LA LINEA DEL PIAVE E I CASCHI BLU DELLA CULTURA

Documento letto a TourismA – Firenze 19.2.2016
 
Ci ritroviamo oggi, qui a Firenze, mossi dallo stesso spirito con cui ognuno di noi ha iniziato tanti anni fa il proprio percorso scientifico e professionale; ci ritroviamo a parlare di formazione, ricerca, tutela e difesa della nostra professione. Il recente dibattito, reso pubblico su più fronti, riguardante l’imminente e ulteriore riforma del Ministero, dimostra nei fatti –come evidenzia il vivace e animato scambio di opinioni- che l’attuale direzione intrapresa avrebbe dovuto essere meglio soppesata. La recentissima e ammirevole istituzione, per iniziativa italiana, dei Caschi Blu della Cultura è il segno che questo Paese può ancora essere in grado di formulare proposte all’avanguardia in difesa del Patrimonio culturale. Tuttavia, per essere davvero coerenti con questa iniziativa, il Paese, a nostro avviso, dovrebbe essere in grado di tutelare al meglio lo stesso Patrimonio italiano. Troppo spesso, infatti, si registrano carenze nella stessa legislazione nazionale, che non riesce (come dovrebbe) ad ammodernarsi sulla base delle trasformazioni e delle esigenze delle discipline legate ai Beni Culturali.
 
Il nostro intervento non può dunque che essere concentrato sul nostro “mandato”: ricerca e studio, tutela, conservazione e valorizzazione, da promuovere tramite l’azione degli Uffici dello Stato che ne hanno competenza, senza tuttavia dimenticare il ruolo di chi, insieme a noi, nelle Università e tra i professionisti, ogni giorno opera per la tutela, la valorizzazione e la conoscenza del territorio.
In generale, pare non siano bastati gli anni di duro lavoro sul territorio e nei Musei. Non sono bastati i progetti innovativi di Archeologia Pubblica, le mostre e quant’altro per far schierare definitivamente i cittadini italiani da parte della difesa del Patrimonio. E’ sotto gli occhi di tutti anche lo svilimento del lavoro dei professionisti, la sistematica corsa al ribasso dei prezzi, l’utilizzo distorto dei volontari, che provocano un ulteriore scadimento dell’opinione che hanno di noi archeologi. Di questo avremmo il compito di parlare.
 
Ci ritroviamo oggi a dover affrontare nei fatti la crisi intera della nostra disciplina, della nostra passione, del nostro lavoro. E non è stata solo la crisi economica ad assestarci duri colpi.
Sono passati meno di due anni dalla cosiddetta fase 1 della Riforma (DPCM 171/2014), della quale forse non abbiamo saputo cogliere la gravità e le conseguenze che avrebbe prodotto, anche perché funzionari e dirigenti spaesati hanno dovuto distogliere energie, tempo e risorse per far fronte alla lacerante separazione di tutela e valorizzazione senza efficaci linee guida dalle autorità centrali. Ecco, forse, anche a quei funzionari e a quei dirigenti oggi vorremmo consegnare simbolicamente un Casco Blu.
Oggi, vengono penalizzate ulteriormente anche le Soprintendenze archeologiche. L’operazione a nostro avviso è sbagliata (e stesso parere è stato espresso dalle Consulte universitarie, dai Lincei, da Italia Nostra, etc), e avrà probabilmente pesanti ripercussioni anche sul mondo accademico, sulla libera professione e sugli enti pubblici territoriali. Sentiamo inoltre di essere portavoci anche di quelle 12.000 persone (studiosi, professionisti, cittadini italiani e stranieri) che hanno firmato la petizione su Change.org, e lo diciamo in qualità di cittadini, leali servitori dello Stato e custodi (non proprietari, lo ribadiamo) del Patrimonio culturale della Nazione, secondo il mandato Costituzionale.
Per tutti loro riteniamo giusto esprimere la nostra posizione, in questa battaglia culturale, e non certo per affermare presunti conservatorismi, ma proprio per dimostrare che l’esigenza di rinnovamento è da tutti sentita, pur tuttavia sottolineando che nessun reale rinnovamento è possibile senza una autentica conoscenza dei “mali” del settore. Non si può, dunque, soprassedere su alcune problematiche di natura formale e sostanziale riscontrate, che qui presentiamo forzatamente in maniera sintetica.
 
