UNA NUOVA SABAP IN LOMBARDIA? Perché NO!

Si apprende con sconcerto e preoccupazione della creazione di una ulteriore, nuova, Soprintendenza ABAP in Lombardia che si aggiungerebbe alle quattro già esistenti.

Come funzionari archeologi che ben conoscono la situazione degli uffici periferici lombardi ci chiediamo come sia possibile costituire un nuovo ufficio a fronte della già grave situazione di quelli esistenti, privi delle dotazioni organiche minime che ne garantiscano il funzionamento e a breve ulteriormente messi alla prova a causa dei numerosi pensionamenti in corso.

Tale carenza di personale, è bene precisarlo, non riguarda tanto i funzionari tecnico-scientifici (archeologi, architetti, storici dell’arte), quanto i ruoli amministrativi e tecnici che dovrebbero garantire il funzionamento degli uffici. La Soprintendenza di Mantova, a quattro anni dalla sua creazione, si trova ad operare in carenza di personale e spazi per gli uffici, dal momento che mancano del tutto assistenti tecnici e collaboratori, mentre pochissime sono le figure operanti nel settore amministrativo e di gestione del personale e quelle addette al protocollo. La Soprintendenza di Brescia attualmente, oltre ad essere priva di direttore amministrativo e direttore del personale, è gravemente sotto organico per quanto riguarda i funzionari architetti. La SABAP per la Città Metropolitana di Milano lamenta una carenza di personale amministrativo. La SABAP per le province di Como, Lecco, Monza-Brianza, Pavia, Sondrio e Varese, che dovrebbe essere interessata dalla creazione – per scissione – del nuovo Ufficio, è già adesso carente di tecnici e di personale addetto al protocollo e a breve subirà una drastica diminuzione del personale amministrativo a causa dei numerosi pensionamenti e resta quindi un mistero come non potrà garantire una copertura delle necessità di personale di due Soprintendenze.

Nell’esprimere apprensione anche per l’individuazione della sede della nuova Soprintendenza, data l’assenza di sedi disponibili, ci domandiamo che criterio, che non sia meramente relativo al numero di comuni, abitanti e all’estensione territoriale, abbia portato alla scelta di attribuire, sulla base di quanto noto finora, al nuovo Ufficio le province di Monza e della Brianza e di Pavia, territori che non solo non confinano fra loro, ma che hanno caratteristiche storiche, geografiche e di popolamento decisamente differenti.

Come funzionari archeologi segnaliamo con preoccupazione che l’ennesimo frazionamento degli uffici porterà ad un ulteriore indebolimento dell’attività di tutela degli uffici, già pesantemente colpiti dalle precedenti fasi di riforma, invitando ad una riconsiderazione della scelta di istituire una nuova Soprintendenza ABAP nella Regione Lombardia.

dott. Italo M. Muntoni                                                dott.ssa Grazia Maria Facchinetti

Presidente Nazionale di API – MiBACT                                   Coordinatore Regionale di API –                                                                                                                   MiBACT Lombardia

 

trowel e caschetto

L’occasione perduta

La recentissima soluzione della crisi di governo ci costringe ad impostare questo nostro contributo in forma di saluto indirizzato sia all’ex ministro dott. Bonisoli sia al nuovo Ministro on. Franceschini.  Si fa peraltro sempre più nebuloso il destino del DPCM 76/2019 di Riorganizzazione del Ministero; dopo lo stop ai decreti ministeriali attuativi, bloccati prima dell’approvazione da parte della Corte dei Conti, le ultime dichiarazioni del nuovo responsabile del nostro dicastero indicano la volontà di intervenire in qualche modo anche sul cuore del riassetto voluto dal suo predecessore.

Ci sembra comunque doveroso esprimere una serie di osservazioni scaturite sia dagli ultimi mesi di faticosa gestione della “riforma in itinere” sia dal testo del DPCM che degli stessi decreti attuativi, come anche dalla lettera indirizzata a tutti i dipendenti MiBAC dallo stesso Bonisoli il 2 settembre scorso.

Lungi dal voler inutilmente soffermarci sull’utilizzo di termini quali “riforma” o “contro-riforma”, è necessario intanto sgombrare il campo da un equivoco. Tutti i recenti atti normativi che hanno interessato il funzionamento del MiBAC sono di fatto regolamenti di organizzazione e, dunque, si utilizzerà tale formula invece della più invisa “riforma”. Contestiamo in ogni caso fortemente che Bonisoli riduca il DPCM ad una sostanza leggera (“alcune necessarie modifiche che ogni organizzazione complessa è tenuta dinamicamente ad introdurre”, cit.) sia perché, appunto, nel merito il DPCM ha introdotto sostanziali novità nell’articolazione ministeriale, sia perché rimangono davvero nebulosi gli obiettivi per i quali l’azione del ministro e dei suoi consiglieri ha stravolto l’assetto dei Poli museali e dei Segretariati regionali. Il MiBAC, ritornato ora a MiBACT, non equivale ad “ogni organizzazione complessa”; ha una struttura diversa rispetto a quella degli altri ministeri. Il MiBACT non è fatto solo di persone, di uffici e sedie da assegnare; il MiBACT detiene e gestisce il Patrimonio culturale di proprietà statale. Ogni operazione di “maquillage” condotta sugli uffici ha delle conseguenti ripercussioni proprio sulla gestione del Patrimonio. E questo nostro messaggio, nonostante la fase di ascolto dei soggetti portatori di interesse promossa nei mesi scorsi, non è purtroppo arrivato a destinazione.

Non si riesce davvero a comprendere come possa corrispondere al criterio della razionalità ed efficienza della PA un’operazione che, nei fatti, ha privato le periferie di sedi dirigenziali, determinando accorpamenti di funzioni senza alcuna logica ed indebolendo gli stessi uffici periferici a vantaggio della macchina centrale. Suona davvero vuota l’espressione “governance più forte” usata da Bonisoli per definire l’operazione.

Un meccanismo innovativo, come la COREPACU (elemento introdotto nel precedente DPCM 171/2014) è stato smantellato e l’azione volta all’elaborazione dei vincoli e delle Verifiche di Interesse Culturale, numerosissime, è ad oggi in un limbo procedurale che auspichiamo sia definitivamente superato, come già avviato della competente Direzione Generale, scongiurando il rischio di un rallentamento nell’emissione dei decreti o, peggio, di un mancato rispetto dei tempi di legge, per l’accentramento di queste procedure da tutta Italia negli Uffici centrali.

Auspichiamo peraltro davvero che la nuova Direzione Generale Contratti possa avere un impatto positivo sulla capacità di spesa e condividiamo in parte le valutazioni di Bonisoli su questo tema critico; a patto che si riconosca anche che le criticità nella capacità di spesa dipendono e derivano da una Programmazione ordinaria continuamente incerta, nei tempi e negli importi assegnati, oltre che da una cronica mancanza di personale amministrativo e/o di supporto per le attività di progettazione, che in periferia gravano pressoché totalmente sui funzionari tecnico-scientifici impegnati totalmente a svolgere l’attività di tutela e valorizzazione di loro competenza. Tuttavia, ferma restando l’utilità di disporre di supporti amministrativi nella nuova DG nel campo dei contratti e delle concessioni d’uso, stupisce e preoccupa non poco l’introduzione del concetto di “bene minore”, mai trattato prima, né a livello scientifico né a livello giuridico.

