MiBACT, consistente in:
– supporto alle quotidiane attività di informatizzazione e digitalizzazione degli archivi pregressi, anche
attraverso l’elaborazione di linee-guida per l’applicazione del Codice dell’Amministrazione Digitale;
– sostegno di progetti tuttora esistenti in ambito ministeriale (ad es. sistemi informativi RAPTOR e SITAR),
nati in seno alle Soprintendenze Archeologiche;
– sostegno all’avvio della digitalizzazione degli archivi pregressi nelle regioni dove questa azione non sia
stata ancora avviata.
3) Elaborazione di protocolli e supporto organizzativo per le attività archeologiche subacquee condotte
su tutto il territorio nazionale e sulle acque di competenza, attraverso:
– coordinamento e completamento del progetto Archeomar;
– elaborazione di proposte progettuali per la regolamentazione del settore, per le attività di tutela e di ricerca,
per la formazione degli archeologi subacquei;
– coordinamento con il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – Uffici Circondariali Marittimi per la
collaborazione continua ai fini della tutela.
4) Attivazione di servizi e laboratori centrali per le Scienze archeologiche (geoarcheologia, archeometria,
bioarcheologie, ecc.), a supporto delle attività delle strutture periferiche del tutto prive di personale e di
risorse, in grado di ottemperare a tale fondamentale componente dell’attività di scavo archeologico.
5) Divulgazione su scala nazionale e internazionale degli esiti, almeno preliminari, degli scavi e delle
ricerche condotte in Italia dal Ministero, tramite, ad esempio, la ripresa della pubblicazione dei Fasti-online.
Essa permette infatti di fornire in tempi rapidi e con costi estremamente ridotti, in attesa di edizioni più
estensive, i primi dati utili al progredire della ricerca scientifica, nonché di divulgare informazioni su temi di
ricerca del Ministero, contribuendo all’attività di valorizzazione del patrimonio tutelato.

Un direttore in più

con l’arrivo delle rondini la macchina del MiBACT si rimette in moto per dar l’avvio alla fase due della riforma, sistemandone il primo fondamentale tassello.
La scorsa settimana si è infatti chiuso il bando per scegliere il nuovo DG “Archeologia, Belle Arti e Paesaggio”, chiamato a gestire le Soprintendenze uniche prossime venture, e per individuare il nuovo direttore del Museo Nazionale Romano, che si andrà ad aggiungere ai musei con autonomia speciale i cui direttori sono stati scelti nel 2015 attraverso un contestato bando internazionale. Eh, sì, perché all’epoca il Governo ha ritenuto che per i principali luoghi della cultura italiani dovessero essere convocati i migliori studiosi di arte e archeologia del mondo. Il risultato è noto: le professionalità interne al Ministero “snobbate” e i musei con autonomia speciale “conquistati” da studiosi internazionali.
Sarà per questo che adesso il MiBACT ha cambiato rotta? Sta di fatto che al bando internazionale è stato preferito, per questo illustre complesso, un più ristretto interpello ministeriale, a cui sono chiamati a rispondere, di fatto, i dirigenti interni già in servizio.
Un bel cambio di passo, non c’è che dire. Forse si è voluto dare un segnale forte, rivendicando la presenza anche all’interno del Ministero di professionalità forti, a tal punto da portare il Ministro stesso a disattendere uno dei capisaldi della riforma, ovvero l’idea del bando internazionale? Ce lo auguriamo vivamente, credendo infatti che numerose altre criticità per l’attività di tutela potranno essere determinate, o superate, a seconda delle modalità di applicazione del DM.
Del resto, più di una volta il mondo della cultura italiano e i lavoratori del Ministero hanno messo in luce le contraddizioni di un metodo di selezione (il “bando internazionale”) che è parso più funzionale ad un’operazione di immagine che all’effettiva scelta dei profili più adatti alle cariche disponibili.
Dunque, ben venga una procedura più rispettosa delle professionalità interne al MiBACT…
A ben guardare però permane il dubbio sulle recondite ragioni che hanno condotto al repentino mutare dei criteri utilizzati dal Ministero rispetto alle precedenti procedure di selezione: un po’ più di chiarezza e trasparenza non guasterebbero, soprattutto in un momento così delicato per la vita del MiBACT e di tutti i suoi membri.