Archeo-vacanzieri

Suona bizzarra la proposta di Emendamento alla legge di Stabilità battuta oggi dalle agenzie.

Secondo il documento presentato in Parlamento da esponenti della Lega, sarebbe opportuno concedere agli agricoltori proprietari di un agriturismo la possibilità di “promuovere attività di ricerca archeologica e di scavo” nei loro terreni, consentendo loro l’accesso allo strumento della concessione per scavi e ricerche, normato dagli artt. 88 e 89 del Codice dei Beni Culturali. Come se non bastasse, la legge dovrebbe prevedere anche che gli ospiti della struttura agrituristica possano partecipare alle attività di scavo.

Ed ecco che in poche righe di un comunicato Ansa, decenni di faticoso esercizio della tutela, di protezione dei beni culturali dagli appetiti dei privati e dei mercanti d’arte, di evoluzione teorica e affinamento metodologico della disciplina, di lotte, ancora in corso, per il riconoscimento della figura dell’archeologo, spariscono sommerse da un’idea dilettantistica dell’archeologia.

Basta una manciata di caratteri per riportarci indietro di oltre un secolo, ai tempi in cui a chiunque avesse terra e soldi per pagare qualche operaio veniva concesso di scavare per accrescere le collezioni personali o per lucrare vendendo gli oggetti estratti dal terreno.

Duole dover ribadire quanto pensavamo essere ormai patrimonio condiviso della comunità Nazionale: che l’archeologia non è un hobby per vacanzieri annoiati, ma una disciplina scientifica per la quale è necessaria una lunga e dura formazione; che lo Stato mantiene il controllo diretto o indiretto sulle attività di scavo, in quanto la tutela del patrimonio culturale è materia talmente importante da essere difesa dalla Carta Costituzionale; che i volontari sono sì una risorsa, ma solo nei limiti entro i quali possono offrire un apporto utile, senza che essi si sostituiscano al personale qualificato nell’esercizio di attività di scavo, tutela, valorizzazione; che solo soggetti qualificati, come le Università o gli Enti Pubblici Territoriali, possono avanzare richiesta di concessione, in quanto offrono garanzie certe che vengano rispettati gli standard di scientificità richiesti dal Ministero; che i privati possono sostenere le attività di ricerca attraverso sponsorizzazioni e Art Bonus, ma evitando di prendere in prima persona iniziative malaccorte.

Speriamo davvero che questa notizia, per quanto sgradevole, resti nell’ambito delle proposte senza conseguenze. Ci permettiamo tuttavia di sottolineare che essa è comunque un pessimo segno per la considerazione che ha oggi il mestiere dell’archeologo in Italia.

 

API – Archeologi del Pubblico Impiego – MiBACT

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Emendamenti natalizi

Dicembre, si sa, è un mese particolarmente importante per la politica italiana. Tempo di bilanci sul lavoro svolto, ma anche e soprattutto momento di elaborazione della Legge di Stabilità (quella che un tempo si chiamava “la Finanziaria”). È questo lo strumento con il quale si dettano le linee di indirizzo del bilancio dello Stato per l’anno successivo, ed è attraverso di esso che già in passato abbiamo visto arrivare, attraverso emendamenti nascosti tra le pieghe del testo, provvedimenti anche esiziali per il mondo dei Beni Culturali. Come dimenticare il via libera alla riorganizzazione per Decreto Ministeriale del MiBACT, possibile proprio grazie ad un emendamento presentato all’ultimo minuto alla fine del 2015?

Oggi con lo stesso metodo si tenta ancora una volta il colpaccio.