Certamente API deve soffermarsi sull’azione condotta nei confronti dei Poli museali. In più riprese (non solo il 21 marzo scorso) abbiamo manifestato la contrarietà al progetto nato col DPCM 171, proponendo di superare le divisioni con una nuova visione unitaria di gestione del Patrimonio, che ricomprenda – come è stato fino a pochi anni fa – tutela e valorizzazione. È questa senz’altro un’occasione perduta di sanare un vulnus culturalmente inaccettabile. Né sembra che gli interventi apportati possano condurre ad un vero superamento della situazione attuale, con musei di serie A e B, ma forse anche C. Le logiche delle reti territoriali appaiono confuse e inappropriate, in particolar modo in relazione agli accorpamenti extraregionali, quanto meno per come sono state disegnate dal DPCM 76 e dal successivo decreto ministeriale relativo alla riorganizzazione dei musei, poi ritirato. L’evoluzione in HUB, al di là del moderno gergo aeroportuale, manca di un solido progetto scientifico a monte e le reti lasciano senza soluzione i problemi già esistenti di mancato raccordo con i musei degli enti locali.

Rileviamo di certo l’impegno di Bonisoli nell’ambito delle assunzioni, ricordando tuttavia che l’operazione ci sembra essere pubblicizzata come azione eccezionale, quando invece si sostanzia in un necessario tappo alla gigantesca falla che si sta aprendo in tutte le aree a seguito dei pensionamenti. L’azione condotta è operazione necessaria esclusivamente per evitare il tracollo della struttura ministeriale e non di certo un rilancio del settore della cultura italiano ed europeo, come sbandierato.

Certo non possiamo ambire, con questo documento, ad entrare nei dettagli di ogni singolo articolo della riorganizzazione ministeriale. Tuttavia possiamo notare alcuni elementi macroscopici, a partire sia da elementi di forma, come l’ “illeggibilità” delle prime 6 pagine del decreto musei, composte da un rocambolesco ed indecente gioco di sostituzione di parole rispetto al decreto di fine 2014, sia da elementi di sostanza come l’incongruenza del progetto Musei Nazionali Etruschi. Su tale tema: se si raggruppano più musei ed aree su più regioni (Lazio e Toscana) non si comprende perché ad esempio ne sia escluso il Museo di Marzabotto, assegnato alla rete territoriale dell’Emilia Romagna, o addirittura Veio, che rimane in capo alla rete territoriale del Lazio. Potrebbe essere una svista o una dimenticanza, come quella che ha condotto alla scomparsa del neonato e neo-inaugurato Museo delle Navi di Pisa… di cui non vi è traccia.

Colpisce la logica applicata (se ce n’è una), che mira  –crediamo – a rendere giustizia ad un macro-fenomeno storico-culturale come la civiltà etrusca, ma che contraddice e smentisce la stessa logica organizzativa delle reti territoriali, rischiando di innescare cortocircuiti a livello soprattutto gestionale. Se il progetto, a monte, è culturale, allora forse meritava più attenzione e coinvolgimento e discussione, immaginando strumenti analoghi per altri macro-fenomeni di livello extra-regionale (la civiltà longobarda, ad esempio). Se invece il progetto è solo gestionale, allora non si comprende l’abolizione (!!!) del Polo del Friuli Venezia Giulia, con assegnazione al Castello di Miramare di tutte le sedi museali FVG, in una logica solo politica, preludio alla più agevole cessione della gestione da parte del MiBACT alla regione autonoma, sulla scorta delle spinte autonomistiche particolarmente forti in Regione.

Non si comprende, nuovamente, come l’accorpamento o scorporo dei luoghi della cultura, come disposto dall’art.3, c.4 del decreto di articolazione degli uffici dirigenziali di livello non generale, sulla base della loro collocazione nello stesso Comune (!) possa davvero aiutare la fruizione e la valorizzazione.

Le SABAP risultano essere uscite quasi indenni dall’intervento di riorganizzazione, per lo meno nel numero (ad eccezione di un cambio di denominazione in Abruzzo a partire dal 2020) e nelle competenze, se escludiamo la possibilità che possano attivare autonomamente dei nuclei dedicati all’archeologia subacquea (operazione che rinvia, ancora una volta, alla periferia l’ingrato compito di risolvere le questioni legate al personale preposto, alle attrezzature, alla capacità operativa, etc). Resta immutato anche il problema della valorizzazione nelle SABAP; ad una prima lettura dei documenti legati alla riorganizzazione ministeriale, non sembra chiaro quale debba essere il rapporto tra SABAP ed uffici centrali nel caso di interventi di valorizzazione o accordi di valorizzazione di aree e/o reperti statali che si trovano in zone o immobili di proprietà di enti locali. Sembrerebbe esserci una competenza specifica della Direzione Generale Musei, secondo l’art. 17, c. 2, lett. d, f, i del DPCM, ma forse anche della Direzione Generale Contratti, secondo l’art. 23, c.2, lett. e. Senza contare che la parola “valorizzazione” ancora una volta non compare fra le funzioni né delle SABAP né della Direzione Generale ABAP. In attesa dunque di ricevere indicazioni e linee-guida chiare, tutto ciò è ulteriore conferma della difficoltà intrinseca nell’affrontare le problematiche derivanti dall’artificiosa e dannosa divisione tra tutela e valorizzazione.

Appaiono poi illogici gli interventi di riorganizzazione dei Segretariati regionali, ora accorpati in buona parte e ridenominati; illogici soprattutto perché avrebbero dovuto riflettere quanto meno le discutibili modifiche territoriali apportate ai Poli / Direzioni Territoriali Reti Museali. Che senso ha, ad esempio, una rete territoriale di Lombardia e Veneto se poi anche il Segretariato distrettuale non segue la stessa logica organizzativa? Altrove invece l’accorpamento dei Poli è seguito da identico accorpamento dei Segretariati (v. il caso di Liguria e Piemonte). Insomma, un guazzabuglio ingiustificabile, ancora una volta condotto sulla pelle dei dipendenti.

In attesa di capire cosa succederà nelle prossime settimane e quale indirizzo darà il nuovo (vecchio ?!) ministro, speriamo davvero che termini presto questo stato di confusione mentale e organizzativa che sempre più –purtroppo – caratterizza questo sfortunato Ministero.

 

 

Archeologi Pubblico Impiego  – MiBACT

Riorganizzazioni perenni

Con le bozze rese note in questi giorni si sono finalmente svelati i dettagli sul progetto di riorganizzazione del MiBAC del quale il Ministro Bonisoli aveva provveduto a illustrare le linee generali negli incontri tenutisi il 20 e il 21 marzo scorsi, ai quali anche API era stata invitata insieme alle altre associazioni di categoria.

Nonostante un percorso di elaborazione condivisibile nella forma, che ha visto il coinvolgimento diretto di associazioni e sindacati tramite incontri e riunioni, e a dispetto della disponibilità a operare cambiamenti, manifestata dal Ministro stesso all’emergere delle prime perplessità durante la presentazione di marzo, la bozza di decreto presenta immutate tutte le criticità sulle quali ci eravamo espressi pubblicamente dopo l’incontro.