Dal punto di vista formale, risulta lampante l’assenza di trasparenza della linea politica, che ha comportato la mancata presentazione unitaria dell’impianto della Riforma (fin dal 2014) e una sua conseguente ed adeguata discussione. Una Riforma che, nel suo divagare meandriforme, di fatto ostacola l’applicazione di buone pratiche della spending review, dimostrando anzi un aumento dei costi per la stessa Amministrazione e una palese incapacità di programmazione e condivisione delle linee-guida della politica culturale italiana. È altresì aberrante che una parte della Riforma (la fase 2) sia inserita nelle pieghe di un comma di una legge di Stabilità, senza che alcuno ne avesse il sentore. È gravissimo inoltre che si continuino a proporre pubblicamente suggestioni per la fase 3, che risultano peraltro contraddittorie rispetto all’azione intrapresa con le fasi precedenti.
 
Dal punto di vista sostanziale, ci concentriamo ora solo su alcuni dei problemi riscontrati.
1- SILENZIO-ASSENSO E PARERE UNICO: quando si tenta di spiegare la Riforma alla luce delle nuove disposizioni volute dallo stesso Governo in merito ai tempi del silenzio-assenso e al parere nelle conferenze dei servizi, si continua ad omettere un dato di fatto: le difformità di pareri nella P.A. sono una costante e sono motivate dalle differenti sfere di competenza; le stesse difformità, nell’ambito del nostro Ministero, erano ampiamente superate dai pareri unici prodotti dalle allora Direzioni Regionali (ora Segretariati) e, per le procedure di interesse nazionale, dalle Direzioni Generali. Il committente di un’opera è sempre stato costretto ad ottemperare a prescrizioni di natura e finalità diverse, proprio per la natura profondamente diversa dei beni sottoposti a tutela. Solo gli archeologi, ad esempio, hanno competenza su visibile ed invisibile insieme.
2- VISIONE OLISTICA: si sbandiera l’esigenza di un lavoro moderno e interdisciplinare, ma si deve onestamente ricordare che le Soprintendenze già fanno tutela integrata del Patrimonio, rapportandosi con tutti gli Uffici che ne hanno competenza: basti vedere, ad esempio, il lavoro in corso per i Piani paesaggistici regionali, lo studio sui paesaggi fluviali e in genere sui paesaggi d’acque, o quello sui paesaggi delle Guerre mondiali. Questa attività avrebbe dovuto essere semplicemente potenziata con degli organi intersettoriali regionali veramente di supporto! Sarà invece molto più difficile per soprintendenze organizzate su base territoriale più ristretta, prive anche del riferimento intermedio delle Province, porsi come interlocutori degli organi regionali per la redazione di tali piani.
3- SPECIFICITA’ TECNICHE: non è meno preoccupante, il completo tramonto del principio delle competenze tecniche nei ruoli dirigenziali, specialmente se l’Amministrazione non dimostra di voler procedere a consistenti selezioni di dirigenti specialisti. Non possiamo inoltre far finta di dimenticare delle importanti differenze, rispetto ai colleghi architetti e storici dell’arte: come già anticipato, ci occupiamo della tutela di beni areali prevalentemente invisibili oltre che visibili, e solo noi abbiamo compiti di tutela preventiva che ci consentono di monitorare dal vivo le trasformazioni territoriali, attraverso lo strumento della Direzione Scientifica di cantieri, che necessita di dialogo costante con dirigenti tecnici competenti, in grado di accollarsi responsabilità, che, a questo punto ricadranno esclusivamente sulle spalle dei funzionari. Siamo tra i pochi, se non gli unici, a dover registrare annualmente l’incremento del Patrimonio dello Stato, che presuppone una delicatissima attività di valutazione patrimoniale oltre che del riconoscimento di eventuali diritti di terzi.
 
Potremmo soffermarci, infine, su tutte le questioni (gravi) legate al momento attuativo della fase 2, per il quale prevediamo la paralisi dell’attività degli Uffici con costi certo non contenuti. Ma non è questa la sede. In conclusione, a nostro avviso, il dibattito accesosi in Italia è di per sé dimostrativo che la Riforma deve essere ripensata. Certo nessuno vuole sostituirsi alla politica, ma è dovere della società civile dare i suggerimenti alla politica al fine di non imboccare strade sbagliate.
Per questo ci sentiamo in dovere di proporre ufficialmente al Ministro la necessità di un momento costruttivo davvero condiviso.
Signor Ministro: sospenda la procedura di pubblicazione del DM. Istituiamo un tavolo tecnico di coordinamento sulle problematiche specifiche degli uffici MiBACT, con rappresentanza qualificata delle categorie di lavoratori coinvolte e un tavolo tecnico di coordinamento sulle problematiche generali dei Beni Culturali (MiBACT-MIUR).
Costruiamo un Documento unitario per dare un futuro migliore al Patrimonio italiano, fondando il nostro lavoro sul rispetto e sull’applicazione della Carta Costituzionale.
Promuoviamo con nuovo spirito una Riforma che ci consenta ancora una volta di essere degni del Patrimonio che il passato ci sta “prestando” per trasferirlo ai nostri figli.
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