Grazie all’emendamento 4768/VII/1.3 infatti viene proposta

apposita selezione per titoli e colloquio finalizzata all’inquadramento […] delle unità di personale di cui all’articolo 2, comma 5, del decreto-legge 31 maggio 2014, n. 83, convertito, con modificazioni, nella legge 29 luglio 2014, n. 106. Alla selezione di cui al precedente periodo possono partecipare le unità di personale che siano state reclutate a seguito di procedura selettiva pubblica e che, entro la suddetta data del 31 marzo 2018, abbiano prestato servizio per almeno trentasei mesi presso la Segreteria tecnica di progettazione di cui al medesimo articolo 2, comma 5, del decreto-legge n. 83 del 2014, conv. legge n. 106 del 2014.

Nei fatti si sta parlando di una stabilizzazione di tutti quegli archeologi, architetti, ingegneri, assunti come collaboratori nella Segreteria Tecnica di Progettazione del Grande Progetto Pompei (GPP) attraverso una procedura basata solo su titoli e colloquio, senza passare attraverso il concorso pubblico. Per di più una operazione che è resa possibile da una sottrazione dai fondi della dotazione annua per i Musei “nel limite massimo di 500 mila euro annui a decorrere dall’anno 2018”.

Gioverà ricordare rapidamente che la Segreteria Tecnica di cui si parla è stata istituita a partire dal marzo 2015, nel rispetto di quanto previsto dalla legge 106/2014, art. 2, comma 5, “Per accelerare la progettazione degli interventi previsti nell’ambito del Grande Progetto Pompei, al fine di rispettare la scadenza del programma”. Ciò, peraltro, accade in un momento in cui la progettazione è quasi tutta conclusa, a tal punto che la Segreteria si troverà in massima parte a supportare i funzionari della allora Soprintendenza speciale (attualmente Parco archeologico) nella Direzione dei lavori già in essere.

Oggi, quando il Grande Progetto Pompei è nei fatti pressoché concluso, e con un’altra procedura concorsuale a livello nazionale già espletata, con assunzioni in corso ed una graduatoria di idonei valida alla quale attingere in caso di carenze di organico, il tentativo di stabilizzazione dei membri della Segreteria Tecnica appare inutile, inattuale e lesivo dei diritti di colleghi che un concorso l’hanno superato.

Quanto accade è tuttavia sintomatico della deriva subita dall’amministrazione dei Beni Culturali, e più in generale dell’intera Cosa Pubblica in Italia. In nome del principio della semplificazione delle procedure amministrative, si provvede alla creazione di norme speciali che erodono e limitano le leggi che regolerebbero i requisiti di accesso nei ranghi della Pubblica Amministrazione. Aprendo nei fatti la strada ad una gestione delle assunzioni che potremmo definire privatistica, ma che rischia di diventare, nei fatti, clientelare, come già si verifica in parte attraverso le procedure di selezione di personale a tempo determinato che lo Stato effettua attraverso la Società Ales.

 

Chiediamo dunque che l’emendamento venga immediatamente ritirato, e che si apra contestualmente una riflessione più ampia sulla gestione dei Beni Culturali in Italia. Perché a fronte di carenze di organico fortissime per alcune figure fondamentali, come gli assistenti tecnici o il personale amministrativo, non si prediliga la logica di stabilizzazioni che sanno più di favore personale che di effettivo vantaggio per l’Amministrazione.

 

 

Roma, 18.12.2017

Archeologi Pubblico Impiego (API) – MiBACT

il Presidente, dott. Italo M. MuntoniPOMPEI

Un “Istituto Centrale dell’Archeologia”?

Non c’è pace per il Ministro per i Beni Culturali.

La Riforma fase due non è neppure iniziata e già si annuncia una terza rivoluzione. L’istituzione di un non meglio definito Istituto Centrale per l’Archeologia.

E’ ancora caldo il letto di morte della Direzione Generale Archeologia, affossata da un DM dello stesso Ministro che ora paventa rischi per la disciplina, e già si pensa a come supplirne la mancanza. E si annuncia la sua sostituzione con un nuovo organismo che avoca a se l’archeologia italiana. Ancora non è chiaro quali saranno i contorni di questo nuovo ente che si profila all’orizzonte; l’impressione che se ne ricava, però, non è certo quella di una accelerazione verso la modernità, quanto piuttosto di una immensa  confusione che sta gettando nella paralisi la gestione dei Beni Culturali.