Il testo diffuso, infatti, non incide sugli aspetti maggiormente controversi della riforma Franceschini, ma si configura come una riorganizzazione che mira a ridurre il campo di operatività di alcuni uffici periferici, centralizzando sulle direzioni generali alcune funzionalità.

I Segretariati Regionali infatti vengono smantellati e sostituiti da  strutture distrettuali sovraregionali con compiti ridotti e residuali. Tale depotenziamento, se da un lato contribuisce a semplificare la macchina amministrativa, risulta di difficile attuazione in un panorama di estrema frammentazione degli organi territoriali preposti alla tutela. A fronte di Soprintendenze provinciali o sovraprovinciali (il cui numero ancora non è noto, ma che in base alle dichiarazioni potrebbe risultare addirittura superiore alle 37 attuali), l’eliminazione di strutture di livello regionale comporta il riaccentramento a Roma di una serie di funzioni (emanazione dei decreti di vincolo e pronunciamenti delle verifiche di interesse in primo luogo), con un conseguente sbilanciamento dei carichi di lavoro sulle direzioni generali ed un prevedibile allungamento dei tempi di conclusione dei procedimenti amministrativi.

Sorge il sospetto che l’accentramento di molte funzioni di tutela a Roma vada nella direzione di svuotare di competenze gli uffici periferici per facilitare in un secondo momento il passaggio delle restanti competenze alle Regioni.

La scelta, inoltre, di creare una Direzione Generale che gestisca almeno in parte contratti e concessioni per gli uffici territoriali del Ministero costituisce ulteriore motivo di preoccupazione. Se da un lato è condivisibile la volontà di dettare criteri uniformi in materia, ancora una volta bisogna sottolineare il rischio di allungare a dismisura la tempistica connessa alla stipula dei contratti.

Privi del raccordo dei segretariati regionali, gli altri uffici periferici sembrano destinati a navigare in ordine sparso, senza la funzione di coordinamento a livello regionale assicurata dai CoRePaCu. A complicare ulteriormente il quadro interviene la riforma dei Poli Museali Regionali, trasformati in Direzioni Territoriali delle Reti Museali. L’accelerazione su una funzione di coordinamento dei vari musei (in una prospettiva di coinvolgimento degli istituti di cultura di proprietà di altri Enti) può risultare importante, in modo da potenziare la valorizzazione del patrimonio; resta tuttavia il fatto che la creazione di strutture sovraregionali contribuirà a indebolire l’azione del Ministero sui territori, scollando ulteriormente la valorizzazione dalla tutela. La stessa possibilità (adombrata, ma non chiaramente definita a livello di regolamento) del ritorno di (alcuni) musei e aree archeologiche alle SABAP contribuirebbe, in assenza di un coordinamento forte, alla creazione di una valorizzazione a due velocità (o a tre, considerando il ruolo dei musei autonomi), per la quale rischiamo di assistere ad una dispersione di risorse economiche e umane, aggravata dall’allontanamento delle sedi delle Direzioni Territoriali dai comprensori museali di competenza e dall’evidente confusione generata dalla presenza di più strutture differenti che si occuperanno di valorizzazione.

Gli stessi musei autonomi, inoltre, si trovano ad essere ridimensionati nella loro discrezionalità, privati come sono dei consigli di amministrazione, elemento questo che oltre a costituire una garanzia specifica per ogni museo (in quanto tagliato sulle specificità dello stesso), avvicinava per la prima volta i grandi musei italiani a quelli internazionali come modalità di gestione.

Risulta infine incomprensibile ai limiti dell’autolesionismo l’abolizione di due luoghi della cultura autonomi a tema archeologico: il Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia e il Parco Archeologico dell’Appia Antica. La scelta di privare tali istituti dell’autonomia appare oscura e poco giustificabile, in quanto penalizza strutture che, pur estremamente differenti tra loro, per ragioni diverse costituiscono importanti luoghi di valorizzazione del patrimonio: da potenziare, piuttosto che da cassare.

Con la perdita di autonomia di Villa Giulia rischia di venire meno l’operazione di rivitalizzazione di un museo chiave per la comprensione delle antichità etrusche e italiche partita con la nomina dell’attuale direttore. Per l’Appia Antica siamo all’assurdo: il nuovo responsabile, scelto dopo una selezione internazionale durata mesi, si trova ad essere dimissionato ancor prima della presa di servizio.

Infine, se per gli organi preposti alla tutela apparentemente quasi nulla cambia, non possiamo non ribadire i potenziali rischi della commistione di funzioni di tutela e valorizzazione affidate alle SABAP, con la possibile consegna a queste ultime di alcuni luoghi della cultura, che potrebbe confliggere con la persistenza di strutture territoriali di gestione dei musei, innescando conflitti di competenze e difficoltà nella gestione congiunta delle attività di valorizzazione.

Se poi viene scongiurato il rischio della creazione di una “Soprintendenza del Mare” la cui effettiva operatività sembrava di difficile attuazione, resta da chiarire il funzionamento delle previste “sedi distaccate dedicate al patrimonio subacqueo” e i rapporti di queste con gli storici nuclei di archeologia subacquea ancora esistenti e lasciati ai margini nel corso della precedente riforma.

 

A fronte del quadro prospettato, restano tutt’ora in piedi i principali problemi organizzativi del Ministero: ancora lamentiamo infatti la persistente assenza di una catena di comando tecnica consentita solo da uffici settoriali e la separazione di fatto tra funzioni di tutela e valorizzazione.

In buona sostanza, ci troviamo di fronte ad un testo che non risolve i problemi della precedente organizzazione voluta dall’allora Ministro Franceschini, ma che, se possibile, rischia di complicare ulteriormente il quadro complessivo. Questo nonostante la fase di ascolto della nostra, come di altre associazioni e sigle sindacali, che pure avevamo avuto modo di apprezzare, ma alla quale evidentemente non è seguito un recepimento delle istanze segnalate.

Il rischio adesso è di subire un ulteriore processo di riorganizzazione che si troverà ad intervenire sugli organi ministeriali già provati dai recenti stravolgimenti, con un conseguente, ulteriore colpo alle attività di tutela e valorizzazione. L’esatto contrario di quanto sarebbe necessario per i Beni Culturali italiani.

Colosseo restauro

Le riforme che verranno. Lettera di API al Ministro Bonisoli

Dopo l’incontro con il Ministro avvenuto il 20 marzo scorso, riguardante la ormai imminente nuova riforma organizzativa del MiBAC, API ha avviato una riflessione sulle principali criticità del nuovo assetto del Ministero, inviando le proprie considerazioni all’On. BOnisoli. Di seguito riportiamo il testo della lettera:

Gentilissimo Sig. Ministro,

L’Associazione Archeologi del Pubblico Impiego – API, alla luce dell’incontro tenutosi il 20.03.2019 e dei documenti di presentazione della Riforma divulgati anche successivamente, pur apprezzando la soluzione adottata nel voler condividere con le associazioni la riforma in atto e nel voler intraprendere azioni volte al superamento delle carenze di organico e al miglioramento dei processi, degli strumenti per la gestione dei contratti, delle sponsorizzazioni, degli appalti, delle concessioni, delle forme di partenariato pubblico/privato, ritiene doveroso porre all’attenzione Sua e del Presidente della Commissione alcune criticità della proposta presentata.

È innanzitutto doveroso sottolineare come API abbia più volte ribadito, in documenti pubblici e in note trasmesse alla Segreteria del Ministro e all’attenzione della stessa Commissione, che la tutela archeologica ha specificità proprie. Tali specificità non consistono solo nella particolare azione di controllo istituzionale sul territorio ma anche nell’esigenza di disporre di strutture per la conservazione e il restauro del patrimonio archeologico rinvenuto; sono condizioni che impongono la presenza di una dirigenza con competenze specifiche del settore nonché una visione di intervento su larga scala territoriale, che sia in grado di garantire un’azione di tutela omogenea ed efficace su un patrimonio che si accresce ogni giorno. Per tale ragione la soprintendenza unica, così come attualmente concepita e così come si prospetta nel prossimo futuro, non è una soluzione efficace né per la preservazione del patrimonio culturale né per una piena soddisfazione dei diritti dei cittadini.

Infatti, la centralità dei cittadini nell’azione ministeriale (più volte indicata come fulcro della riforma in itinere) deve essere intesa come dovere dello Stato di preservare il patrimonio culturale della nostra Nazione per l’educazione e il godimento di tutti i cittadini, delle generazioni presenti e future, e non come mero coinvolgimento per fini privatistici. In tal senso, solo un’azione di tutela unitaria e competente può salvaguardare tale patrimonio e consentirne forme adeguate di valorizzazione.

Partendo da questo ineludibile assioma, che va attuato con tutti i mezzi in possesso del MiBAC , ossia l’unitarietà delle azioni di tutela, conservazione e  valorizzazione, e alla base di questi, della ricerca scientifica, si ritiene che la proposta presentata presenti dei punti di debolezza che possono inficiare tali pratiche e quindi annullare il beneficio per i cittadini, come sopra inteso.

 

Si richiede pertanto un ripensamento fattivo sui seguenti aspetti critici:

  1. SABAP – Al di là di tutte le criticità sopra esposte, per cui API continua a ritenere le Soprintendenze uniche soluzioni non efficaci e ad auspicare il ritorno a Soprintendenze archeologiche regionali, il prospettato moltiplicarsi delle SABAP sul territorio non porterà di certo alcun avvicinamento ai cittadini, ma di fatto alla perdita di una visione scientifica più ampia, ad una inevitabile perdita di fiducia da parte degli Enti locali e dei cittadini nei confronti di uno Stato che risulterà eccessivamente frammentato e letteralmente inabile al coordinamento delle proprie azioni sul territorio. Tali SABAP non tengono peraltro conto delle dinamiche storiche e culturali che avevano portato, oltre un secolo fa, all’istituzione di uffici di tutela con specifiche estensioni territoriali.

Si chiede pertanto quantomeno la riduzione delle SABAP a una unità regionale o a non più di 2 unità (per limitati casi dove estensione geografica e caratteristiche storiche potrebbero giustificare tale divisione). Inoltre, attualmente le SABAP sono in grave difficoltà a causa della frequente mancanza di una sede unitaria (mentre si richiede una gestione unitaria della pratica) e per la difformità delle procedure tra i vari settori tecnico-scientifici (nonostante la richiesta di produrre un unico parere). Appare poi contraddittoria, a fronte delle strutture unificate create con il DM 44/2016, la prospettata istituzione di “Soprintendenze archeologiche del mare”, il cui disegno appare quanto mai nebuloso rispetto all’importantissimo ruolo di tutela che potrebbero (e dovrebbero) ricoprire a livello interministeriale. Si rappresenta, infine, il rischio di un ulteriore ed inutile sperpero di risorse da dedicare a discutibili passaggi patrimoniali tra i vari uffici, per i quali gli stessi uffici non sono in alcun modo attrezzati.

Per il superamento di tali problematiche si richiede la costituzione di una specifica commissione tecnica formata anche da personale degli uffici periferici.

 

  1. SABAP, AREE ARCHEOLOGICHE E MUSEI – L’attribuzione “di aree e parchi archeologici minori in capo alle SABAP, anche al fine di rafforzare il nesso tra le attività di tutela, di ricerca e di valorizzazione”, così come delineata, non si rivelerà efficace ma anzi dannosa. Con la precedente riforma, a tutti i musei è stata imposta una mission più improntata allo sviluppo della valorizzazione. Per ragioni incomprensibili, le aree archeologiche, salvo qualche raro caso, sono rimaste indietro. Mentre si costituivano le reti museali, i pacchetti turistici e le offerte integrate, luoghi della cultura di piena dignità restavano fuori dai circuiti, perché affidati a uffici che non avevano più tra le loro competenze la valorizzazione. Il DM 14 marzo 2018 ha in parte sanato la situazione e restituito almeno ad alcune aree archeologiche l’opportunità di rientrare nei circuiti dell’offerta culturale strutturata dal lavoro dei Poli.

Ora, questo nuovo intervento che tende a riportare le aree archeologiche agli uffici di tutela si rivelerà inevitabilmente dannoso se non prevederà che musei territoriali, aree e parchi archeologici siano trattati in maniera omogenea e unitaria e se non saranno previsti  quantomeno degli uffici dedicati per regolamentare tali aspetti: se fanno capo all’ufficio di tutela, devono poter rientrare nella rete museale (e quindi occorre internamente alle SABAP un ufficio di valorizzazione dedicato, con il relativo Responsabile); se fanno capo all’ufficio di valorizzazione, devono poter essere tutelati.  In caso contrario, le aree e i parchi archeologici minori saranno irrimediabilmente scollati da qualsiasi sistema di valorizzazione museale ad ampio respiro e perderanno la loro coesione con il museo territoriale, espressione appunto di un dato territorio archeologico.

In altre parole musei archeologici e relative aree archeologiche di un dato territorio devono poter stare insieme per garantire una reale valorizzazione e anche una più organica e unitaria azione di tutela.

 

  1. RETI MUSEALI SOVRAREGIONALI – (in numero di 11). Oltre a non risultare chiara la loro organizzazione, accorperebbero realtà museali di regioni diverse per storia e genesi museale, eliminando di fatto qualsiasi azione di coordinamento con gli altri uffici periferici (sia con le SABAP, che potrebbero diventare più numerose, sia con i Segretariati). Preoccupa che tale divisione non rispecchi quella che è la struttura dello Stato Italiano, articolato in Regioni, Province e Città Metropolitane. Tale struttura non può che portare a un definitivo scollamento tra la tutela esercitata a dimensione poco  più che sovra-provinciale, e la valorizzazione, che sembra configurarsi come mero elemento economico e non come effettivo incremento culturale, perdendo la valenza di riferimento per il territorio regionale (e quindi vicino ai cittadini) .