A dettare tempi e modi di questo stillicidio non sono tecnici del settore, ma consulenti ignari della complessità della materia e pertanto non consapevoli dei processi deleteri che si rischiano di innescare a scapito del patrimonio archeologico nazionale.

Quanto costerà questo nuovo organismo? Quanti e quali dirigenti e quale personale avrà? Ma la riforma non doveva essere a costo zero? E che cosa potrà fare mai un istituto centrale che non sapessero già fare, e meglio, gli archeologi specialisti che ogni giorno setacciano l’intero territorio nazionale? E poi, ancora, non sono state spezzate le Soprintendenze Archeologia, sezionandole ed accorpandole, in nome di una maggior presenza sul territorio? In questa logica, come si pone un Istituto “centrale”? Centro o periferia?

Gli scavi universitari, le missioni all’estero, dei quali il nuovo Istituto dovrebbe andare ad occuparsi, sono solo una parte dell’archeologia. Ben poco hanno a che vedere con il controllo dei cantieri, la tutela quotidiana, la salvaguardia del territorio, il lavoro giornaliero degli archeologi del Ministero, che questa riforma complica e avvilisce e che questo “nuovo” Istituto non è certo creato per facilitare.

Per capire cosa sta succedendo è opportuno riassumere le tappe di questa corsa verso la morte, attuata con il pretesto della cosiddetta “tutela olistica”, prassi peraltro già applicata quotidianamente nelle strutture che si vanno riformando. Prima l’artificiale separazione dei musei dal territorio di riferimento. Poi la creazione di Poli Museali eterogenei, dove la direzione prescinde dalla specialità dei contenuti che si vogliono promuovere alla fruizione del pubblico. Poi l’introduzione di nomine politiche nella gestione dei beni culturali. Quindi, la soppressione delle Soprintendenze archeologiche e il trasferimento del personale tecnico-scientifico, altamente qualificato e specializzato perché reclutato con concorsi pubblici altrettanto altamente selettivi, a mettere timbri in prefettura, con l’unico risultato di sottomettere la tutela del patrimonio culturale alla volontà politica del momento.

Ora come ultimo atto arriva l’accentramento a Roma del futuro dell’archeologia italiana.

Non è solo la fine di un apparato organizzativo dall’alto profilo scientifico, ma soprattutto la liquidazione  del modello italiano basato su un forte rapporto con il territorio e sull’integrazione imprescindibile tra conoscenza e salvaguardia.

Si inventa qualcosa che c’era già, un luogo di raccordo e di indirizzo sulla ricerca archeologica, di dialogo e collaborazione con università ed enti di ricerca: tutte prassi ormai consolidate a livello territoriale grazie al lavoro delle Soprintendenze e armonizzate a livello centrale dalla Direzione Generale.

Si inventa qualcosa che c’era già, e che era “olisticamente” rivolto all’intero e unitario processo di attività sul patrimonio -conoscenza, tutela e valorizzazione, e si spacchetta in organismi dai contorni confusi, separati per “funzioni” che non possono essere separate e accorpati per “materie” giustapposte, per competenze non sovrapponibili.

Si prepara, diligentemente e a piccoli passi ai più impercettibili, la soppressione del Ministero per i Beni Culturali. Non è la prima e non sarà l’ultima volta che un generale che non si fida del suo esercito. Ma forse è la prima volta in assoluto nella storia che lo si vuole annientare.

Con buona pace di chi in questo Ministero non è capitato per caso, ma ha scelto coscientemente di lavorarci per fare l’archeologia come questo Ministero aveva sempre saputo fare finora.

Archeologi del Pubblico Impiego (API – MiBACT)