Si chiede pertanto di mantenere le Reti Museali ad estensione regionale (non dividendo però le aree archeologiche dai musei) oppure di sopprimere le reti museali stesse, riassegnando personale e strutture alle SABAP, le quali -attraverso una propria area funzionale Valorizzazione- possano provvedere alla costruzione di un progetto unitario ed equilibrato.

 

  1. SEGRETARIATI INTERREGIONALI – Avendone evidenziato, per il futuro, solo la funzione amministrativa, organizzativa ed ispettiva, organizzata su base sovra-regionale, si evince che verrà a mancare la funzione di coordinamento tra uffici periferici regionali (oggi SABAP e Poli Museali) per fondamentali attività che meramente amministrative non sono, quali ad esempio le Commissioni Regionali per il Patrimonio Culturale (COREPACU), che esaminano gli aspetti relativi alla c.d. “vincolistica” portando all’adozione dei provvedimenti di tutela necessari. Tali attività meglio si regolano con un coordinamento regionale (dietro direttive centrali) e non con 7/8 uffici interregionali che accorpano realtà diverse.

Su tali aspetti si chiede specifico chiarimento tecnico.

 

In ultima analisi, si ritiene che l’eccessiva diversità di organizzazione dei comparti della tutela e della valorizzazione nonché la sostanziale mancanza di un effettivo coordinamento a livello regionale tra questi due pilastri della Cultura, portino a una forte compressione dell’autorevolezza e delle competenze del Ministero in una materia in cui occorre una visione il più possibile unitaria e paritaria.

 

Certi dell’attenzione Sua e della Commissione, porgiamo con l’occasione i nostri migliori saluti.

 

dott. Italo M. Muntoni

Presidente Nazionale di API – MiBACT

 

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Eleggiamo API ai Comitati tecnico-scientifici!

A breve il personale interno al MiBAC sarà chiamato ad eleggere i propri rappresentanti nei Comitati tecnico-scientifici, organi consultivi che svolgono un ruolo fondamentale al servizio dell’Amministrazione. API ha deciso di candidare al Comitato per l’Archeologia il proprio Presidente, Italo Maria Muntoni, e al comitato per i Musei la referente regionale Piemonte, Elisa Panero. L’Associazione appoggia inoltre, per il Comitato Paesaggio, la candidatura dell’Architetto Cinzia Robbiati.

Si vota il 5, 6 e 7 marzo, accedendo alla pagina dedicata sul portale https://www.rpv.beniculturali.it/

Partecipiamo tutti, per portare dentro i Comitati la voce dei funzionari!

 

Elezioni dei rappresentanti del personale per i Comitati tecnico-scientifici del MiBAC

(5-7 marzo 2019)

Con circolare n. 53 della DG Org sono state indette le elezioni per il rinnovo dei Comitati tecnico-scientifici del nostro Ministero. I Comitati sono una parte importante della struttura ministeriale, in quanto organi consultivi a servizio di tutta l’Amministrazione, ed in particolare del Segretariato Generale e delle Direzioni competenti, con specifica articolazione per settori. I Comitati tecnico-scientifici sono organi collegiali formati da quattro membri, di cui due nominati dal Ministro, uno designato dal Consiglio Universitario Nazionale e uno, infine, eletto dalla componente tecnico-scientifica del MiBAC: di fondamentale importanza è la funzione di quest’ultimo, che generalmente rappresenta all’interno del Comitato di appartenenza l’unica voce interna al Ministero.

In vista delle elezioni che si terranno tra il 5 e il 7 marzo, API-MiBACT, che raccoglie molti dei Funzionari Archeologi in servizio presso il Ministero, ha ritenuto opportuno proporre dei propri candidati per il ruolo dei rappresentanti eletti dal personale, con l’obiettivo di portare all’interno dei Comitati il punto di vista e l’esperienza di coloro che quotidianamente lavorano e si confrontano all’interno delle Soprintendenze, dei Poli Museali, degli Istituti autonomi e degli Uffici centrali.

Con questo obiettivo proponiamo, per il Comitato tecnico-scientifico per l’archeologia il nome del Presidente Nazionale Italo M. Muntoni, e per il Comitato tecnico-scientifico per i musei e l’economia della cultura, il nome di Elisa Panero, coordinatrice API Piemonte, che per profilo, competenze e pluriennale esperienza maturata all’interno delle Soprintendenze e degli Istituti autonomi appaiono i candidati particolarmente idonei a rappresentare i Funzionari archeologi del Ministero in questo importante e delicato ruolo.

Per il Comitato tecnico scientifico per il paesaggio, l’Associazione ha deciso di sostenere la candidatura della collega architetto Cinzia Robbiati, conoscendone l’esperienza, la disponibilità, l’attenzione per l’archeologia e l’attitudine dimostrata nell’ambito delle tematiche del paesaggio.

Dei tre candidati riportiamo qui di seguito un breve profilo.

Italo M. Muntoni, laureato in Lettere presso l’Università di Roma ‘Sapienza’ e Dottore di ricerca in Archeologia – Preistoria, ha svolto l’attività di archeologo libero professionista soprattutto nel Lazio e in Puglia dal 1996 al 2010, unitamente ad attività di ricerca e di didattica universitaria presso le Università di Roma ‘Sapienza’ e Bari ‘Aldo Moro’ nel campo dell’Archeologia della Produzione e dell’Archeometria. Dal 2010 è funzionario archeologo, attualmente in servizio presso la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Barletta – Andria – Trani e Foggia, seguendo attività di tutela territoriale e di valorizzazione in musei civici. Ricopre dal 2012 l’incarico di responsabile del Laboratorio di Restauro, già della Soprintendenza Archeologia della Puglia, e dal 2016 è coordinatore per l’Area Funzionale II – Patrimonio Archeologico. Socio fondatore di Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT, è stato eletto Presidente Nazionale per il triennio 2016-2019.

Elisa Panero, laureata in Lettere presso l’Università degli Studi di Torino, Dottore di ricerca in Archeologia presso l’Università degli Studi di Pisa e Assegnista di ricerca presso l’Università degli Studi di Milano, si occupa di urbanistica romana e cultura materiale e della loro valorizzazione. Dal 2010 è funzionario archeologo, e attualmente curatore delle collezioni archeologiche e delle collezioni numismatiche dei Musei Reali di Torino. È docente a contratto presso la Scuola di Specializzazione in Beni Archeologici dell’Università di Milano. Ha coordinato e collaborato a numerosi progetti di valorizzazione di aree archeologiche e di allestimenti museali in Italia (Museo di Antichità di Torino, Museo Archeologico del Vercellese Occidentale, Museo Archeologico della Città di Vercelli) e all’Estero (area della Maalga e dei Porti Punici a Cartagine). Socia di Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT, fa parte del Direttivo in quanto eletta coordinatore del Piemonte per il triennio 2016-2019.

Cinzia Robbiati, laureata in Architettura presso il Politecnico di Milano, specializzata in Restauro dei Monumenti presso il Politecnico di Milano, Dottore di ricerca in Architettura, Urbanistica, Conservazione dell’abitare e del Paesaggio, dal 2010 è funzionario architetto, attualmente in carica presso la Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio per le province di Bergamo e Brescia. Dal 2018 è Responsabile dell’Area Paesaggio. Dal 2012 partecipa ai lavori della Commissione Paesaggio della Regione Lombardia e dal 2016 collabora ai lavori con gli Uffici di Regione Lombardia inerenti la pianificazione paesaggistica regionale.

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Per un’archeologia fuori dall’impasse. Lettera al Ministro Bonisoli

Proprio in questi giorni, tre anni fa, grazie ad un emendamento “natalizio” della legge di bilancio in approvazione da parte del Parlamento, vennero affidate all’allora Ministro per  i Beni Culturali, Dario Franceschini, le deleghe per trasformare definitivamente l’assetto del Ministero dei Beni Culturali, già investito dalla dolorosa scissione messa in atto nel 2014 fra servizi di tutela e valorizzazione.

Alla luce di quanto verificatosi da allora, non possiamo che ribadire la nostra posizione di ferma contrarietà alla riforma nel suo complesso: le nostre iniziali perplessità sono state purtroppo confermate dalle problematiche emerse nel corso di questi primi anni di attuazione.

È per questo che abbiamo deciso di presentare al nuovo Ministro Bonisoli un breve dossier, qui allegato, frutto del confronto tra i soci dell’Associazione e contenente le principali criticità che, attraverso il nostro quotidiano lavoro negli uffici del Ministero, abbiamo potuto verificare con mano a partire dall’avvio della riforma.

Fuori da ogni intento polemico, dunque, e con lo spirito di servizio che da sempre contraddistingue l’operato dei nostri iscritti, offrriamo oggi il nostro contributo al dibattito recentemente riaccesosi sul futuro dell’archeologia in Italia; abbiamo chiesto inoltre al Ministro di volerci ricevere, per un confronto diretto sulle molte questioni ancora lasciate aperte dalla riforma Franceschini. Certi del suo interesse per le tematiche sollevate, contiamo presto di poter dar conto di quanto sarà discusso nel corso dell’incontro.

Gentilissimo Sig. Ministro,

in vista di una auspicabile analisi sulla situazione complessiva del Ministero, la nostra Associazione, formata da funzionari archeologi in servizio negli uffici centrali e periferici, intende sottoporLe alcune riflessioni inerenti il settore archeologico. Già lo scorso 18 luglio Le avevamo indirizzato una lettera con una richiesta di incontro, richiesta che ora qui Le rinnoviamo per confrontarci con Lei sui punti che qui di seguito Le sottoponiamo, con lo spirito di collaborazione e servizio che ha sempre animato i membri della nostra Associazione.

  1. Riaffermazione dell’autonomia tecnico-scientifica del settore archeologico

La seconda fase della riforma Franceschini ha previsto l’accorpamento delle Soprintendenze Archeologia alle Soprintendenze Belle Arti e Paesaggio (già a loro volta accorpate a quelle per i Beni storico-artistici), creando uffici con competenze miste diretti da Soprintendenti tecnici, che tuttavia hanno preparazione specifica solo in uno dei settori che sono chiamati a dirigere. L’obiettivo principale di questo intervento era di creare un ufficio unico di riferimento per l’utenza, che garantisse risposte univoche alle diverse richieste presentate in materia di tutela di Beni Culturali. Allo stato attuale dei fatti questo obbiettivo è ben lungi dall’essere raggiunto.

Nella maggior parte dei casi, infatti, benché archeologi e architetti siano spesso chiamati ad esprimersi sugli stessi interventi e le stesse opere, i beni sui quali esercitano la tutela non sono coincidenti e le normative di riferimento sono articolate in modo differente e con tempi procedimentali diversi (come accade ad esempio per le normative sull’archeologia preventiva, che prevede un parere espresso in fasi di progetto di fattibilità, e quelle sull’autorizzazione paesaggistica, espressa sulla base del progetto definitivo). Ciò ha creato estrema confusione nell’utenza esterna in tema di presentazione delle istanze. All’interno degli uffici del Ministero, che sarebbero tenuti a questo punto a dare risposte uniche, si sono generati enormi problemi nel coordinare i diversi aspetti.

Ne deriva che nella maggior parte dei casi i pareri continuano ad essere disgiunti, emessi in tempi diversi e, talvolta, contrastanti nei contenuti. In altri casi la necessità di esprimere un parere unico conduce ad alcune forzature di carattere procedurale che potrebbero però generare dubbi sulla validità dei provvedimenti e/o delle prescrizioni e quindi generare contenziosi. Non si può tacere inoltre il fatto che vi sia generalmente un’attenzione minore dei Dirigenti verso l’area dell’archeologia, dovuta ai numerosi ricorsi che colpiscono i pareri emessi relativamente ai settori architettonico-paesaggistico, fattore che spesso produce squilibri notevoli nelle risorse umane destinate e nell’assegnazioni delle pratiche.

La tutela archeologica, dunque, è risultata pesantemente indebolita, con importanti ricadute anche sul lavoro dei professionisti esterni cui vengono affidate le indagini archeologiche sul campo, significativamente in diminuzione. Certamente la debolezza normativa di cui l’archeologia italiana da tempo soffre non aiuta, dal momento che solo per le opere pubbliche sono previste procedure chiare e codificate. L’abolizione degli Uffici specificamente dedicati, che riuscivano almeno in parte a sopperire a questa lacuna, ha drammaticamente riportato alla luce il problema.

La mancanza di competenza tecnico-scientifica specifica in materia archeologica da parte di molti dirigenti, inoltre, non consente di garantire uniformità amministrativa all’interno dello stesso Ufficio o, nel caso delle regioni in cui esistono più SABAP, fra territori contermini della stessa Regione, dal momento che la definizione delle modalità di gestione di pratiche analoghe viene demandata ai soli funzionari senza chiari indirizzi di carattere generale. Ciò influisce pesantemente sui rapporti con gli Enti territoriali, ogni qual volta ci si trovi a valutare progetti che coinvolgono più province o l’intero territorio regionale.

In conclusione, appare evidente che la riforma non è stata effettivamente un’operazione di creazione di nuovi uffici con competenze miste ma, per citare la circolare ministeriale DG OR 118/2016, ha comportato la “soppressione” di un ufficio -le Soprintendenze Archeologia- nell’altro.

Visto quanto finora illustrato, considerato anche il mescolamento delle competenze a livello centrale, lì dove il neonato Istituto Centrale per l’Archeologia sembra negli ultimi tempi assumere ruoli una volta propri della Direzione Generale Archeologia, e anche alla luce dell’attuale situazione di ibridazione tra lo stesso ICA e il Servizio II della DG ABAP, ci sembra doveroso che venga ripristinata una struttura dirigenziale autorevole espressamente dedicata al settore archeologico, che possa svolgere funzione di indirizzo per le tematiche archeologiche di interesse generale e di coordinamento in materia di tutela archeologica, soprattutto al fine di evitare un possibile mancato raccordo tra linee ed indirizzi perseguiti dagli uffici centrali ed effettiva applicazione degli stessi a livello periferico.

Inoltre, seppure con modalità e ruolo da definire, questi uffici centrali dovrebbero curare in modo approfondito le esigenze legate sia alla necessità di continuo aggiornamento del personale tecnico del settore Archeologia, mediante promozione e/o riconoscimento di attività formative dedicate (interne/esterne al MiBAC), sia alla necessità di garanzie di finanziamento per i progetti presentati dagli uffici ministeriali nell’ambito della programmazione dei lavori pubblici.

  1. Figure dirigenziali specifiche per ogni settore

Il settore archeologico presenta peculiari specificità: la tutela archeologica è infatti l’unico ambito del Ministero che lavora su beni prevalentemente invisibili e non ancora noti; quindi, elemento essenziale per l’esercizio dell’attività è l’approfondita conoscenza del territorio, delle sue problematiche e delle dinamiche culturali che lo hanno caratterizzato nel tempo. La necessità di individuare i beni non ancora conosciuti rende indispensabile confrontarsi con gli enti locali per intervenire sulla programmazione territoriale. Per l’archeologia inoltre, particolarmente soggetta a travisamenti e sensazionalismi nei mass media, è particolarmente importante una attenta opera di promozione della conoscenza del patrimonio, che è da considerare essenziale tra i compiti del Ministero, non solo per permettere la fruizione dello stesso, ma soprattutto per favorire la partecipazione consapevole alla sua tutela.

In questo senso la perdita di una dirigenza tecnico-scientifica con competenze specifiche, in grado di indirizzare e coordinare le attività di conoscenza, tutela, educazione al patrimonio archeologico e valorizzazione, ha ulteriormente comportato un indebolimento dell’attività di tutela sul territorio.

Effettivamente, il vuoto che si sarebbe creato con l’abolizione delle dirigenze tecniche era stato previsto dal legislatore, che ha introdotto le figure dei “Responsabili di Area Funzionale”. Tali figure, selezionate, a rotazione, tra i funzionari in servizio, non rivestono però alcun ruolo dirigenziale e sono dunque prive dell’autorità necessaria per coordinare i colleghi e presentarsi all’esterno con la necessaria autorevolezza.

Lo stesso indebolimento sofferto per la soppressione delle Soprintendenze Archeologia con dirigenti dedicati esclusivamente al settore archeologico, ha interessato anche gli Uffici centrali.

  1. Riunificazione delle funzioni di tutela e valorizzazione

La separazione fra tutela e valorizzazione, attuata attraverso l’istituzione dei Poli Museali e la soppressione delle Soprintendenze Archeologia, ha ulteriormente indebolito le funzioni di tutela proprie degli uffici periferici. Questo ha determinato la separazione dei musei e dei parchi archeologici dal territorio di riferimento, facendo venire meno sia il naturale collegamento di tutela, scavo e restauro con valorizzazione e restituzione pubblica, sia il legame diretto con il territorio, là dove piccoli musei e realtà archeologiche erano punto di riferimento per segnalazioni e progetti condivisi (anche attraverso le scuole e le associazioni locali).

La riforma Franceschini ha previsto inoltre in numerose regioni la frammentazione delle Soprintendenze archeologiche regionali su più uffici. Le Soprintendenze archeologiche, strutture ormai da tempo consolidate sul territorio, erano dotate di biblioteche specializzate, laboratori di restauro e fotografici e magazzini dei reperti, strumenti indispensabili per l’esercizio dell’attività di tutela. I laboratori di restauro in particolare, oltre alle consuete attività di consolidamento e restauro conservativo dei reperti e di progettazione di lavori sui beni culturali archeologici, svolgevano un’importante attività di consulenza sui cantieri di scavo connessi all’archeologia preventiva o di privati, qualora fosse necessario intervenire d’urgenza per garantire la conservazione dei reperti o delle strutture. Va ricordato che compito del Ministero per legge è la conservazione di tutti i beni archeologici, non solo quelli da destinare alla valorizzazione. Le Soprintendenze Archeologiche conservavano inoltre importanti archivi documentali, non solo relativi ai procedimenti, ma anche alle attività di ricerca archeologica sul territorio, patrimonio di conoscenze necessario per la tutela.

La frammentazione delle Soprintendenze ha inevitabilmente comportato il passaggio di laboratori, biblioteche e archivi ad un’unica sede di Soprintendenza ABAP con ridotte competenze territoriali o, soprattutto nel caso di laboratori di restauro, ad un singolo Museo o un Polo Museale. De facto quindi molti uffici mancano di tali servizi, con conseguente grave perdita di funzionalità degli stessi. La polverizzazione degli Uffici ha avuto anche ricadute rilevanti anche sulla loro gestione amministrativa, con un eccesivo aggravio dei carichi di lavoro soprattutto nel caso di uffici che svolgono funzioni di stazione appaltante.

Inoltre, la dispersione dei funzionari archeologi in uffici dotati di un numero limitato di posti ha comportato per queste figure specialistiche una maggiore difficoltà nello scambio di esperienze e quindi l’impoverimento di competenze scientifiche e amministrative maturate nel corso degli anni e che l’unicità delle Soprintendenze Archeologia poneva a disposizione dell’intero territorio regionale.

  1. I luoghi della cultura a carattere archeologico

Se la separazione fra tutela e valorizzazione ha pesantemente compromesso l’attività delle Soprintendenze, spesso è mancato anche l’effetto atteso di potenziamento del settore museale.

Per quel che riguarda il personale, è indubbio che il lavoro a stretto contatto con professionalità differenti all’interno di Musei autonomi e Poli ha comportato un momento di arricchimento delle reciproche competenze, consentendo l’armonizzazione dei singoli saperi a beneficio delle potenzialità di valorizzazione degli uffici.

Tuttavia, alla creazione delle nuove strutture non è seguita una riflessione sulla definizione delle figure professionali necessarie all’interno di un museo che costituisse un effettivo superamento della vecchia organizzazione dipendente dalle Soprintendenze. Al contrario, la mancanza di figure di conservatori/curatori e, in generale, di tutte quelle professionalità intermedie (anche amministrative) necessarie per mettere realmente in moto la macchina della valorizzazione porta i direttori dei Musei dipendenti dai Poli regionali, ma anche i funzionari/curatori dei Musei autonomi a svolgere le mansioni più disparate.

In questo contesto riteniamo necessario ribadire l’opportunità che il direttore di musei a carattere prevalentemente archeologico sia un archeologo, al contrario di come si sta verificando in molte realtà (come ad esempio per il Museo Archeologico Nazionale di Cagliari o per le Grotte di Catullo e la Villa romana di Desenzano), anche nel rispetto della Carta delle professioni museali dell’ICOM che ribadisce per il direttore l’attinenza del proprio curriculum alla specificità del museo.

Inoltre, manca a tutt’oggi una chiara definizione del ruolo e delle mansioni dei direttori dei musei interni ai Poli Museali che subiscono difformità di selezione e assegnazione dei ruoli rispetto ai colleghi responsabili di Area Funzionale delle SABAP, cui economicamente e per funzioni possono essere equiparati.

La divisione tra tutela e valorizzazione ha poi portato, soprattutto (ma non solo) nei casi delle aree archeologiche passate ai Poli, dove al tema della valorizzazione si affianca sempre e costantemente il problema della conservazione e tutela, ad una ondivaga definizione di competenze tra Musei e Soprintendenze, senza una precisa definizione dei ruoli e delle competenze, con un conseguente immobilismo, se non per i casi demandati alla buona volontà dei funzionari di entrambi gli Istituti. Se, come è giusto e si sostiene a livello generale, il museo deve comunque avere un legame e una ricaduta sul territorio, occorre definire responsabilità, compiti, autonomie e sinergie, altrimenti nessuna reale conservazione e valorizzazione saranno possibili.

  1. La necessaria rivendicazione di un ruolo forte e autonomo del Ministero

Ribadiamo la necessità che gli uffici centrali e periferici del Ministero continuino ad esercitare il proprio ruolo di organi tecnici e terzi, nei confronti specialmente delle realtà politico-amministrative territoriali.

In tal senso, non possiamo non citare con preoccupazione l’Accordo preliminare firmato il 28.02.2018 tra il Governo e la Regione Veneto e la successiva proposta di Legge delega avanzata dalla stessa Regione al Ministro per gli Affari Regionali, per l’attuazione di quanto previsto dalla Costituzione (art. 116, co. 3) con la possibile attribuzione all’Ente territoriale di competenze in tutte le 23 materie concorrenti tra le quali è ricompresa anche la valorizzazione dei beni culturali (art. 117, co. 3).

Preoccupano inoltre non tanto le eventuali intenzioni di addivenire anche a forme di intesa e coordinamento (previste comunque dalla Costituzione, art. 118, co. 3) in materia di tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali, quanto piuttosto l’eventuale trasferimento integrale della stessa materia ai sensi dello stesso art. 116, co. 3.

Considerato che a quella della Regione Veneto stanno facendo seguito analoghe istanze da parte di diverse altre Regioni, fra cui sicuramente la Lombardia (a seguito del referendum sull’autonomia) e il Friuli-Venezia Giulia (Regione a statuto speciale, che ha già pubblicamente manifestato l’intenzione di richiedere le competenze in materia di tutela dei beni culturali), a seconda degli accordi stipulati con le singole Regioni il Ministero vedrebbe trasferite in maniera differenziata su scala nazionale le sue competenze, ad esempio con la cessione in qualche caso dei soli Poli, in altri casi forse anche delle Soprintendenze: ciò comporterebbe sicuramente la fine di qualsiasi uniformità nei livelli di conoscenza, tutela e valorizzazione. Né si può ipotizzare che sia sufficiente l’emanazione, da parte del Ministero, di standard di comportamento (DM 23/12/2015), che finora hanno dimostrato di avere solo valore di indirizzo.

Alla luce di quanto sopra esposto, è chiaro il rischio che sia l’azione di tutela sia l’azione di valorizzazione, siano ulteriormente sottoposte a stress, con un possibile e definitivo tracollo del sistema di controllo del territorio. Non è infatti in alcun modo prefigurabile la portata delle conseguenze che un passaggio di competenze tra Stato e Regione potrebbe avere in tale campo. Richiamiamo, in proposito, l’assoluta delicatezza e fragilità del sistema in essere, la quale costringe –in ogni caso, prima di ogni eventuale riforma strutturale– ad una effettiva analisi dello stato della situazione e delle conseguenze dei cambiamenti.

Non ci sfugge, peraltro, il delicato rapporto che si va instaurando, con modalità differenti da regione a regione, tra gli uffici ministeriali ed alcune Fondazioni come a Ravenna o ad Aquileia; tale rapporto, in alcuni casi, prefigura una sorta di privatizzazione del Bene culturale in consegna alla Fondazione, con una quasi totale estromissione del Ministero dal suo ruolo di guida sia per la tutela che per la valorizzazione dello stesso. La gestione privatistica ha peraltro conseguenze anche sulla complessa gestione del personale (tuttora statale) preposto al Bene culturale e ripercussioni sulla situazione contrattuale dello stesso personale.

Sulla base di quanto sopra esposto, come Associazione di funzionari al servizio dello Stato ci auguriamo di poter essere presto da Lei ricevuti per un momento di confronto.

Ci appare comunque doveroso, nel quadro generale, evidenziare l’assoluta necessità di intervenire, individuando soluzioni che consentano di ridare forza al Ministero ed in particolare al settore archeologico, sia nell’ambito della tutela che della valorizzazione, restituendo ai lavoratori non solo l’orgoglio delle proprie competenze ma anche le condizioni per meglio esercitarle al servizio del patrimonio culturale della Nazione.

Certi della Sua attenzione e in attesa di un gradito riscontro, Le porgiamo con l’occasione anche i nostri più sinceri auguri per le prossime festività.

 

Roma, 24.12.2018

Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT

il Presidente, dott. Italo M. Muntoni

 

colosseo

Archeo-vacanzieri

Suona bizzarra la proposta di Emendamento alla legge di Stabilità battuta oggi dalle agenzie.

Secondo il documento presentato in Parlamento da esponenti della Lega, sarebbe opportuno concedere agli agricoltori proprietari di un agriturismo la possibilità di “promuovere attività di ricerca archeologica e di scavo” nei loro terreni, consentendo loro l’accesso allo strumento della concessione per scavi e ricerche, normato dagli artt. 88 e 89 del Codice dei Beni Culturali. Come se non bastasse, la legge dovrebbe prevedere anche che gli ospiti della struttura agrituristica possano partecipare alle attività di scavo.

Ed ecco che in poche righe di un comunicato Ansa, decenni di faticoso esercizio della tutela, di protezione dei beni culturali dagli appetiti dei privati e dei mercanti d’arte, di evoluzione teorica e affinamento metodologico della disciplina, di lotte, ancora in corso, per il riconoscimento della figura dell’archeologo, spariscono sommerse da un’idea dilettantistica dell’archeologia.

Basta una manciata di caratteri per riportarci indietro di oltre un secolo, ai tempi in cui a chiunque avesse terra e soldi per pagare qualche operaio veniva concesso di scavare per accrescere le collezioni personali o per lucrare vendendo gli oggetti estratti dal terreno.

Duole dover ribadire quanto pensavamo essere ormai patrimonio condiviso della comunità Nazionale: che l’archeologia non è un hobby per vacanzieri annoiati, ma una disciplina scientifica per la quale è necessaria una lunga e dura formazione; che lo Stato mantiene il controllo diretto o indiretto sulle attività di scavo, in quanto la tutela del patrimonio culturale è materia talmente importante da essere difesa dalla Carta Costituzionale; che i volontari sono sì una risorsa, ma solo nei limiti entro i quali possono offrire un apporto utile, senza che essi si sostituiscano al personale qualificato nell’esercizio di attività di scavo, tutela, valorizzazione; che solo soggetti qualificati, come le Università o gli Enti Pubblici Territoriali, possono avanzare richiesta di concessione, in quanto offrono garanzie certe che vengano rispettati gli standard di scientificità richiesti dal Ministero; che i privati possono sostenere le attività di ricerca attraverso sponsorizzazioni e Art Bonus, ma evitando di prendere in prima persona iniziative malaccorte.

Speriamo davvero che questa notizia, per quanto sgradevole, resti nell’ambito delle proposte senza conseguenze. Ci permettiamo tuttavia di sottolineare che essa è comunque un pessimo segno per la considerazione che ha oggi il mestiere dell’archeologo in Italia.

 

API – Archeologi del Pubblico Impiego – MiBACT

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